current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

sabato 29 settembre 2012

centotrentaseiesimo giorno di imbarco, sullo sfondo il profilo disordinato di Barcellona dietro una cortina di pioggia



Telegrafica per temporanea intolleranza computer causa sovraesposizione stop
Collega Eva sbarcata stop
Rimasta sola lavoro per due stop
Oggi 14,5 ore lavoro non-stop stop
Rimproverata per bad attitude da hostess insicura che piange se non coccolata stop
Responsabilità adrenalina velocità mi piace stop
Buonanotte stop

sabato 22 settembre 2012

Centoventinovesimo giorno di imbarco – Marseille


È stata giustamente richiesta la mia presenza da queste parti, ed eccomi qui. Mi rendo conto che con questa discontinuità narrativa vi sarà difficile seguirni, perciò farò del mio meglio per farvi un breve resoconto della settimana appena trascorsa.

Vi ho lasciati alle porte del Mediterraneo. Cadiz, Malaga, Barcelona, Palma de Mallorca: si scrivono così, ma si leggono mare, Sole, spiaggia, sangria, tapas, abbronzatura, chitarristi spagnoli per le strade, profumo di sale, cocco e burro di cacao. Sole, soprattutto Sole, un Sole quasi africano che, dopo mesi di pallida luce scandinava, è accecante per gli occhi e per la mente. L’estate ritrovata ha agito come una droga sui membri dell’equipaggio, provocando per 3 o 4 giorni una persistente e diffusa euforia, accompagnata da un’epidemia di canti e danze ovunque possibile – il crew party (che il Cappellano organizza ogni settimana al fine di scaricare l’energia in eccesso) è stato particolarmente selvaggio, culminato, con mia grande soddisfazione, in un sorprendente giro di rock che ha scaldato gli animi troppo a lungo esposti a salsa, bachata e danza kuduro. 

(Curiosamente, mentre vi scrivo è appena iniziato l'autunno, il cui arrivo è passato completamente inosservato da queste parti)

Gli agenti atmosferici sono tra gli aspetti più interessanti del viaggio per mare, specialmente se si ha la fortuna di attraversare diverse latitudini (anche le longitudini hanno effetto sul tempo, ma quello cronologico, e per i marinai sono fonte di equivoci o seccature). Dopo la meraviglia delle lente giornate infinite e del tramonto infuocato di mezzanotte al largo della Norvegia, sono rimasta letteralmente senza fiato immersa nella totale oscurità della notte atlantica in Portogallo: buio, buio come non si può immaginare, così buio da non poter distinguere il mare dal cielo; così buio che la luce prodotta dai fari della nave è appena sufficiente a penetrarlo per qualche metro, per poi esserne inesorabilmente inghiottita. Al di la della schiuma prodotta dal moto della nave non vi è nulla, come se stessimo navigando nello spazio profondo, nel vuoto, in un universo di velluto nero. Questo genere di buio non si trova dalle nostre parti, o almeno, io non l’ho mai visto in Italia, nemmeno tra le colline semideserte del piacentino o dell’appennino toscoemiliano, né più a sud, né al mare, né in montagna, mai. È un buio che fa male agli occhi. Li apri, ma non succede niente. Allora li sgrani ancora di più, inutilmente, roteandoli in modo incontrollato alla ricerca di un oggetto dove posarli, come un assetato in cerca di una fontana. Fa male agli occhi e da l’impressione di essere ciechi (o almeno, quello che posso immaginare significhi essere ciechi). E ancora, tra le meraviglie del cielo: ho visto una cometa incendiare letteralmente la volta celeste e ho guardato il Sole tramontare; non un semplice tramonto, ho visto effettivamente il Sole nell’azione di tramontare – nel giro di pochissimi secondi, lo spicchio visibile della nostra stella si rimpicciolisce sempre di più fino che l’orizzonte lo inghiotte del tutto, così velocemente che non faccio in tempo a formulare nella mia testa il pensiero compiuto – per diversi secondi lo stupore mi preclude il senso di quello che sto vedendo.
Un vecchio disegno che ho fatto per Katrine, tempo fa.
Come a lei, ho dovuto e dovrò dire addio a molte persone che
mi hanno accompagnato. Nel momento in cui ho realizzato
questa cosa in profondità, non ho potuto fare a meno di
allontanarmi un pochino da tutti. Con Eva ci ridiamo sopra:
"Non essere triste per quelli che vanno via", mi dice, "vanno
un posto migliore". "Sì, muoiono!" e giù risate a crepapelle.
Beh, dovete esserci, per coglierne l'ironia...


