11/2/2007 - in corso
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current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso
giovedì 10 dicembre 2009
Faccio un'eccezione per quello che ho visto e sentito.
Una compagnia di pensionati allegri, divertiti dalla serata, con il piede operato che non fa poi tanto male stasera, l'inverno che è più mite stasera, i capelli che non sono grigi ma d'argento, il cappello nuovo come nei ruggenti '20, parlare di un vecchio lavoro, della pensione, di cose perdute da talmente tanto tempo che se ne è perduta persino la nostalgia, mentre il tram corre nella notte che è più giovane di loro ma non sembrano accorgersene, come non si accorgono di me. Questo è quello che ho visto.
Quello che ho sentito è stato: tristezza.
Nei miei anni forti quello che agogno è il sonno, sono stanca, stiracchiata, spalmata, strappata, stanca come se avessi combattuto due guerre e fatto i conti con la ricostruzione; sonno, dormire, dormire e non pensare al fatto che domani pagherò ogni battuta di questo testo. Sono stanca perché lotto in continuazione, mi dibatto come uno che sta per essere risucchiato dalle onde, in un fluido che è più vischioso del petrolio, un fluido burocratico, un fluido di convenzioni, aspettative e doveri e fini in cui non basta qualche colpetto di fortuna per stare a galla. Mi dibatto con tanta forza che non me ne resta più per la poesia: sono stanca, devo dormire, riposare, recuperare le energie per ricominciare a battermi tra sette ore, perciò non ho tempo di guardare i capelli d'argento dei vecchi, di ascoltare la voce del tram, di capire cosa mi sta dicendo; niente domande, niente parole, no, voglio solo chiudere gli occhi e lasciarmi andare al nulla del sonno.
Stasera mi concedo una deroga, domani tutto sarà ancora più difficile e mi farà male, e mi dirò “perché non sono andata a letto alle 9?”... ma devo: come quando dibattendoti per la vita riesci a cacciare fuori la testa un attimo, devi respirare.
E forse, mi basterà solo un'altra boccata e riuscirò a spiegarvi cosa ho sentito.
mercoledì 6 maggio 2009
lunedì 20 aprile 2009
continua dal post precedente
considerazioni post-trasloco:
1) ho veramente un sacco di roba!
2) ho cominciato a mettere via i libri prima che i vestiti, la prima sera. ho finito ieri sera. me li sono coccolati per bene, uno ad uno, e li ho messi al loro posto belli larghi in attesa dei prossimi arrivi, che non tarderanno. e ho un bel po' di doppioni: regali azzeccati, ma in ritardo :)
3) la mia vicina è adorabile. son due settimane che sposto mobili a tutte le ore e lei ci ride sopra, anzi, sotto.
domenica 12 aprile 2009
stanotte non si dorme
via mecenate 7
non è la mia casa di bambina. non è la mia casa di adulta. è una casa di mezzo, e l'ho sempre sentita come un luogo di passaggio. così difficile da abitare. una casa ostile o forse incompresa.
piena di brutti ricordi e di fatica.
tutti quelli che ne calpestano le piastrelle fredde fanno fatica, come se l'aria contenuta tra le pareti fosse vischiosa e resistente. ma forse la casa fa del suo meglio, e la resistenza è nostra. una resistenza che sfiacca.
mi spiego un po' meglio: sono tornata a casa dei miei genitori dopo quasi 3 anni di assenza. l'ultima volta ho abitato qui, per soli 2 mesi, tornata da londra, prima di trasferirmi in via sangallo, che ho lasciato, appunto, da 168 ore.
mi mancano un sacco di cose. ma il peggio non è la nostalgia, il peggio è aprire scatole che ho chiuso alla cieca quando me ne sono andata, pacchi pieni di ricordi belli e brutti che non si possono eliminare ma a cui non so trovare un nuovo spazio nella mia vita. sono 168 ore che spacchetto e rimpacchetto, divido, separo l'essenziale dal superfluo e poi cambio idea e recupero qualcosa dal superfluo, e quando vedo che non c'è più spazio cambio di nuovo idea ma a quel punto non so più cosa voglio tenere e cosa no e ho voglia di buttare via tutto, e alla fine salta fuori quel bigliettino, quell'orsacchiotto, quel cd, che mi fa commuovere e riapro i sacchetti un'altra volta. ho passato intere giornate in ginocchio sul pavimento a leggere vecchi diari e lettere. è tutto di un altro tempo.
non sono felice. non ho voglia di dormire da sola. non ho voglia di rievocare il passato. non ho voglia di pensare. non ho voglia di scrivere. non ho voglia di parlare solo con me stessa. tecnicamente sono in vacanza, ma mi serve una vacanza dalla vacanza. pensavo che tornando a vivere con i miei almeno avrei smesso di preoccuparmi, ma avevo torto.
giovedì 12 marzo 2009
ran-din don
in questi giorni ho pensato spesso che le regole sono utili, quando non sai cosa fare.
toh, un tombino. andrà benissimo.
mercoledì 11 marzo 2009
let's face it: you're having a pretty harsh time (harsh as only the light of the day can be)
grandi speranze.
amicizie.
giocattoli.
promesse.
occasioni.
ma anche sofferenze.
per una ragione o per l'altra non sono riuscita a portarmi tutto dietro. per la verità ho lasciato andare molto, e il resto ha lasciato me. in parte è un sollievo.
e così siamo arrivati a oggi. mi sembra di essermi svegliata da un sogno - bello e brutto - e aver appoggiato i piedi giù dal letto, partendo da quello sbagliato, ovviamente. ora mi alzerò e andrò a lavorare con il sorriso dell'impiegato sulle labbra.
perché?
perché, come dicevo, mi piace fantasticare. continuerò a farlo, anche se non ha più lo stesso sapore da quando mi sono svegliata. perché mi sono guardata allo specchio e ho visto una persona normale, e mi sono perdonata per questo. e non è una cosa facile. il sorriso è per me, perché quando i miei genitori mi guardano e si accorgono che non sono quella che pensavano, mi aiuta a sostenere la loro voce e quando scuotono il capo delusi è ciò a cui mi aggrappo per ricordarmi che c'è sempre una persona che avrà stima di me, nonostante tutto. io stessa.
questo è un punto fondamentale, e vorrei soffermarmici a costo di risultare noiosa.
il mio egocentrismo smisurato divide le persone in 4 categorie.
quelle che mi mettono su un piedistallo perché mi amano troppo per vedere-barra-accettare i miei difetti (e quando lo fanno sono amaramente deluse).
quello che mi conoscono abbastanza poco da dare per scontate le qualità che sono appiccicate come etichette sulla mia confezione e a cui non importa aprirla perché, ammettiamolo, ognuno è occupatissimo con la propria vita e ci sono molte cose più interessanti da fare (in questa categoria devo scrivere il nome di amici che non avrei mai voluto metterci, e farlo mi costa più di quanto possa dire).
quelle a cui sto sul cazzo, alleluja. è perché sono troppo intelligente e a tratti arrogante in maniera insopportabile, e mi diverte.
quelle a cui non frega un cazzo e ignorano la mia esistenza (ok l'egocentrismo, ma siamo realisti).
io sono l'unica a conoscere i nefandi segreti della mia anima, e nonostante questo, vivo con me stessa e abbiamo un buon rapporto.
in queste parole non c'è dolore, ma accettazione e una tristezza attutita come sono i suoni che passano attraverso spessi tappi di lattice.
*oh shut up, i'm allowed to freak out on my own blog.
giovedì 5 marzo 2009
ran-domus
venerdì 20 febbraio 2009
TANTA NOSTALGIA DEGLI ANNI 90
ieri è stato il mio compleanno e ho passato proprio una bella giornata. sono andata a scuola e ho lavorato con lucas e lele ad una storia su delle tartarughe cicliste. lele impara in fretta ma non sta mai attento a quello che fa, e lucas è così timido che a volte passano vari minuti prima che abbia finito di raccogliere il coraggio sufficiente a tirare fuori dalla gola una flebile vocina, però siamo riusciti a finire il lavoro e ci è avanzato del tempo per giocare ai quiz (ho vinto io). c'era il sole e filtrava dalle finestre polverose dell'aula proiettando strane figure sui muri, e l'aria sapeva di vinavil, gesso, vecchi libri e quaderni di cento generazioni di studenti.
ho ricevuto in regalo un sacco di libri, dei quaderni, delle bollicine per fare il bagno, delle rose che sono bellissime ma moriranno e per questo mi dispiace molto, una libellula di legno che sta in equilibrio sulla punta ovunque l'appoggi in modo che sembra volare, due torte che la cuoca ha fatto proprio come gliele avevo chieste io. i miei amici mi hanno regalato un cellulare perché erano stufi di telefonarmi e non sentire nulla ("pronto?" CHHHHHHHHHHHHCHHHHHHH "ehhhhhhhhh? cosa???????????" CHHHHHHHHHHHHHHHHHCCHHHHHHHHHH CHHHHHHHHHHHH "non ti sentoooo!!!" "ireeeeeeeee!!!ci sei?" CHHHHHHHHHHH "prontoooo..." CLICK. eccetera).
ora però sono triste perché dovrò aspettare 365 giorni prima che sia di nuovo il mio compleanno.
vorrei che l'anno fosse fatto così: un mese di inverno (niente pioggia, solo freddo - non troppo - con natale e la vigilia del nuovo anno e il giorno dopo per fare buoni propositi da non rispettare), 4 mesi di primavera (pioggerellina ogni tanto - ma breve!, soprattutto sole tiepido che diventa dolcemente più caldo giorno dopo giorno, e a carnevale tutti sono obbligati a travestirsi), 3 mesi d'estate (in cui non lavoro ma vengo pagata lo stesso, c'è quasi sempre il sole, e quando diventa troppo caldo intervengono quei bei temporaloni estivi con un sacco di lampi e tuoni, le nuvole esauriscono le tonalità di grigio e si muovono veloci cambiando continuamente forma, e subito prima l'aria è elettrica e frizzante; e qualche volta un vento leggero rinfresca l'aria e la pelle riscaldata dal sole) 4 mesi d'autunno (dolce back to school/work, si fa leggermente più freddino ogni giorno che passa, il vento colora il cielo di rosso, giallo, verde e arancione con pennelli fatti di foglie, l'aria profuma di umido e di resina e c'è halloween)e poi tutto da capo.
e poi voglio più giorni speciali in cui apro i regali e ho tutte le attenzioni per me e un sacco di coccole. diciamo dieci. o dodici. uno al mese.
(tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l'arca e noi eravamo noè: non si sapeva dove e come, ma si sapeva almeno perché.)
mercoledì 11 febbraio 2009
leggendo la trilogia millennium di stieg larssen ho imparato che...
martedì 10 febbraio 2009
memorie di una ragazza innamorata - capitolo sesto
dopo la ricerca sull'Abruzzo Lu mi chiese di far parte del loro gruppo dei segreti; ho ancora oggi il dubbio che lo fece sotto suggerimento di Mara (che era al corrente dei miei sentimenti) ma il solo fatto che lui si fidasse di me fino a quel punto mi rendeva felice. il primo giorno però appresi una notizia che mi sconvolse: Lu era innamorato di C., una nostra compagna di classe, più o meno dalla prima elementare (al contrario di F., Lu è stato sempre molto costante nelle sue passioni, e ha continuato così fino ad oggi, che io sappia: il suo è un amore fedele e duraturo, anche se per due decenni ha avuto l'insopportabile tendenza a diventare il migliore amico di tutte le donne di cui si innamorava; ma questa è un'altra storia). accolsi la notizia con fredda ironia. forse lo presi anche in giro ("uhhhhhhhhhhh, Lu e Ca si sposanoooooooooo e fanno tanti figliiiiiii!!!"). non avevamo perso l'abitudine di scherzare sul sesso, pur continuando a non saperne nulla, e io in particolare ho sempre reagito nel modo peggiore alle situazioni imbarazzanti. un esempio: in seconda media un mio compagno e carissimo amico mi chiese se avessi un foglio da prestargli. glielo diedi e lui con leggerezza mi disse "grazie, ti voglio bene!". avrei dovuto semplicemente rispondergli "prego, anche io!" con la stessa naturalezza, ma tutto quello che mi venne fuori fu un verso che voleva significare "non prenderti queste confidenze", e lui se ne andò offeso (gli passò subito per fortuna). ripensandoci mi dispiace ancora, perché per un motivo stupido ho perso l'occasione per dire a un amico che gli volevo bene; a mia discolpa posso solo commentare che sono un'imbranata cronica, e quando i miei sentimenti vengono messi in piazza, di solito non ne combino una giusta. va ancora peggio se in qualche circostanza dimostro i miei difetti: quando me ne accorgo li ingigantisco e praticamente mi metto alla gogna da sola, ribadendo a mo'di giustificazione quanto sono scema, così che se il mio interlocutore per caso non li aveva notati, in questo modo non gli sfuggono di sicuro. l'imbarazzo è una brutta bestia, e ho io ho sprecato un sacco di tempo a sentirmi imbarazzata.
ma quella sera, da sola nella mia stanza, rimasi sveglia a lungo a pensare al segreto di Lu. dopo un paio d'ore mi alzai e mi misi davanti allo specchio. l'abat-jour nella camera dei miei genitori era accesa: una luce calda filtrava dalla porta e delineava i miei contorni nel riflesso. che strano, non mi ricordo l'immagine che avevo davanti: per un trucco della memoria vedo in quello specchio di sedici anni fa la me stessa di oggi. mi feci un po' di smorfie per sdrammatizzare, e poi mi chiesi, ad alta voce, "cos'ha lei che io non ho?". semplice. era calma, matura e controllata. era popolare. era alla moda.
fu la prima volta che provai il disperato desiderio di essere diversa, la prima volta, ma non l'ultima.
lunedì 9 febbraio 2009
non sono mai state nulla di più che un semplice condimento con cui fare del soffritto.
e invece...
venerdì 6 febbraio 2009
il mio ultimo turno con luca
mercoledì 4 febbraio 2009
memorie di una ragazza innamorata - capitolo quinto
in quarta elementare stavamo studiando le regioni d'Italia. ci saremmo divisi a coppie e ciascuna coppia avrebbe fatto una ricerca su una regione per esporla davanti agli altri. come accennavo prima, da piccola avevo dei superpoteri, e con il mio superudito potei sentire prima di Sa che Lu avrebbe scelto l'Abruzzo. neanche a dirlo, divenne subito la mia regione preferita e decisi che avrei studiato quella o nessun'altra. ebbi a disposizione due o tre meravigliosi pomeriggi con Lu, seduti per la prima volta da soli nello studio di casa sua con libri e quaderni (era il mio habitat naturale) e la merenda che sua mamma ci portava di tanto in tanto per rifocillare le nostre menti e i nostri stomaci voraci da bambini. credo di aver fatto io tutti i compiti, ma non mi importava, e comunque, come avrei avuto modo di constatare negli anni, non sarebbe stata l'ultima volta. direste che quegli attimi siano rimasti impressi nella mia mente come fotografie, ma non è così: ero talmente emozionata che non ricordo bene cosa accadde. tutto è molto confuso, lo stesso tipo di immagini che puoi ricordare quando provi un fortissimo panico e per alcuni secondi ti dimentichi di respirare. per la cronaca faccio ancora così: dimentico quasi completamente le immagini dei momenti molto emozionanti, ma posso rievocare benissimo l'emozione in sé (è uno dei motivi per cui faccio così fatica a raccontare le cose).
avevo vinto la Battaglia delle Regioni, ma il risultato, come vedrete, fu la causa delle mie prime vere pene d'amore: divenni sua confidente.
martedì 27 gennaio 2009
ma chi voglio prendere in giro
così dicono. non so di chi stiano parlando però. a volte mi sembra di capire che stiano parlando di me; ma ecco, è semplicemente impossibile. perché vedi, non è una descrizione che mi si addice.
fai tanta fatica a costruirti un sacco di belle illusioni su te stessa e poi basta un soffio di vento a farle crollare come un castello di carte. come quando ti guardi intorno sulla pista e non riesci, non riesci a muoverti, la tua vita diventa improvvisamente di legno e le ginocchia di burro, e le braccia non ti ricordi nemmeno di averle mentre pendono senza vita lungo i fianchi. gli sguardi addosso ti bruciano come raggi di sole attraverso una lente di ingrandimento e l'unica cosa che vorresti è essere invisibile, sparire dalla sua vista, dimenticare tutto, non sentirti più quell'imbranata che pensavi di aver perso.
è un solo sguardo quello che vorrei per me, e l'unico che non mi sento capace di prendermi.
sabato 24 gennaio 2009
mercoledì 21 gennaio 2009
primo post dell'anno, ineditamente in ritardo, come me del resto.
la mia settimana è iniziata con una specie di presagio favorevole, perchè proprio mentre mi disperavo per rimettere ordine tra tutte le cose che devo fare, ho trovato una bellissima agenda praticamente nuova abbandonata su una panchina. è una moleskine rossa; dentro non c'era neanche un numero di telefono e così non ho potuto restituirla al proprietario. peccato... me ne sono impossessata con gioia e ho scritto tutti i compleanni sul calendario, constatando che la maggior parte dei genitori concepisce i figli tra agosto e settembre. dome dire che scopano solo l'anniversario di matrimonio.
in questi mesi, dopo meditabonde sedute di riflessione, ho deciso di tornare per un po' a casa dei miei, licenziarmi dal blockbuster e provare seriamente a finire l'università. vorrei rendere per iscritto la profondità di questa decisione, ma il mio stile fresco e naif me lo impedisce. mi ri-trasferisco da loro i primi di marzo e sono un po' in ansia per una serie di cose, che un elenco asettico potrebbe riportare in quest'ordine: sono due anni che non vivo più con loro; mi dispiace un sacco andarmene da casa mia, rinunciare ai miei ritmi e alla mia libertà e soprattutto alla quotidianità con tutti i miei coinquilini, sia legittimi che acquisiti; e la domanda che non oso pormi è se io sia effettivamente capace di laurearmi o se quest'impresa, effettivamente da me mai tentata, richieda capacità organizzative, costanza e concretezza superiori alle mie forze, senza contare che ho chiuso i libri due anni fa. tuttavia, proprio questa è la domanda a cui voglio trovare una risposta, ed è il motivo per cui ho deciso di tornare a casa, smettere di lavorare e dedicarmi seriamente allo studio.