Il ritorno in patria ha spezzato il ritmo del mio viaggio.

In parte perchè segna la fine del contratto di quasi tutti i miei amici; in parte c’entra sicuramente la visita coniugale, foriera di emozioni forti e contrastanti. In parte, poi, perché da questa settimana facciamo solo minicrociere da 3, 4 o 5 giorni, un ritmo quasi insopportabile per noi lavoratori, specialmente per la tipografia. Per finire, la prospettiva del prossimo mese è per me delle più disperate. La mia collega sbarca il 28 novembre e non mandano nessuno a rimpiazzarla. Un rapido calcolo mi permette di sommare i nostri orari, producendo una stima approssimativa per la mia giornata lavorativa di 16-18 ore. Non mi metto nemmeno a calcolare la mia paga oraria: credo che il dividendo non sia sufficiente a comprare un pacchetto di sigarette da 10.

Le forti emozioni, gli addii, i ritrovamenti e la stanchezza, alla lunga, sono un cocktail anestetizzante: arrivo alla fine della settimana con un unico sentimento di accettazione e indifferenza, che non mi piace, ma almeno mi protegge come una diga dal torrente di lacrime che minaccia di sfondare gli argini.

venerdì 14 settembre 2012

centoventesimo giorno di navigazione, Lisbona


Meravigliosa città! Vista dall’alto sembra l’interno di un geode, con gli edifici colorati cresciuti uno accanto all’altro occupando tutto lo spazio disponibile, i tetti come le punte apparentemente disordinate dei cristalli, a tratti l’aspetto un po’ scrostato delle città di porto – ma appena appena; profumata, vitale – e soprattutto calda, di un caldo secco figlio di un sole intenso come non ricordo di aver mai visto. Sono colpita dall’intensità della luce; o forse è una mia impressione, vuoi perché amo moltissimo questa città (e la bellezza sta negli occhi di chi guarda), oppure perché, semplicemente, nel giro di 72 ore ho viaggiato dal Mare del Nord all’Africa (o quasi). Ora che sono tornata a latitudini più ragionevoli, i miei occhi fanno fatica ad adattarsi, come se bevessero ad un cielo così profondamente azzurro per la prima volta.

Mi preparo. Domani, Cadiz: e poi, durante la notte passeremo nuovamente Gibilterra, ma al contrario, stavolta.

domenica 9 settembre 2012

centoquindicesimo giorno di imbarco - at sea. Delta X-ray


In una piccola città come questa, non succede mai molto: per questo motivo ogni piccolo avvenimento viene avidamente masticato e rimasticato, risuonando di bocca in bocca per molte ore; lo teniamo in vita il più a lungo possibile perché ci strappi alla monotonia di un tempo che scivola via senza lasciare traccia. Qui, infatti, non importano data e ora, è sempre lunedì mattina. Distinguere nella memoria un giorno dall’altro è molto difficile; così, quando accade qualcosa, l’avvenimento si imprime sulla linea del tempo come una pietra miliare, dando volto e nome ad un giorno che andrebbe altrimenti perso nell’anonimato della moltitudine.

Il giorno di oggi sarà sempre ricordato come il Giorno della Falla.