per qualche settimana ho coltivato l'illusione di poter tornare ad essere quasi solo una studentessa, mantenendo solo la rivista; ma a quanto pare non è più possibile. mi hanno offerto un lavoro come maestra di sostegno in una scuola elementare tramite la cooperativa per cui già lavoro come educatrice del prescuola e mi sono trovata ad accettare. cmq saranno solo 10 ore alla settimana. il problema è che ci sarà un periodo di transizione in cui tra blockbuster, il prescuola, il sostegno e la rivista lavorerò quasi 50 ore alla settimana, con un trasloco abitativo ed emotivo da fare.
nel frattempo il mio unico desiderio è farmi una vacanza! non lascio la città natale (tranne che per motivi di lavoro) da febbraio dell'anno scorso. il tempo fa schifo e gennaio è decisamente il mio mese s-preferito. oggi, ad esempio, ogni cosa a milano ha lo stesso colore (grigio) elegante ma monotono. a volte, quando mi capita per 3 o 4 giorni di fila di riuscire a strappare al massimo 4 ore di sonno alle mie attività quotidiane (il che capita molto spesso), la stanchezza, il freddo, l'umido, il buio perenne e forse anche un po' le mestruazioni in arrivo mi danno l'impressione che la città mi sia leggermente ostile. ad allietare le uggiose giornate invernali però c'è qualcuno che funziona come una specie di mio sole personale, e non credevo che sarei mai stata abbastanza romantica da dire una cosa del genere.
direi che è un buon riassunto del mio presente.. nel complesso posso dire che sono abbastanza stressata ma non triste, e che avere un progetto almeno per i prossimi mesi è qualcosa che non mi succedeva da anni. molti anni: a occhio e croce, sei. è quasi una buona cosa :D
giovedì 4 dicembre 2008
mercoledì 1 ottobre 2008
quanto durerà(ò)?
venerdì 19 settembre 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo quarto.
A 8 anni mi sentivo adulta. Mi facevano incazzare quelli che dicevano frasi del tipo “te lo spiegherò quando sarai più grande”, “sono cose da grandi”, “questo è il tavolo dei grandi (siediti a quello lì dove ci sono un mucchio di tuoi coetanei che si lanciano polpette al sugo sui vestiti )”, e soprattutto, “l’amore è una cosa da grandi”, come pretendeva la maestra. La compagnia dei miei coetanei, fatte le debite eccezioni, non mi esaltava granché, trovavo più soddisfacenti le conversazioni con gli adulti. Forse era dovuto al mio ego smisurato, smisurato per una bambina così piccola. Non era colpa mia. Fin dalla mia prima protesta silenziosa nella pancia di mia madre, ho avuto intorno adulti che mi ripetevano quanto fossi intelligente eccetera. In parte mi piacevano perché mi gongolavo nella loro considerazione, ma soprattutto era perché ho sempre avuto un debole per le discussioni e le speculazioni razionali. A 5 o 6 anni mio papà mi spiegò cosa fosse un numero primo (cercava di trasformarmi nel novello einstein?): forse non capii nulla, ma fu molto gratificante. Quindi non mi lamento; solo che ci sono voluti un sacco di anni e di merende a latte e sostanze nutrienti come quelle della pubblicità, prima che il mio corpo assumesse una dimensione adatta a contenere il mio ego.
Dimensioni corrette: corpo/ego=1
Ire a 8 anni: corpo/ego=1/1.000.000
Comunque, penso ancora che non sia vero che l’amore sia solo una cosa da grandi. A 8 anni mi sono innamorata nel primo rudimentale modo adulto. È quello che fa sognare a occhi aperti, scrivere poesie imbarazzanti, sperimentare gelosia, nostalgia, speranza e iperventilazione. Soprattutto gelosia, visto che non fu mai corrisposto, ma vissuto dalla parte (s)fortunata e paziente dell’amica. Dico rudimentale, perché nonostante le emozioni negative non esigeva conferme, ed era alimentato dalla semplice presenza dell’amato; qualcuno obbietterà che è così che l’amore sempre deve essere, ma siamo realisti: più tardi si fanno avanti altre esigenze, o comunque, dopo un po’ di tempo dietro a un amore a senso unico ce la si fa passare, io all’epoca restai innamorata di Lu per... 5 anni? Con qualche sbandamento, ma posso affermarlo senza esagerare troppo. O forse dico così solo perché non mi capitò più di essere così innamorata senza essere corrisposta.
Cominciò tutto per gioco (rudimentale; o comincia sempre per gioco?).
È una storia che non ho mai raccontato perché un po’ me ne vergogno: fu un gioco per me raccontare alla mia amica che anche io ero innamorata di lui, che l’avevo capito in un sogno, e che i sogni dicono sempre la verità. Ma la mia non era verità, non proprio, volevo solo sapere quanto lei mi fosse amica, o forse ero annoiata e volevo movimentare la situazione, e questa è la parte di cui mi vergogno. Una piccola parentesi, la nostra amicizia, mia e di Sa, non fu scalfita da questo gioco (perché era amore rudimentale per entrambe, e lui purtroppo non era nostro, né suo né mio), ma da altri eventi di cui non sto a raccontare perché andrei fuori tema.
Non ricordo come andò, ma quant’e vero, quella stronzata ebbe conseguenze vere. Insomma, ad un certo punto ero innamorata di Lu. E il motivo era perfettamente chiaro: era bello, con quelle sue orecchie morbidose che spuntavano da folti ( folti!) capelli a scodella. Era educato, intelligente e spiritoso, più maturo degli altri, e aveva già allora una tempra morale che lo distingueva e che con gli anni è diventata il suo marchio di fabbrica. E la sua fragilità esteriore stimolava il mio famoso istinto materno. Spesso era malato. Cominciai a vedere l’universo come un grande tutto, in cui una farfalla sbatte le ali a pechino, e a milano viene la pioggia invece del sole. Tutto divenne un segno per qualcos’altro. Un esempio che risale a quando ebbi l’età per preparare il caffè (ero già alle medie). Ogni mattina riempivo la caffettiera, e se rovesciavo del caffè fuori dal filtro, Lu sarebbe venuto a scuola; altrimenti, voleva dire che era malato e sarebbe rimasto a casa. Io rovescio il caffè quasi ogni volta, ma superata la prima o seconda infanzia, Lu si ammalava molto meno: così il mio piccolo esercizio di divinazione funzionava quasi sempre. L’amore rende fatalisti, o forse è che quando lo provi, cominci a vedere l’amore dappertutto.
commala-come-come (il giorno 19)
il nostro viaggio non mi ha portata lontana dalle mura di casa, ma nemmeno ero qui, se capite cosa intendo. i miei occhi e la mia mente hanno viaggiato, scorrendo per kilometri e kilometri lungo le righe, attraverso i capitoli, per sette lunghi libri, imparando ad amare i miei compagni di viaggio e a soffrire per la loro perdita, uno per uno, fino a che non è rimasto nuovamente che lui, roland di gilead, l'ultimo cavaliere, l'inizio e la fine e l'inizio. il ka è una ruota, come dice lui...
di nuovo, un'altra volta ancora, una di molte, diciamo delah, l'uomo in nero fuggì nel deserto, e il pistolero lo seguì.
(stasera mi metto a lavorare sul quarto capitolo, diciamo alleluja)
martedì 2 settembre 2008
prigione
amare
conoscere
avere
una sola cosa
è prigione
Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo Paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione.
Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione.
Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione.
Avere un solo corpo,
un solo pensiero,
una sola conoscenza,
una sola essenza
avere un solo essere
è prigione.
lunedì 1 settembre 2008
settembre
noterei i lunghi crepuscoli blu, le luci delle macchine, il rumore della città che si risveglia di botto, l'aria dopo la pioggia che suona ai rintocchi delle gocce d'acqua raccolte dalle foglie, e la sensazione che tutto sia nuovo e profumato come un quaderno appena comprato.
venerdì 8 agosto 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo terzo.
F. e il suo compagno di merende S. si divertivano a tampinare noi bambine con una costanza e una tenacia che hanno dell’eroico. Davvero: qualunque fosse il loro scopo, e non credo avesse molto a che fare col sesso, vi si dedicavano anima e corpo per tutta la durata delle lezioni. Ho qualche amico adolescente recidivo che li chiamerebbe “Punti Coraggio”, e mannaggia a me, negli anni a venire quel coraggio mi ha causato qualche grattacapo. Avete mai accettato un appuntamento, o anche solo lasciato il numero di telefono a un ragazzo, solo in virtù di un’attonita ammirazione per la sua sfacciataggine? Beh, se sì, sapete di cosa parlo.
Comunque, grazie alla sua perseveranza, anche S. ebbe un posto nel mio cuore. Un ragazzo di strada, si potrebbe dire, con un disastro di famiglia alle spalle, di quelli che mia mamma accoglierebbe a braccia aperte con l’entusiasmo del messia, e così andò, infatti per un certo periodo lo avevo spesso per casa. Andava d’accordo con i miei fratellini e li faceva giocare, il che faceva salire parecchio i suoi punti. Aveva delle cicatrici che lo facevano sembrare un randa ancor più di quanto non lo fosse. Non so perché ma le cicatrici mi sono sempre piaciute. Puoi fare finta che siano ferite di guerra, e poi fumava. Che dire? Persi la testa. Ah, i ribelli! Assediò il mio cuore un pomeriggio d’inverno. Non so per quante ore andò avanti a chiedermelo, ma alla fine riuscì ad ottenere un mio bacio (sulla guancia!). Kiss and tell!, il giorno dopo lo sapeva tutta la classe. Che stronzo! Stranamente, a nessuno fregò nulla, e la storia si sgonfiò prima di montare, ma io mi vergognai moltissimo lo stesso.
In quegli anni c’era un altro uomo che di tanto in tanto faceva capolino nel mio cuore: il classico amico d’infanzia. M. mi ha insegnato a camminare tenendomi per una mano e stringendo con l’altra la coda di un cane indulgente. Una volta ci siamo “nascosti” dietro il letto dei miei per spogliarci poiché avevamo sentito dire che i maschi e le femmine erano anatomicamente diversi (in effetti c’era una piccola differenza, e per un certo periodo mi convinsi che con il passare del tempo quel cosino tra le gambe sarebbe cresciuto anche a me...). Più grande di tre anni, era il mio compagno di giochi ma anche in qualche modo irraggiungibile. È stato una presenza leggera, leggerissima ma più o meno costante nei miei pensieri per anni, ripensavo a lui ogni volta che il mio cuore era libero. I nostri genitori erano amici e ci siamo frequentati più o meno fino alla mia terza elementare, poi, per qualche motivo, non ci siamo più visti per molto tempo. L’incontro successivo risale ai miei 12 anni, il periodo peggiore della mia vita dal punto di vista amoroso, e stendiamo un velo sul look: una disfatta che nemmeno Caporetto. Non fece altro che parlare di sé, anzi, credo che parlasse con sé, e d’altronde, io indossavo un completino a scacchi bianchi e azzurri con camicetta annodata alla vita da pin-up anni 50 e un ridicolo accenno di seno, in compenso mi portavo dietro due bei cosciotti di maiale, una zazzera imbarazzante, l’ignoranza più totale sulle tecniche di seduzione e la mia sempiterna goffaggine (poche cose sono cambiate da allora!). Ma se l’amore è una guerra, quella sera persi solo una battaglia. Ci incontrammo di nuovo per caso quando avevo 17 anni in un pub vicino a corso Buenos Aires. Io ero a una festa di compleanno, raggiante, bellissima e magrissima: il mio ragazzo mi aveva lasciato per un’altra e io avevo smesso di mangiare per una decina di giorni. Mi ero giusto giusto ripresa e stavo scoprendo che il mondo era la mia ostrica. La reazione che suscitai in lui quella sera, mi diede la rivincita per la mia Caporetto.
Questi sono i miei amori fino alla terza elementare.
Poi venne L.
giovedì 24 luglio 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo secondo.
Le elementari sono state scandite da grandi e piccoli amori, non solo miei: alle elementari, pare, tutti s’innamorano continuamente, o almeno così succedeva nella mia classe.
Per me, F. è stato il primo. Era decisamente un figo. Non che fosse proprio bello, con quella faccia un po’ allungata e la sua curiosa predilezione per il colore fucsia, ma aveva lo Sguardo. Lo Sguardo è quella cosa che quando si posa su di te ti fa sentire una dea, la più bella, la più corteggiata, la più grande, anche quando non sei innamorata. Non tutti gli uomini hanno lo Sguardo. Io l’ho incontrato due volte: il secondo dovrà aspettare molti anni.
Per un breve attimo fui l’oggetto di quello Sguardo. Quel giorno è impresso a fuoco nella mia memoria: la maestra ci sta insegnando l’alfabeto (che noia, capirai, io so già scrivere da un paio d’anni, e queste qua mi fanno colorare delle stupidissime schede... è stato allora che mi sono seduta sugli allori e ho smesso di impegnarmi. Avevo 6 anni e mezzo.). “Chi mi dice una bella cosa che comincia per I, bambini?” e F., rompendo l’agghiacciante silenzio che opprime le lezioni dell’Ornella, infrangendo la sacra regola dell'Alzare La Mano, grida forte: “IRENE!”. Ora sarei lusingata da una così accorata e pubblica dichiarazione d’amore, ma quel giorno provai solo un indistinto sentimento di vergogna. F. non mi interessava ancora. Solo molto tempo dopo (alcuni giorni) cominciai a pensare che fosse carino. È il mio punto debole: non so resistere ad una corte con tutti i crismi, e lui ci sapeva fare. Non per i fiori, i cioccolatini, le coccole (ok, non c’erano fiori né coccole: eravamo così piccoli che c’erano solo i cioccolatini...): queste cose sono banali. A conquistarmi furono il suo estro creativo e la sua passione. Se fosse il personaggio di un libro, col tempo sarebbe diventato un esteta, un Casanova, un perfezionista della seduzione.
Purtroppo ormai era tardi, il suo Sguardo era già rivolto verso un altro polo di attrazione (per meglio dire, zompettava da un polo all’altro con estrema facilità. Donnaiolo!).
Ahhhhhhhhhhhhhhhh, soffrire per amore. NoiRagazzeACuiF.AvevaSpezzatoIlCuore condividevamo la mistica esperienza dell’amore romantico. Ci sentivamo elevate ad un nuovo stato di coscienza, e non serviva parlarne: ora noi Sapevamo. Gli altri non potevano capire.
F. confermò la sua vera natura di tombeur de femmes qualche anno dopo, in 2 occasioni. La prima, in cui mi confessò senza vergogna di voler diventare grande solo per poter scopare (testuali parole). Cercai di raccontarlo a mia mamma, ma ero così imbarazzata che scambiai “scopare” con “baciare”, e lei, ovviamente sorpresa dalla mia indignazione, mi rispose che non c'era nulla di male. Naturalmente da un certo punto in poi tutti in classe parlavano di sesso con ostentata disinvoltura, anche se nessuno di noi l’aveva mai fatto, ma c’è di più. Non capivamo il punto. Io almeno non lo capivo, non mi sembrava poi tanto diverso dal fare la spesa, lavare i piatti, insomma una pratica utile per sfornare fratellini, ma proprio non afferravo che cosa avesse di tanto segreto.
La seconda volta quando si “mise insieme”alla più corteggiata della classe, C. Un affare di stato. Mi ricordo pianti disperati e facce di bronzo, ambasciatori trafelati misurare il giardino a grandi falcate, panico, isterismo, tragedie... mi sembra di ricordare che la loro relazione si concluse poche ore dopo, per amore della quiete pubblica, con grande sacrificio da parte di entrambi, separati l’uno dall’altro da uno stuolo di ammiratori senza più una ragione di vita. Eravamo in quarta elementare, e per quanto riguarda me, la loro unione mi toccò solo indirettamente; ma questa è un'altra storia.
Nemmeno le più intelligenti della classe erano immuni al fascino innato di F. Chi di noi non ne è stata innamorata almeno per qualche giorno? Io gli ho persino messo un regalo nello zaino di nascosto (un orologio digitale trovato nell’uovo di Pasqua), corredato da bigliettino: “F. credo di amarti”. Ignoro per quali circostanze, ma la maestra ne venne al corrente e fece a tutta la classe una ramanzina su come queste cose non si addicessero alla nostra età eccetera eccetera. Ora che ci penso, nessuno mi ha ancora ringraziato per quelle ore di grammatica perse a vantaggio di più futili argomenti.
venerdì 27 giugno 2008
martedì 24 giugno 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo primo.
Mi sono innamorata la prima volta all’asilo e da allora non ho mai smesso.
Avevo 4 anni e lui 5. Pi ricambiava i miei sentimenti e decidemmo di metterci insieme. Non mi ricordo perché mi piacesse tanto. Era gracilino, timido, con gli occhiali tondi e non mi ricordo nemmeno come cominciò tutta questa storia. Però mi ricordo che ci scrivevamo delle bellissime lettere d’amore.
È una storia tragica, come le grandi storie d’amore sono sempre. A separarci fu la scuola elementare: lui ci andò un anno prima. Per i primi tempi la sorella di Pi, mia compagna di classe, fece da ponte, e recapitava le lettere che ancora ci scrivevamo, ma alla fine, non so perché, la nostra romantica storia a distanza finì. non lo rividi più per molti anni, finché un giorno lo incrociai per strada. Camminava svelto con le mani in tasca, gli auricolari nelle orecchie e un cappellino da baseball calato sugli occhi. Lo riconobbi subito perché, a parte la statura e i segni della pubertà in volto, era identico a quando ci eravamo lasciati. Lui non diede alcun segno di avermi vista, né un abbozzo di sorriso, né uno sguardo distolto. Probabilmente ero così cambiata che non mi avrebbe mai riconosciuta. Tirai avanti senza dire nulla ma con passo più leggero.
Dopo che smisi di sentire Pi mi presi una cotta per Ru. Proprio bellino. Biondissimo con grandi occhi nocciola, il favorito delle maestre. Era solo una cottarella, e mi passò in fretta, ma fu sufficiente a farmi cambiare fede calcistica, da interista (quella di mia madre), a milanista (quella di Ru). In realtà non scambiai mai molte parole con Ru: credo che non sapesse nemmeno chi fossi. Quello dev’essere stato il primo dei miei amori non corrisposti.