Intorno all’una di oggi pomeriggio il tubo principale per l’approvvigionamento dell’acqua si è rotto in circostanze misteriose, provocando un’emorragia idrica interna che ha allagato i ponti c, b e a nella zona verticale 6, a prua della nave, e causando diversi disagi fino al ponte 3. Dalle scale veniva giù acqua come se fosse un torrente. Lo stato maggiore ha subito ordinato la chiusura delle porte stagne e ha bloccato l’erogazione d’acqua al tubo ferito, per permettere l’intervento dell’Armageddon Team, che, altrimenti, sarebbe stato trascinato via dalla forza dell’acqua che scorreva.

L’Armageddon Team è composto dai Plumbers e dai Firemen, gente tosta piena di tatuaggi, cicatrici e macchie di olio sulla tuta. Li ho soprannominati Armageddon Team perché se ne vanno sempre in giro per la nave in formazione, i leader in testa, la squadra appena dietro, come guerrieri che hanno eletto i propri capi tra pari, col passo elastico di Bruce Willis e della sua squadra di trivellatori di asteroidi; sono loro che intervengono in caso di reale problema (un problema, cioè, che non coinvolge menù, insalatine o polli con crisi di identità). In genere non fanno gran che; e questo è un buon segno, perché significa che non ci sono problemi. Il mio amico Chief Plumber sta spesso a fumare allo smoking point giocando con una catenella, di quelle che si trovano attaccate al tappo del lavandino, arrotolandola e srotolandola intorno a un dito. Quando gioca con la sua catenella vuol dire che va tutto bene. È ormai un codice consolidato, e se mi vede nei corridoi la tira subito fuori per segnalarmi la normalità della situazione. È in generale molto lento in tutti i suoi movimenti e trasmette un’aria di grande tranquillità, nonostante la faccia da brutto ceffo che si ritrova. Oggi, l’ho visto correre. Correva tutta la squadra – era quindi evidente che ci fosse un problema che richiedeva l’intervento dell’Armageddon Team!

Niente paura: i nostri eroi hanno liquidato la questione nel giro di mezzora, lasciando campo libero all’esercito dei Crew Steward che si sono occupati dell’asciugatura (ci sono rimasta di sasso quando ho visto che aspiravano l’acqua con gli aspirapolvere...).

Qualche ora dopo ho incontrato il mio amico Chief Plumber allo smoking point, tutto intento ad arrotolarsi la catenella intorno al dito. Tutto a posto!
Mi ha raccontato del tubo e mi ha detto che quello che a me sembrava un fiume in piena, era in realtà una cosa da nulla. In una lingua a metà tra inglese, bulgaro e italiano, mi ha detto che “If the water comes from up, no interes! If it comes from down, then, uhhh!”

sabato 8 settembre 2012

centoquattordicesimo giorno di imbarco - goodbye my beloved magic copenhagen

da circa 5 ore siamo di nuovo in viaggio verso il mediterraneo. sono passati più di tre mesi da quando ho lasciato la terra natia, dove il mio corpo fanciullesco giacque, e sapere che presto tornerò in luoghi familiari, dove poter ordinare una pizza, comprare il mio dentifricio, o semplicemente non fare diecimila calcoli per capire quanti euro sto spendendo per un pacchetto di gomme, mi rilassa molto. ma la scandinavia mi mancherà, e copenhagen... beh, una storia d'amore non finisce per una mera questione chilometerica, e io mi sono innamorata di questa città, dei suoi profumi, dei suoi angoli, dei suoi caffè, le sue piazzette, i suoi colori, la musica che si sente dappertutto, la magia che sembra accadere non appena i suoi confini mi abbracciano.

a presto allora, mia amata! non dimenticarmi!

a proposito di amore, oggi eva ed io abbiamo ricevuto in ufficio un mazzo di fiori, anonimo. chi mai potrà essere stato? l'engine dpt? il ladro del cappello, per farsi perdonare? un ammiratore segreto? chissà se le prossime puntate sveleranno il mistero...

venerdì 7 settembre 2012

Centotredicesimo giorno di imbarco, Oslo – Goodbye Norway

A cavallo del fortunadrago
con Manu e Mau (dietro l'obbiettivo)
a spasso per la Norvegia