Di cosa ci innamoriamo da bambini? Cosa ci colpisce, cosa ci fa scegliere proprio quella persona, e non un’altra, per rivolgere a lei i nostri sentimenti? Io non lo so. Da grandi intervengono fattori diversi come il look, il “saperci fare” (io mi lascio abbindolare come un’allocca da quelli che ci sanno fare), cose che da bambini non contano molto. So solo che mi sono innamorata sempre di due tipologie di uomini: 1) i fighi, più che innamorarmi mi prendo delle cotte clamorose (con alcune eccezioni) 2) quelli il cui cuore è difficile da conquistare, in genere i traumatizzati emotivi, quelli che “ah no, non mi innamorerò mai, oh, no, io sono un cane sciolto, un lupo solitario” oppure che “oh, il mondo è traggeddia”, e che stimolano il mio istinto materno. Pi era di questa seconda categoria, anche se ancora eravamo troppo piccoli per parlare di veri traumi emotivi, di certo era uno che ispirava tenerezza. Ru era un figo, e forse il fatto che non mi vedesse nemmeno (per ben due volte, come saprete poi) ha segnato il mio karma amoroso. Fatto sta che da allora, ho difficoltà anche solo a parlare con i fighi (roba da arrossire fino alle orecchie e non riuscire ad alzare lo sguardo, e se per caso mi rivolgono la parola comincio a dondolare le braccia come uno scimpanzé e a controllarmi accuratamente la punta delle scarpe), mentre quelli che devono essere salvati vengono a me come api al miele. Qualche volta è seccante.
martedì 17 giugno 2008
martedì 3 giugno 2008
...continua dal post precedente
la scatola da scarpe non era una scatola da scarpe. su una medaglietta d'argento erano incise le parole "Germana Caffettano" e due date.
ciao, nonna. è bello averti a casa.
come dire, chi non muore si rivede.
un altro addio
ricordo di piangere sulle ginocchia di mio padre mentre lui, poverino, cerca di spiegarmi la morte.
a scuola stavamo studiando l'adolescenza, questa cosa indefinita che ci stava più o meno investendo tutti quanti intagliando pelucchi e curvette sui nostri corpi omogenei di bambini. ci diedero un tema sull'adolescenza, appunto, ma la mia maestra mi chiese se non preferissi invece scrivere di "quello che mi era successo". forse ero imbarazzata, ma scrissi un "distinto" tema sull'adolescenza che terminava con la frase "il periodo più bello e più brutto di tutta la vita umana" (venne corretta in "il periodo più bello e più brutto della mia vita fino a questo momento", con una nota che sottolineava come dai miei 10 anni non avessi la più pallida idea di cosa fosse la vita umana. lì per lì mi sembrò solo che fosse una frase molto meno a effetto, ma 14 anni dopo mi rendo conto che la correzione era legittima). scrissi un'accorata apologia dell'adolescente gonfia di retorica che avrebbe convinto qualsiasi giuria, ma la verità è che non sapevo neanche cosa fosse, l'adolescenza, e quando lo scoprii non mi piacque affatto. in ogni caso la morte della nonna non mi sembrava qualcosa su cui scrivere un tema né tanto meno su cui fare confidenze, specie su richiesta. la manifestazione del dolore interiore mi ha sempre causato un grande imbarazzo (tutt'ora, piuttosto che piangere in pubblico mi taglierei un braccio, e piangere in solitario mi fa sentire molto stupida, con il risultato che, salvo veri e propri esaurimenti nervosi, non piango quasi mai).
un altro ricordo vivido che ho di quei giorni, è la montagna di telegrammi di condoglianze che ci vennero recapitati. o la mamma o la nonna erano di sicuro molto amate da tutti (naturale, essendo due persone eccezionali). non so se lo feci per cercare di consolare mia madre o perché avevo un disperato bisogno di conversazione, ma dissi ad alta voce che dovevamo essere contenti di una tale manifestazione di solidarietà. lei mi rispose, molto assennatamente, "avrei preferito non doverli ricevere". giusto, ma è inutile preoccuparsi per qualcosa che non si può cambiare, e cosa c'è di più indelebile della morte? meglio concentrarsi sul presente.
da allora la morte mi ha sempre accompagnata. quella di mia sorella, di persone care, della mia gatta. è diventata una presenza costante dei miei pensieri. il sentimento più facilmente riconoscibile che mi provoca è una grande malinconia. mi rendo conto che non è abbastanza, ma non riesco a decifrare il resto del peso che mi provoca la morte di qualcuno.
una cosa che mi colpisce in modo particolare è come, quando una persona cessa di esistere, il mondo cambi impercettibilmente ma profondamente. è tutto collegato, e uno sconvolgimento così profondo si ripercuote su ogni atomo che ci circonda. è più una sensazione che un vero pensiero.
venerdì 30 maggio 2008
giovedì 29 maggio 2008
martedì 27 maggio 2008
...segue
sabato 24 maggio 2008
venerdì 23 maggio 2008
fuck off (?)
-permesso.
(sussurro)-permesso? ma se è sul marciapiede!
...
-punto primo: ho chiesto permesso, non ho detto "levati dal cazzo stronzo". punto secondo: sono sul marciapiede perchè il passo carraio è occupato da una macchina e non potevo scendere. punto terzo: non sto parlando con Lei, non vedo come questa conversazione La riguardi. quindi continui a guardare nel Suo piatto e finisca il Suo aperitivo invece di immischiarsi in faccende che non La riguardano. arrivederci.
...
invece no.
me ne sono andata senza voltarmi.
meglio così.
compito della settimana: incazzarmi di meno.
domenica 18 maggio 2008
sabato 17 maggio 2008
lettera a un'amica lontana
dovevo dirtelo cazzo anche se tu non leggerai mai questa pagina perchè sei troppo impegnata a quotare canzoni.
A NOI DUE, CESSO!
e attenzione, se il tuo asse del cesso si rompe potresti essere condannato a anni di sedute gelide. io sto cercando di scongiurare questa maledizione. da quando il mio asse si è rotto, circa 3 lune fa, sto cercando di svitare ciò che ne rimane per metterne uno nuovo. risultato: ginocchia rotte e due paia di guanti di gomma nel cestino.
devo essere onesta. a litigare col cesso siamo in 2. il mio amico ed io ci diamo il cambio (devi volere davvero bene a qualcuno per mettere le mani la dietro!) e non so come ma questo rende il lavoro un improbabile quasi divertimento.
ok ma ora basta dai. sii docile e fatti svitare, sono stufa :D
________________
sapete cos'è frustrante? quando cerchi di fare la donna emancipata che si aggiusta il cesso da sola, impazzisci 2 giorni a cercare di svitare due cazzo di bulloni arrugginiti, e poi arriva tuo padre e ti monta l'asse nuovo in no time.
giovedì 15 maggio 2008
incostanza
ma il vero motivo per cui non riesco a scrivere nulla è che passo nel giro di pochi istanti dalle stelle al buco nero emotivo, senza avere il tempo di metabolizzare le sensazioni e tradurle in segni grafici. l'unica costante di questo periodo è l'incostanza, e precisamente questa è l'argomento di questo post.
e l'incostanza va a braccetto con la non-determinazione, un attributo che mi sento addosso come una muta da sub troppo stretta, e l'indeterminazione, quella che ti fa sentire come un blocco di argilla troppo secco per poter essere modellato.
e ringrazio la mia maestra di italiano delle elementari per avermi insegnato le similitudini, altrimenti sarei chiusa nella mia incapacità di comunicare come un claustrofobico in un ascensore.
martedì 6 maggio 2008
Qualcuno ha bisogno di essere disperato, di vivere di corsa perché in realtà non riesce a muoversi, e allora pur di fare un passo si lancia da un aereo in un continente sconosciuto dove potrà stare fermo altrove, altrove. Qualcuno cerca cose che non può trovare, ma è fortunato perché sa cosa cercare, c’è chi non ha un percorso e il vuoto fuori è vuoto dentro, è il vuoto di un bicchiere, ma anche del cielo, che un po’ è vuoto ma anche un po’ pieno. E c’è chi mette ghiaccio al posto del suo cuore, chi lo fa apposta, chi per errore, chi perché crede di non avere scelta, chi mette un piede avanti all’altro fino alla prossima svolta, chi si sente nero come la notte, qualcuno ha bisogno di diventarlo per potersi odiare, tirare fuori la polvere da sotto i tappeti, coprirsi di fango per gridare al sole che non si merita tutto questo amore. Qualcuno si sente uno spettatore, o un tecnico luci, e crede di guardare la commedia dall’esterno, qualcuno che vive in una doppia illusione e per non averlo capito sarà sempre fuori da se stesso. C’è qualcuno che “nessuno può capire” ma ha la pretesa di capire tutto. Qualcuno vive solo davanti a uno specchio che non gli rende la sua immagine. C’è chi è brucia la propria pelle, chi taglia a fondo con una lama d’acciaio, chi si strappa i vestiti fino alle ossa e trova solo un’altra maschera, chi si apre il petto per trovare cos’è che fa così tanto male la dentro, chi sparge sale sulle sue ferite. Qualcuno crede che il proprio peso sia legato all’orizzonte, c’è chi corre via per lasciarselo dietro, ma poi non capisce più se si è davvero mosso o se è stato il piano a girargli intorno. Qualcuno che prova pietà per se stesso e da la colpa alla strada, ai muri, ai tetti, al rumore delle macchine, se si sente un po’ macchina anche lui.