Ultimo giorno in Norvegia, e, beffa del fato, oggi a Oslo c’erano il Sole e una ventina abbondante di gradi. Eva ed io abbiamo salutato come si conviene questo meraviglioso Paese, che ci ha fatto da rifugio per 3 mesi: pranzo a base di salmone norvegese e sidro di pera, sedute al porto, ad un delizioso tavolino proprio sul mare. Ora mi trovo di fronte ad un angoscioso dilemma: non so decidere se preferisco il sidro di pera o quello di mela.

Domani dico arrivederci alla mia Copenhagen, dopodiché parte la traversata che, nel giro di 10 giorni, ci riporterà in mari nostrani.

Il mistero del cappello scomparso – epilogo, ovvero:
♪ “the Hat came back, the very next day”

L’aver ricostruito la vicenda del cappello per come poteva, con ogni probabiltà, essere andata, mi aveva portavo a metà nella risoluzione del caso. Non restava che ritrovare l’oggetto in questione: al riguardo avevo fatto però tutto il possibile. Mi concessi una pausa ristoratrice al Crew Bar, fiduciosa che i miei informatori avrebbero battuto i bassifondi della Città Galleggiante fino all’ultimo vicolo puzzolente.

Il mattino seguente venne troppo presto. Mi diressi in tipografia con gli occhi ancora a mezz’asta, in uno stato appena presentabile, con la solita bozza e il solito thermos di caffè. Non feci in tempo a buttare giù il primo sorso, che A., uno degli steward, si presentò con il mio cappello vagabondo. Non volle dirmi dove l’avesse trovato, né io insistetti per saperlo: come insegna il grande Holmes, meglio non indagare troppo sui metodi dei propri informatori, se si desidera mantenerli. “I picked it from somebody’s head”, si limitò a dire, lasciandomi nel dubbio de intendesse realmente somebody’s head o piuttosto some body’s head.

Così il circuito era chiuso, e il cappello era tornato nella sua posizione originale, dopo aver percorso strade e vissuto avventure che, probabilmente, non conosceremo mai. Restava solo una cosa da fare: D. non avrebbe affrontato la Legge, ma il suo gesto non sarebbe rimasto impunito. Evitò il più a lungo possibile di venire a trovarci, ma alla fine non potè più rimandare, e venne, più silenzioso del solito, per raccogliere i suoi dannati flyers.

“Ah, D., you know what? The hat came back.”
“Really? How?”
“I told some friend the whole story and one of them brought it back to me, after he found it in the garbage area.”
“In the garbage area?”
“In the garbage area.”

Silenzio. Non potevo perdere quell’occasione: era come giocare al gatto col topo.  
“I think that the thief realized we knew it was him, and decided to get rid of the hat. Because, you know, we know who took it”.
“Yes?”
“Yes.”
La sua vocetta acuta si era fatta stridula, e dovette accorgersene, perché tacque per parecchi secondi. Poi tastò di nuovo il terreno.
“My wife lost 3 pairs of shoes when she disembarked”
“Oh, but I didn’t lose it, did I?” ripresi, con gli occhi piantati nei suoi.
D. tacque di nuovo e lasciò l’ufficio senza sapere più dove guardare.
Poveretto. Non dev’essere piacevole sapere che d’ora in avanti, ogni giorno, non perderò occasione di ricordargli la propria stupidità.

giovedì 6 settembre 2012

centododicesimo giorno di imbarco - il mistero del cappello scomparso


Tutto iniziò quando J. mi regalò un cappello da cowboy scovato tra gli scarti di magazzino. Era un bel cappello, un po’ largo forse, ma perfetto per le mie serate a tema. Quella sera avevo un sacco di lavoro. Al momento del regalo la tipografia era gremita di gente – tutti volevano qualcosa da me, e non riuscii nemmeno a trovare il tempo di sfilarlo dalla plastica trasparente in cui era avvolto. Lo appoggiai su una mensola sopra la scrivania, tra i dizionari e le pile di documenti da spulciare.
Terminate le incombenze della sera, lanciai in giro una rapida occhiata e mi accorsi che non era venuto nessun a ritirare il materiale che avevamo stampato per l’House Keeping. Sfinita, senza più la forza di aspettare, lasciai la tipografia aperta e tornai in cabina, dove mi addormentai quasi subito guardando l’ultimo episodio di una saga famosa ai miei tempi, Ritorno al Futuro 3, abientato nel vecchio West dove tutti indossavano cappelli come quello che si trovava sullo scaffale sopra la mia scrivania, tra i dizionari e le pile di documenti, ancora avvolto nella plastica.

La mattina seguente entrai in ufficio alla solita ora, col solito thermos di caffè bollente in una mano e la solita bozza del giornale del giorno dopo nell’altra, non pronta ma rassegnata ad iniziare una nuova, faticosa giornata. La tipografia era ancora deserta – sono la prima ad arrivare – e i flyers per l’House Keeping erano stati portati via. Accesi la vecchia carretta che fanno passare per computer e attesi, consumando la mia colazione in un rilassato e prezioso silenzio. Non me ne ricordai che dopo alcuni minuti, quando il caffè cominciava a fare effetto ripristinando le sinapsi tra le mie cellule cerebrali: là dove avrebbe dovuto trovarsi il cappello, tra i dizionari eccetera, si trovava invece un vuoto eloquente. Il cappello era sparito.

Per prima cosa mi feci prendere dallo sconforto che di norma mi affligge quando perdo qualcosa, specialmente se di valore affettivo. La giornata iniziava male. I miei due colleghi e compagni di sventura, E. e M., non ne sapevano niente, e cominciammo a fare delle congetture. Dove poteva essere? Io ero assolutamente certa di non averlo portato fuori dall’ufficio; d’altronde, chi poteva essere entrato? Solo qualcuno con una ragione precisa per entrare. Nessuno sapeva che l’ufficio non era chiuso a chiave, tranne l’House Keeping, per via dei flyers da ritirare. Non volendo puntare il dito contro nessuno (e ritenendo l’accusa troppo assurda per essere presa in considerazione) lasciai fluttuare l’ipotesi qualche secondo fino a che non venne completamente risucchiata dai condotti di riciclaggio dell’aria, per liquidare poi l’intera vicenda in favore di cose più urgenti: la mia bozza, dimenticata sulla scrivania, gridava all’abbandono di minore.

Ma non riuscivo a togliermi dalla testa la faccenda del cappello. Chi mai poteva fare una cosa del genere? La tipografia non si trova in un luogo di passaggio. La porta era chiusa, anche se non a chiave, e nessuno avrebbe potuto passare lì davanti ed essere tentato di entrare per chissà che misteriosa ragione. Non aveva senso. C’era un’unica possibilità: qualcuno era entrato per cercare del materiale stampato, e, una volta dentro, aveva colto l’occasione per rubare il cappello. Probabilmente l’aveva già notato la sera prima, nel momento in cui J. me l’aveva portato. La plastica trasparente lo avvolgeva in modo da non renderlo immediatamente riconoscibile, e bisognava sapere che cosa ci fosse dentro – nessuno si sarebbe preso la briga e il rischio di ravanare in un sacchetto senza conoscerne il contenuto.