mercoledì 30 aprile 2008
martedì 29 aprile 2008
un foglio bianco
un foglio bianco è tutto quello che sta dietro al foglio. è la paura di un segno tracciato male, di un errore di ortografia a penna, di andare fuori tema, è la possibilità di tutte le possibilità, tutte quelle che scarterò, e la peggiore, la possibilità che il foglio rimanga bianco.
davanti al foglio bianco cerco di togliermi i miei cliché di dosso e rimanere con nient'altro che me stessa da scrivere.
distratta dalla musica. distratta dalla sigaretta. dal mio ultimo primo amore. dal mio eroe della settimana. da una valigia. da un paio di occhiali rotti. da un'emozione appena accennata da enfatizzare. dalla stanchezza. dall'ozio. dai soldi che mancano. da te, santo cielo. oh, quanto, da te. dal frigorifero. dal lavoro. da una maglietta logora da cui non posso separarmi. dalla famiglia. dal telefono che suona. da quello che non suona. dai soliti pensieri. dallo specchio. dalla facilità con cui posso dimenticare tutto per mezzora premendo play. dalla scomodità. da una giustificazione firmata. dal freddo.
rileggo. queste parole avranno senso per qualcuno, oltre che per me? avranno senso per me, domani? ne hanno, anche solo adesso?
cancello. la consegna era? "tema libero".
ah, eccolo di nuovo, il foglio bianco. se solo avessi un titolo, un argomento. ma come fanno tutti gli altri? se lo sono trovati per caso sulla strada?
da piccola ho letto questo libro, c'era un bambino che andava in giro e chiedeva a tutti quanti "chi sono?". per esempio andò dalla mamma e le chiese: "chi sono?", e la mamma: "sei mio figlio". "sono un figlio", ripetè il bambino. poi alla maestra "chi sono?", e la maestra: "sei un alunno". "allora sono un figlio e un alunno", disse il bambino. poi andò dal pasticcere a comprare le caramelle, "chi sono?". "sei un cliente". "sono un figlio, un alunno e un cliente", pensò. poi incontrò il suo amico: "chi sono?". "sei il mio amico", "sono un figlio, un alunno, un cliente, un amico". a sua sorella: "chi sono?", "sei mio fratello e sei un po' stupido", "sono un figlio, un alunno, un cliente, un amico, un fratello, uno stupido". e così via. a tutti quelli che incontrava faceva la stessa domanda, e alla fine la sua lista era così lunga che dovette scriverla per non dimenticarsela.
c'è qualcosa di molto importante in questa storia che ha a che fare col mio foglio bianco. come mi hanno chiamata nella mia vita? figlia, alunna, cliente (poco, forse solo il pasticcere!), amica, sorella, stupida, amore, stronza, tata, coinquilina, signorina, ehi tu, bellissima, sfigata, giornalista (ad un paio di conferenze stampa...avevo il cartellino!), cameriera, ubriaca, filosofa (ce n'è di pazzi in giro), aiuto, conto numero xyz, cuoca, babba (e va bene...), una scopata, matricola, poupie, confidente, segretaria, artista, portaborse, iiiiiiiii, lettrice, una frana, anche un genio però (ho avuto qualcuno che mi ha guardato vedendo in me quello che avrebbe voluto vedere in sé), potrei continuare...
tutti i modi in cui mi hanno chiamata sono titoli di un tema.
ma al foglio bianco non basta. questo è un tema libero.
mercoledì 23 aprile 2008
capisci di non avere una vita sociale...
martedì 22 aprile 2008
via sangallo, 10
vivo in quello che è un incrocio tra un centro sociale e una casa d'appuntamenti. anche se ufficialmente siamo solo 3 coinquilini, la casa ha adottato un numero imprecisato di amici che riempiono le nostre vite e le nostre stanze. una volta che la casa ti adotta, appendi una foto sul portafoto e fatti vadere spesso, in alcuni casi è compreso nell'accordo un appuntamento con un coinquilino a caso, una cena, o più probabilmente un caffè in una giungla di piatti non lavati, lattine di coca cola mezze vuote, bottiglie di birra quasi completamente vuote, cartoni per la pizza senza più pizza, e dispensa che più vuota non si può. ma la casa sarà piena e questo basterà.
mediamente calpestano il pavimento di 50 metriquadri scarsi 4/5 persone. questo vuol dire che l'unico modo per stare soli con se stessi è chiudersi in bagno (e nemmeno lì è tanto sicuro).
ma stasera...posso girare nuda per casa (per qualcuno la nudità pubblica non sarà un problema, ma...), mangiare biscotti e latte per ore mentre guardo sex and the city sul divano fino alle 2 con la musica di sottofondo e le finestre aperte, e scrivere questo post dalla mia tana, il mio letto, senza preoccuparmi di disturbare la coinquilina. la cosa più incredibile di tutte è il silenzio: stasera si sente solo il mio respiro.
e posso godermi tutto questo col sorriso sulle labbra, perchè una notte mi basterà per sentire di nuovo la mancanza di tutto il resto... il casino, le mutande di tuma, le risate, tutto, insomma, tutte quelle cose troppo intime o banali per essere elencate in un blog che leggeranno decine di persone, ma che riempiono la mia quotidianità e che hanno reso quest'inverno così colorato.
martedì 15 aprile 2008
italia: ON SALE

ci aspettano 5 anni di berlusconi, perchè c'è poco da illudersi, se non potrà piegarli, li pagherà.
non mi resta che pensare che silvio sia molto scaltro, e allora buon per lui, si è conquistato il diritto di fare ciò che vuole con questo paese: vendere le coste, privatizzare i servizi, impegnare le risorse in Grandi Opere come il ponte sullo stretto di messina, trasformare un grafico di bilancio in un picasso, e venghino signori, perchè tutto ciò sarà ben ricompensato, pane e circo per tutti, anzi, circo per tutti, niente pane tutto l'anno, ma caviale in dono a natale, con gli auguri del vostro beneamato presidente.
la peggiore cosa che si può fare in una democrazia, è sottovalutare la stupidità.
e io t e m o.
mercoledì 9 aprile 2008
il sonno se n'è andato e non tornerà
un vetro da cui guardare
il silenzio fermo della città
E ti vorrei chiamare
si però a quest'ora ti arrabbierai
e poi per cosa dire
a metà io so che mi bloccherei
Perché non è facile
forse nemmeno utile
certe cose chiare dentro poi non
escono, restano, restano
Vorrei dirti, vorrei...
e basta. che nessuno induca che segue il resto della canzone perchè quello che volevo dire finisce qui.
davvero.
il resto del testo al momento non mi appartiene.
lunedì 7 aprile 2008
C'era una volta Melina. Se ne stava su un muretto sotto al melo, sdraiata sulla pancia, a guardare le formiche in fila prima di un temporale. Poi cominciò a piovere e se ne tornò a casa correndo. Era tutta bagnata e i vestiti erano pesanti, ma non importava. La mamma rise, la asciugò e le diede un pigiama.
La casa sapeva un po' di legno e umido. Non c'era il riscaldamento, tranne due stufette elettriche con le serpentine che diventavano arancioni col calore. A Melina piaceva vederle cambiare colore, e le spegneva e riaccendeva continuamente finché una non si ruppe. Melina diede la colpa al gatto. La mamma non le credette ma Melina non lo sapeva. Pensava di essere furba. Comunque un po' le dispiaceva di aver rotto la stufetta.
In quella casa pioveva dentro dalle finestre. Melina non capiva perché la mamma impazzisse dietro a queste cose. Il papà era più saggio, lasciava che piovesse. Come se si potesse fermare la pioggia! Dopo un po' anche la mamma si calmava e smetteva di insultare la pioggia e la casa. Il papà faceva il té. Evviva la furia degli elementi! La casa aveva un po' un odore umido, ma se Melina si arrampicava sulla finestra, che vista ragazzi. Tutta la città era ai suoi piedi. Senza dubbio questo contava molto più di un paio di pozzanghere in soggiorno.
Un inverno faceva più freddo del solito, allora il papà montò una stufa a gas che teneva tantissimo caldo. Vicino alla stufa c'era una vecchia poltrona arancione e una lampada da lettura. Tra la cucina e il soggiorno c'erano 2 piastrelle. Dalla poltrona Melina sentiva la mamma che lavava i piatti e cucinava, e gli piaceva più che guardare le formiche. La casa era tutta piena della mamma. Lei profumava di biscotti. Non che cucinasse biscotti come le mamme antiche, era semplicemente il suo odore.
In casa i cassetti non avevano pomelli, e bisognava aprirli facendo leva con qualcosa, coltelli, forbici, cacciaviti eccetera. La mamma e il papà avevano tolto i pomelli quando Melina era piccola perché non li aprisse e non tirasse fuori cose pericolose come coltelli, forbici, cacciaviti eccetera. C'erano davvero un sacco di cassetti. Quando Melina fu abbastanza grande da aprirli facendo leva eccetera, si divertiva a curiosare tra i quaderni della mamma e gli oggetti misteriosi del papà. Melina sospettava che il papà fosse un mago o qualcosa del genere, forse un eremita (Melina aveva sentito questa nuova parola alla tv e anche se non ne conosceva il significato, le sembrava che suonasse bene), perchè conservava cose esotiche e potenti come scatole d'argento, drappi di stoffa strappata in chissà che avventura, tubi pieni di liquido oleoso con una bolla d’aria che andava su e giù a seconda di come li mettevi e libri... tantissimi libri ovunque.