Questi pensieri mi giravano ancora in testa quando D., Assistant House Keeping Manager, comparve sulla soglia della tipografia, alla ricerca di altro materiale vomitato nel frattempo dalle macchine fotostampatrici.
“Oh, D., you know what happened tonight?”, cominciai, senza sfumatura di malizia, “somebody stole my hat”.
Non feci in tempo a finire la frase che lo sguardo del mio interlocutore scattò verso il luogo dove l’assenza del cappello troneggiava eloquentemente, sullo scaffale, tra i dizionari e i documenti da spulciare. Ma io non avevo indicato il luogo dove il cappello avrebbe dovuto trovarsi; D. doveva per forza saperlo per conto suo, dalla sera prima, forse. Si tradì definitivamente esibendosi, con un mezzo sorriso che lì per lì non riuscii a decifrare, in una sequela di domande e ipotesi una più stupida dell’altra, di che colore era il cappello? e di che tipo? e dov’era? forse l’avevano preso gli ispettori della sicurezza?
D. non si era ancora chiuso la porta alle spalle, che io, incrociando lo sguardo di E., capii che stavamo pensando la stessa cosa. I casi erano due: o D. non aveva mai visto il cappello, e allora le sue domande avrebbero avuto senso, ma non avrei saputo spiegare come mai avesse guardato così chiaramente verso il famoso scaffale; oppure D. sapeva del cappello, ne conosceva l’esatta ubicazione e di conseguenza anche l’aspetto, e sarebbero state le sue domande a restare inspiegate. Conclusione: D. aveva preso il cappello, oppure sapeva chi era stato, ed era stato presente al momento del furto.

Incredibile. Tra tutte le persone a bordo, di D. non avrei mai sospettato. Così... adulto, così rispettabile, in una posizione di responsabilità, correre un rischio del genere per un cappello da cowboy. L’ipotesi abbozzata quella mattina, uscita per il condotto di riciclaggio dell’aria, era rientrata prepotentemente dalla porta, scrollandomi di dosso la mia ingenua ottusità che tanto spesso veniva canzonata dai miei colleghi: “Tu ti fidi sempre troppo!”. Ma santissimo il cielo. Stiamo parlando di un cappello, non di una tiara di diamanti. E comunque, chiamatemi ingenua, ma certe cose in testa non mi ci si ficcano proprio. Persino dopo che D. si era tradito così palesemente, l’assurdità della situazione non cessava di sorprendermi, soppiantando la tristezza per la perdita del regalo.

La giornata proseguì regolarmente. Badai a raccontare l’accaduto ai miei amici più stretti – non avevo alcuna prova, ma almeno il mio gruppo doveva sapere con chi abbiamo a che fare; la vita di bordo è un gioco a squadre. Il mio spirito di competizione fa schifo, ma almeno compenso con quello di solidarietà.

Finalmente, con il giornale ormai stampato e consegnato, i flyers ritirati, gli archivi aggiornati e le carte in ordine, chiusi l’ufficio – questa volta a chiave – mi concessi una lunga doccia ristoratrice e mi diressi lentamente verso il Crew Bar. “Beer me up, Jeremy”, feci al barman che asciugava un bicchiere con il suo canovaccio da barman. Lasciai che il liquido mi lavasse la tensione della giornata, con i gomiti pesantemente appoggiati al bancone.

Qualche minuto dopo mi raggiunsero R. e A., due ragazzi della Security, tipi in gamba, indiani, molto tranquilli, due che non diresti mai che potrebbero fare i Security; al massimo i poliziotti di quartiere, di quelli che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada. Raccontai loro brevemente la vicenda – omettendo il coinvolgimento di D. per mancanza di prove – e A. mi rispose che sì, aveva visto un cappello da cowboy nella garbage area, appoggiato sulle casse di legno affianco agli armadietti degli stewards! Mentre mi precipitavo a controllare pensavo che D. doveva essersi accorto di essersi tradito, e per non rischiare aveva abbandonato il cappello alla prima occasione disponibile. Ma una volta giunta sul luogo del ritrovamento, non vidi nulla che assomigliasse al mio cappello. Tornando indietro incrociai l’esercito dei Crew Stewards impegnati in un meeting informale in mezzo al corridoio, con il loro capo R. intento alla perfetta esecuzione di una mossa di break-dance, la testa sulla moquette e i piedi in aria in una posa plastica. Sono loro che si occupano della manutenzione dell’area Crew,  si intrufolano ovunque, nelle cabine, nei corridoi, negli uffici; sanno sempre tutto. R. è amico mio, non abbastanza da informarlo a proposito di D. ma abbastanza da volermi aiutare. Uno dei suoi ragazzi, in effetti, aveva trovato un cappello da cowboy nella spazzatura (per fortuna tra la carta e il legno). Ritenendolo troppo bello per venir sminuzzato dal tritarifiuti e divenire cibo per pesci, l’aveva raccolto dal bidone e appoggiato sulla famosa cassa di legno, affianco agli armadietti, proprio dove A. mi disse di averlo visto. Mi accompagnò nuovamente sul posto, ma il cappello, come già avevo notato, era nuovamente sparito.
Questa, finora, è la storia del cappello scomparso, che sta passando di mano in mano per tutta la nave e forse potrebbe raccontare questa storia da un altro punto di vista. Chissà se tornerà mai in possesso della sua legittima proprietaria?