Un giorno Melina stava cercando i segreti dei cassetti e trovò questa foto. C’era la mamma. Era sicuramente lei...anche se molto, molto più giovane, aveva la stessa faccia, non si discuteva. Sul papà non era così sicura: sul suo mento c’era tanta di quella barba che sembrava una maschera di carnevale. Eppure qualcosa nella posizione di quel ragazzo diceva che doveva trattarsi del papà. Erano seduti sul muretto di una casa con altri ragazzi. Le foto sono animali bizzarri. Ti fanno vedere una cosa illudendoti di essere obbiettive. Invece tu vedi quello che vuoi. Sono più furbe di noi. Poi congelano un istante per sempre (o almeno fino a quando non finiscono sgretolate dal tempo) e quando le guardi puoi rivivere quell’ istante, ogni volta. Puoi entrare nella foto e proiettarti in un mondo in bianco e nero, in un tempo in cui forse non eri neanche nato, ma che è vivo e presente come se la foto fosse una porta per un universo parallelo che esiste proprio in quel momento. Melina pensava queste cose mentre guardava la foto e scopriva che i suoi genitori erano in effetti esseri umani che prima di essere genitori erano stati ragazzi e si arrampicavano sui muretti.
C’erano molte altre foto, alcune ritraevano bambini sconosciuti oppure Melina da piccola, altre lupi, orsi, falchi, altre ancora paesaggi lontani, la nonna o lo zio (il fratello del papà), ma erano tutte molto meno interessanti della Foto Del Muretto.
C’era un sacco di magia in quella casa. Nelle foto, nei cassetti, nelle centinaia di migliaia di pagine solcate da milioni di caratteri neri, negli armadi così grandi che ti ci potevi sdraiare dentro, nel ripostiglio segreto sopra il bagno, sulle scale, sotto al tavolo, ovunque.
A proposito degli armadi. Era dicembre e tutta quella faccenda dei regali si stava avvicinando. Ogni anno era una caccia al pacchetto. Quell’ anno Melina trovò i regali nell’armadio con considerevole anticipo ed esigette che fossero messi subito sotto l’albero, dove poteva ammirarli e tastarli per indovinarne il contenuto. La mamma non era contenta perché occupavano tanto spazio. Melina smise di credere a Babbo Natale, e pensò, con quella gran soddisfazione tipica delle vittorie della ragione sulla superstizione, “Come Volevasi Dimostrare”. Aveva 5 anni.domenica 6 aprile 2008
sabato 5 aprile 2008
venerdì 4 aprile 2008
BUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
sono disperata! sono andata a tagliarmi i capelli ma...hanno tagliato troppo!!! saranno 5 anni che non ho i capelli così corti... non mi piaccio assolutamente!!!
ho il diritto di frignare per questo motivo? (me lo sto chiedendo sul serio!)
giovedì 3 aprile 2008
sogni - AAA psicanalista o prete cercasi
ma non è solo per la battaglia che siamo lì...voglio salvare la ragazza che è stata rapita dall'esercito. lei è molto importante per le sorti della guerra e per l'umanità intera, l'ultima discendente della stirpe degli unicorni. ma soprattutto, è importante per me. forse un tempo ne ero innamorato...ora però non la conosco, c'è solo qualcosa in me che mi dice che la devo salvare, una sorta di istinto.
lei viene colpita mortalmente, ma mentre il sangue le cola denso dalla ferita sul collo, mi afferra dolcemente senza che io, forte e pesante come un soldato in confronto a una fanciulla, possa opporre resistenza. e nel momento in cui mi tocca, tutto comincia a muoversi al rallentatore. la battaglia che imperversa sanguinosa intorno a noi è quasi dimenticata, un rumore distante, una sinfonia che sfuma nel silenzio per spegnersi. gli attacchi che subiamo vengono respinti senza fatica. è il mio braccio a difenderci, ma io ne sono appena cosciente. tutta la mia attenzione è rapita dalla ragazza, dai suoi occhi vivaci nonostante la fine imminente, pieni di vita, la sua serenità mentre attraverso la pelle mi passa il potere che avrei voluto proteggere nella sua persona, fallendo. sorride, io sperimento con tutti i sensi quello che potrebbe avvicinarsi all'estasi, e sicuramente, mentre lo shock mi sveglia, lei muore.
in una settimana ho fatto tre sogni che hanno uno schema in comune.
3 battaglie, 2 perse guadagnando qualcosa di importante (non l'ho raccontato perché lo schema non mi si era ancora chiarito, ma anche nel sogno dell'assedio ottenevo qualcosa di molto prezioso), e una (quella contro il mare) vinta perdendo qualcosa di importante (e ignoto).
mercoledì 2 aprile 2008
difendersi da un assedio, lezione numero 1
stanotte ne ho avuto una dimostrazione mentre difendevo con i miei compagni la mia città, situata in cima a una collina di roccia circondata da una foresta impenetrabile tranne che per un corridoio di vegetazione.
eravamo solo un manipolo di uomini e non abbiamo avuto scampo contro la flotta giunta dal lago. il buio della notte ha fatto giusto in tempo a diluirsi nell'alba, prima che cedessimo alla seconda tornata di offensori. non ce l'aspettavamo...
AUGURI ELE!
domenica 30 marzo 2008
il cambio dell'ora.
forse questo vale un'ora di sonno in meno! la cosa ingiusta è che cambiano l'ora di domenica perchè tutto il mondo riposa e risentirà meno di questa giornata da 23 ore. tutto il mondo tranne blockbuster. io tra un'ora devo essere al lavoro.
stanotte ho sognato che il mio letto era un vascello nella tempesta, e la stanza era l'oceano e il cielo, grigi da far paura e così vicini e pesanti che quasi si toccavano schiacciandoci, con il vento che sferzava le vele ammainate e animava le cime come serpenti impazziti. le onde erano violentissime e ad ogni fendente ci portavano via carico e uomini, io stessa mi sono salvata per miracolo, abbandonando all'abisso un piccolo ma importantissimo pacco dal contenuto ignoto.
ma nonostante i colori plumbei e la situazione disperata, è stato un bel sogno avventuroso, movimentato, in cui i miei compagni e io abbiamo lavorato sodo per non cedere alla furia degli elementi.
mi piacerebbe lavorare su una nave per qualche mese.
giovedì 27 marzo 2008
martedì 25 marzo 2008
domenica 23 marzo 2008
se farai in modo che io creda in me stessa sarà molto
il mio regno per una notte di sonno
è ambizioso
ora il mio cuore mi tiene sveglia senza pietà
credere in qualsiasi cosa mi basterebbe già, qualsiasi
mi gira la testa
ti prego ti prego non fingere di credere
mi gira la pancia
io so che è un'illusione
mi gira il sangue nel corpo
crollerà e poi ci illuderemo di nuovo
non c'è pace per me stanotte
e ancora
fammi sentire la musica girare la mia pelle dentro se stessa
e ancora
non mi è rimasta altra certezza che la mia pelle
fino a svuotare il mondo di senso
un sorriso disperato
fino a illuderci di illuderci
un bisogno disperato
e nessun dio a cui chiedere aiuto.
giovedì 20 marzo 2008
BRAVA GAIA!
zero errori!
mercoledì 19 marzo 2008
martedì 18 marzo 2008
VADEMECUM PRE ELETTORALE

COMUNISMO:
Hai 2 mucche. Il governo te le prende e ti fornisce un bicchiere di latte al giorno.
FASCISMO:
Hai 2 mucche. Il governo te le prende e ti vende il latte.
NAZISMO:
Hai 2 mucche. Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.
DITTATURA:
Hai 2 mucche. La polizia te le confisca e ti fucila.
FEUDALESIMO:
Hai 2 mucche. Il feudatario prende metà del latte e si tromba tua moglie.
DEMOCRAZIA:
Hai 2 mucche. Si vota per decidere a chi spetta il latte.
DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:
Hai 2 mucche. Si vota per chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte.
ANARCHIA:
Hai 2 mucche. Lasci che le mucche si organizzino in autogestione.
CAPITALISMO:
Hai 2 mucche Ne vendi una per comprare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento.
CAPITALISMO SELVAGGIO:
Hai 2 mucche. Fai macellare la prima ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche. Alla fine licenzi l’operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento.
PECORAROSCANISMO:
Hai 2 mucche. Per rispettare l’ambiente ti impediscono che lo sterco venga smaltito altrove finchè la merda ti ha sepolto vivo.
BERLUSCONISMO:
Hai 2 mucche. Ne vendi 3 alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell’operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche. Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l’opzione d’acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perchè sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio.
VELTRONISMOISMO:
Hai 2 mucche.Tu le mantieni, il governo si prende il latte e ti mette una tassa su: la stalla, la mangiatoia, la produzione. A te rimane lo sterco. Intanto è in approvazione un disegno di Legge sulla tassazione dei rifiuti organici animali.
venerdì 14 marzo 2008
giovedì 13 marzo 2008
AUGURI SHYNE!
(mi sono presa un'insolazione la prima giornata di parco dell'anno...cosa farò a luglio??? VOGLIO LA PELLE NERA!)
tnx to mako per la compagnia, le chiacchere e per capire sempre in modo semplice...
sabato 8 marzo 2008
(e mentre lo scrivo, mi rendo conto che non solo metaforicamente, ma realmente negli ultimi mesi, anni, forse, con poche eccezioni, sono passata davanti allo specchio senza fermarmi, senza guardarmi. che fretta che ho.)
mi sembra di non avere un dannato posto dove andare. voglio stare da sola ma soffro la solitudine come mai in tutta la mia vita, vi stupirebbe sapere quante persone ho intorno, invece. ma non riescono a toccarmi, e io non riesco a toccare loro. è quello che succede quando il freddo viene dal di dentro, invece che dall'inverno come dovrebbe. se un paio di braccia mi riscaldano, si fermano alla pelle. i sensi mi distraggono. le parole, i giochi, i film con gli amici, mi graziano dello scorrere delle ore. quando torna il silenzio c'è di nuovo il ghiaccio e nient'altro.
mercoledì 5 marzo 2008
martedì 4 marzo 2008
ho un nuovo giocattolo!

ho installato skype e potete trovarmi cercandomi come jackilpinguino (ovviamente).
che ridere. la mia voce è davvero tremenda...perché nessuno me l ha mai detto???
ahahahaha
sono tornata da londra. come ho scritto, è stata dura per il mio cuoricino. troppe emozioni, ricordi a valange, persone che mi mancavano davvero tantissimo... è londra e ho detto tutto.
ok è ora di mettersi in pista.
perché ho l'impressione di essere arrivata a un punto cruciale. un punto di non ritorno. un punto e a capo. punto e basta. punto e pasta. punto g (no quello mi sa di no...). punto e croce. punto del discorso. punto dolente. punto cardinale. punto di sutura. punto di rottura. punto morto? di punto in bianco. punto di (s)vista. punto fermo. punto nero. punto franco. buon punto.
insomma devo fare il punto.
giovedì 28 febbraio 2008
giovedì 21 febbraio 2008
"una tequila in cambio del tuo tempo"

martedì 19 febbraio 2008
sabato 16 febbraio 2008
giovedì 14 febbraio 2008
martedì 12 febbraio 2008
la vita è piuttosto cortina per passarla col broncio. è qualcosa di cui mi sono convinta sulla via, non l'ho sempre pensata così; e impararlo mi ha cambiato il carattere, da piccolina ero sempre corrucciata, e il minimo dettaglio aveva l'importanza di una vita intera.
se le cose non andavano come volevo o come avevo pianificato, ne facevo una vera tragedia.
davo agli oggetti un grande valore, ognuno di loro aveva una propria esistenza e un'anima, e ogni perdita equivaleva alla morte. inscenavo un funerale ogni volta che perdevo o rompevo qualcosa. durante la cerimonia disegnavo o rappresentavo in qualche modo l'oggetto perduto, in modo da fissarne x sempre la memoria. di solito scrivevo anche 2 righe. "al mio caro cappellino perduto per sempre per colpa mia". quella volta disegnai il mio cappellino abbandonato su una panchina perché non lo trovavo più ed ero convinta di averlo lasciato ai giardinetti (lo trovai qualche giorno dopo in fondo all'armadio). celebravo questi riti da sola, non mi importava che qualcuno assistesse, nemmeno i miei numerosi amici immaginari. era una cosa tra me e me perché sapevo, anche se ancora non avevo mai formulato questo pensiero, che se avessi ricordato quella cosa non l'avrei perduta fino in fondo.
ero una perfezionista. lo sono ancora, e se una cosa dipende da me, cerco di farla in modo che corrisponda il più possibile a quello che ho in mente. ma da bambina non ammettevo errori, e che lavorassi da sola o collaborassi con altri, il risultato doveva corrispondere ai miei criteri di perfezione (a meno che non mi annoiassi e lasciassi perdere). naturalmente c'era una ed una sola via per ottenerli: la mia (devo ammetterlo, però: ancora oggi, sono poche le volte in cui la via di qualcun altro mi appare migliore di quella che seguirei io stessa. ad esempio, sto cercando di insegnare a mia mamma come fare il puré, e credo che questo sia molto seccante per lei). se una cosa non veniva fuori perfetta, tanto valeva buttare via tutto e dedicarsi ad altro, o più spesso, mettere il broncio per la delusione.
ho sempre avuto molto chiara l'idea di cosa fosse giusto e sbagliato. ora vi direi "cosa fosse giusto e sbagliato per me", ma da bambina quel "per me" non aveva senso. Giusto e Sbagliato erano due entità concrete e reali quanto me, anzi, anche di più, due divinità presenti in ogni singolo atomo dell'universo (grazie a mio papà, ho scoperto molto presto che esisteva un universo e che con ogni probabilità era fatto di atomi, anche se non riuscivo a vederli; e d'altronde, da che mi ricordo, non ho mai avuto difficoltà a credere che le cose potessero esistere anche fuori dal mio campo visivo). Giusto e Sbagliato. le cose della vita si dividevano in queste due categorie. niente da obbiettare alla prima; quelle della seconda mi contrariavano enormemente. mi comportavo di conseguenza e dagli altri mi aspettavo esattamente lo stesso atteggiamento semplicemente perché secondo me era l'unico sensato. ero già platonica, e nemmeno avevo mai sentito parlare di platone.
lunedì 11 febbraio 2008
grrrr :(
poi questa cosa delle mestruazioni è una fregatura. voglio dire, nella dicitura "partorirai con dolore" non figura anche il fatto di soffrire per un sesto della nostra vita (mediamente). doveva essere una di quelle clausule in piccolo...
giovedì 7 febbraio 2008
21, nonsense e tutto il resto
verde grazie.
non lo sai chi è morto?
nuvoloso fino a lunedì.
soltanto mezza tazza grazie (e la marmellata sul naso)
sei un nerd.
quater, neuf, set com i nani, MURA!
ma dov'è gianluca?ah eccolo!era nella scatola comoda. mica scemo.
e intanto jack rimugina.
ho imparato un gioco nuovo: 21.
si devono dire i numeri in sequenza da 1 a 21. ogni giocatore può dirne al massimo 3 a turno. il giocatore che arriva a 21 beve, poi sostituisce un numero con una parola/frase/verso a sua scelta (ad es: sostituisco il numero 5 con "mura"). e si ricomincia, solo che al posto di quel numero bisogna dire il sostituto (...4, mura, 6...). scopo del gioco è dire tutta la sequenza di sostituti senza interruzioni. ogni volta che uno sbaglia beve, e il giocatore seguente ricomincia. io sono davvero una chiavica. il migliore è stato carlo (ha sbagliato una volta), seguito a ruota da ian che però nn aveva bevuto granchè perchè è arrivato a mezzanotte. anche laura si è difesa benone, e niente da invidiare ai ragazzi in quanto a capacità (la capacità è il volume interno di un corpo... da riempire con liquidi come birra, vino ecc.).
ecco cosa ne è uscito.
-bottiglia
-era meglio morire da piccoli
-scorfano
-bergamotto
-mura
-scegligesù
-polpette
-abbarbicato
-pantagruelico
-undici
-stocastico
-pterodattilo
-chissà se socrate si sta facendo un cicchetto
-venti
-soltanto mezza tazza
-burp!
-due
-facciamo frasi brevi
-corrucciato
-tuttigliuominisonomortalisocrateèunuomosocrateèmortale (stasera a socrate fischiano le orecchie)
-bevo
mercoledì 6 febbraio 2008
sessione di cucina pesante in via sangallo 10. guest star: lucio.
punteggio finale:
1) torta di gaia 10
2) frittelle della bi (preparate da lucio e ire) 7+
ma mi sento di dire che non ci sono perdenti in questa gara...perchè alla fine mangiano tutti!
lucio ha lasciato qui il suo orologio e io l'ho preso in ostaggio. mi piace tenermelo addosso: è di lucio! se lo rivuole, deve assaggiare una frittella. e qual'è la magagna, direte voi? beh...
e se si trattasse del preparato x frittelle cameo?...
e se lucio avesse voluto controllare la data di scadenza?...
e se io, invece, non gliel'avessi lasciato fare, pensando che era molto + divertente cucinare prima, controllare poi?...
e se...
domenica 3 febbraio 2008
il gusto essere multietnici.
reca una testa di moro sull'insegna, e a caratteri cubitali il nome del locale richiama suggestivamente sapori speziati e i colori caldi del continente africano..
entri, e uno stuolo di cortigiani cinesi ti danno il benvenuto.
il menu presenta specialità italiane di mare e di terra, pizze, vini tipici dei colli piacentini.
il logo sul menu, la solita testa di moro, è molto bello. sicuramente stampato da una tipografia di classe. il nome del ristorante, "il MOLO", è inciso in finissimi caratteri dorati.
"salve, vollei stampale il nome del mio listolante sulla copeltina del menu."
"certamente. come si chiama il ristorante?"
"il molo"
"il molo?"
"no, non molo, molo!M-O-L-O..."