mercoledì 5 settembre 2012

centoundicesimo giorno di imbarco - Goodbye Bergen

Ufficio Picasso
 Tranquilli: ho avuto la meglio sulla tempesta. Altro che Conrad. Non siamo nell’Oceano Indiano, non siamo su una bagnarola che trasporta centinaia di clandestini cinesi, non siamo nell’800, ma anche noi abbiamo avuto il nostro Tifone – o quasi – e ci stiamo preparando ad affrontarne un altro! Anche stanotte, infatti, si prevede un bel charleston marinaro. Posso dire con una punta di orgoglio che non soffro particolarmente il mal di mare – almeno da questo punto di vista posso guardare da pari a pari i miei amici di macchina, i plumbers, i firemen e quei pochi ufficiali con cui parlo volentieri. Più che altro, il mare grosso mi fa dormire, muovendo la nave come se fosse la culla di un bambino.

Qui potete avere un'idea di come fosse conciato il mio ufficio stamattina (in foto e video). Le stampanti e le risme di carta bloccavano la porta dall’interno, tanto che per entrare ho dovuto puntellarmi con i piedi sul muro del corridoio su cui da il mio bunker, e spingere con la schiena. Poi ho passato un’ora a rimettere tutto a posto.

A parte questo, ho dimenticato di raccontarvi due piccoli aggiornamenti sulla vita di bordo.
Primo, molto importante, ho ricevuto un nuovo bigliettino dal mio engine dpt, dice “Ogni giorno sei sempre più bella – engine dpt

Secondo, la mia cabin-mate sta facendo il turno di notte, quindi da un paio di settimane ho la cabina tutta per me dalle 10 di sera alle 8 del mattino. È molto piacevole, ma c’è un prezzo da pagare. Durante tutto il giorno lei dorme. Inoltre l’altra notte si è dimenticata il cellulare in cabina, con la sveglia puntata alle 5.30 del mattino. Mi sono alzata, sono scesa dal trampolo che costituisce il mio giaciglio, ho spento il cellulare, sono tornata a letto a fissare il soffitto per un’ora, dopodiché mi sono vestita e sono andata a fare colazione, incazzata come un’ape. Alle 7 e mezza sono uscita sul ponte aperto per fumarmi una sigaretta e cercare di farmi contagiare dalla pace dei fiordi, e cosa mi becco? La manovra di attracco. Lorenzo, ufficiale deputato a questo compito, se ne sta di vedetta su una terrazzina di prua, tutto imbacuccato contro il freddo del mattino norvegese, con la radio in mano, vigile come una mangusta osservando da tutte le parti e gridando ordini a destra e a manca. Dal ponte di prua e di poppa vengono lanciati a terra dei cavi che servono a trainare a riva le cime – grosse come piccoli tronchi e probabilmente più pesanti, impregnate come sono d’acqua, infatti ci vogliono 5 uomini per trasportarle e legarle a grossi perni incassati nel terreno. Tutto questo mentre la nave è ancora in movimento, lievissimo, con i motori che danno scosse delicate ma continue per aggiustare la rotta e avvicinare il mostro galleggiante alla bachina quanto più possibile. L’inerzia è una brutta bestia, e si sa; la forza più infida nel gioco dell’universo. Ma non avevo mai concretamente riflettuto su quanto sia difficile fermare un colosso come la nave su cui mi trovo ora. Farla partire, certo, richiederà un gran dispendio di energia; ma fermarla, è ancora più difficile, perchè la manovra dev’essere precisissima, nonostante il vento, le onde e i kraken. Un colpetto indietro, un colpetto in avanti. Uno a destra – no, troppo, uno a sinistra, un altro indietro. E così via per diversi minuti. Intanto gli uomini a terra stanno issando le cime. Una volta assicurate, i marinai di bordo iniziano a tirarle sempre di più fino a che sono tese al massimo delle loro possibilità, e mano a mano che vengono tese rilasciano una pioggia scrosciante, come un asciugamano strizzato. Alla fine la nave è più o meno ferma e più o meno saldamente ancorata a riva grazie alla rete di cime. Si può montare la passerella che copre la breve distanza che ancora la separa da terra: non più di 3 metri, che ho percorso centinaia di volte senza pensare a tutto il lavoro significano.



martedì 4 settembre 2012

centodecimo giorno di imbarco, at sea


Mare grosso. Dagli oblò si vedono onde alte anche 10 metri o più, ma lo spettacolo a cui assisto all’interno della nave è altrettanto impressionante. Il mobilio ha preso vita; come in una parodia di un film Disney, armadi e cassetti si aprono secondo la propria volontà, le stampanti camminano, il getto della doccia sceglie tutti i percorsi possibili tranne quello che lo porterebbe alla mia pelle, assecondando l’inclinazione dell’orizzonte (o della nave, a seconda dei punti di vista); crewmembers e passeggeri girano come ubriachi nei saloni semideserti, camminando storti come alberi cresciuti sulle pendici di una montagna troppo ripida, o cozzando ora contro un muro, ora contro l’altro. Tutto risuona: le pareti scricchiolano; gli ometti appendiabiti dentro il guardaroba tintinnano l’uno contro l’altro; piatti e bicchieri continuano a cadere con un gran fracasso, in armonia con tutto ciò che non è saldamente fissato alle pareti. La nave stessa sembra mugghiare come una bestia. In questo bizzarro concerto si fa notare il quasi totale silenzio dell’essere umano, impegnato ad aprire la bocca il meno possibile per paura di quello che potrebbe uscirne. La situazione stomacale della crew è talmente disperata che uno di macchina è venuto a chiedermi se, per caso, non avessi delle pillole contro il mal di mare: non so cosa sia più utile a rendere l’idea della situazione, se il fatto che un marinaio mi chieda delle pillole contro il mal di mare, o il fatto che in infermeria le abbiano finite!

A causa del maltempo abbiamo dovuto saltare la sosta di oggi. Geiranger: un posto che con la sua gente, l’ambiente naturale e il bar più carino d’Europa, mi ha fatto seriamente prendere in considerazione l’idea di sbarcare e finire la stagione in questa landa sperduta della Norvegia. Un luogo che passa dai 250 abitanti d’inverno ai 10 mila d’estate; pieno di giovani che, nonostante l’apparente isolamento, sono intraprendenti, colti, tolleranti, che conoscono e amano il posto che l’universo ha assegnato loro, e non hanno nessuna voglia di andasene a vivere da un’altra parte. Geiranger è rapidamente diventato uno dei miei luoghi preferiti. Mi incuriosisce profondamente perché è diverso da qualunque cosa il mio paese abbia da offrirmi e soprattutto perché ospita elementi che non pensavo potessero trovarsi insieme nello stesso posto.
Questa è la mia ultima settimana in Norvegia, e oggi ero pronta all’addio; invece non ho potuto salutare né la città né le mie amiche che ci vivono e gestiscono il famoso bar.
Vorrà dire che dovrò tornare.