current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

mercoledì 30 aprile 2008

tra 8 ore la mia gaia parte.

martedì 29 aprile 2008

un foglio bianco

sono di nuovo alle medie con un foglio bianco davanti, di nuovo nell'incertezza di un incipit.
un foglio bianco è tutto quello che sta dietro al foglio. è la paura di un segno tracciato male, di un errore di ortografia a penna, di andare fuori tema, è la possibilità di tutte le possibilità, tutte quelle che scarterò, e la peggiore, la possibilità che il foglio rimanga bianco.
davanti al foglio bianco cerco di togliermi i miei cliché di dosso e rimanere con nient'altro che me stessa da scrivere.

distratta dalla musica. distratta dalla sigaretta. dal mio ultimo primo amore. dal mio eroe della settimana. da una valigia. da un paio di occhiali rotti. da un'emozione appena accennata da enfatizzare. dalla stanchezza. dall'ozio. dai soldi che mancano. da te, santo cielo. oh, quanto, da te. dal frigorifero. dal lavoro. da una maglietta logora da cui non posso separarmi. dalla famiglia. dal telefono che suona. da quello che non suona. dai soliti pensieri. dallo specchio. dalla facilità con cui posso dimenticare tutto per mezzora premendo play. dalla scomodità. da una giustificazione firmata. dal freddo.

rileggo. queste parole avranno senso per qualcuno, oltre che per me? avranno senso per me, domani? ne hanno, anche solo adesso?
cancello. la consegna era? "tema libero".
ah, eccolo di nuovo, il foglio bianco. se solo avessi un titolo, un argomento. ma come fanno tutti gli altri? se lo sono trovati per caso sulla strada?

da piccola ho letto questo libro, c'era un bambino che andava in giro e chiedeva a tutti quanti "chi sono?". per esempio andò dalla mamma e le chiese: "chi sono?", e la mamma: "sei mio figlio". "sono un figlio", ripetè il bambino. poi alla maestra "chi sono?", e la maestra: "sei un alunno". "allora sono un figlio e un alunno", disse il bambino. poi andò dal pasticcere a comprare le caramelle, "chi sono?". "sei un cliente". "sono un figlio, un alunno e un cliente", pensò. poi incontrò il suo amico: "chi sono?". "sei il mio amico", "sono un figlio, un alunno, un cliente, un amico". a sua sorella: "chi sono?", "sei mio fratello e sei un po' stupido", "sono un figlio, un alunno, un cliente, un amico, un fratello, uno stupido". e così via. a tutti quelli che incontrava faceva la stessa domanda, e alla fine la sua lista era così lunga che dovette scriverla per non dimenticarsela.

c'è qualcosa di molto importante in questa storia che ha a che fare col mio foglio bianco. come mi hanno chiamata nella mia vita? figlia, alunna, cliente (poco, forse solo il pasticcere!), amica, sorella, stupida, amore, stronza, tata, coinquilina, signorina, ehi tu, bellissima, sfigata, giornalista (ad un paio di conferenze stampa...avevo il cartellino!), cameriera, ubriaca, filosofa (ce n'è di pazzi in giro), aiuto, conto numero xyz, cuoca, babba (e va bene...), una scopata, matricola, poupie, confidente, segretaria, artista, portaborse, iiiiiiiii, lettrice, una frana, anche un genio però (ho avuto qualcuno che mi ha guardato vedendo in me quello che avrebbe voluto vedere in sé), potrei continuare...
tutti i modi in cui mi hanno chiamata sono titoli di un tema.
ma al foglio bianco non basta. questo è un tema libero.

mercoledì 23 aprile 2008

piccolo buco di malinconia

aiutare la coinqui a fare le valigie...

capisci di non avere una vita sociale...

...quando tuo padre ti pacca per uscire con i suoi amici e poi spinto dalla pietà ti invita ad unirti a loro!

martedì 22 aprile 2008

via sangallo, 10

è bello avere la casa tutta per me, ogni tanto.
vivo in quello che è un incrocio tra un centro sociale e una casa d'appuntamenti. anche se ufficialmente siamo solo 3 coinquilini, la casa ha adottato un numero imprecisato di amici che riempiono le nostre vite e le nostre stanze. una volta che la casa ti adotta, appendi una foto sul portafoto e fatti vadere spesso, in alcuni casi è compreso nell'accordo un appuntamento con un coinquilino a caso, una cena, o più probabilmente un caffè in una giungla di piatti non lavati, lattine di coca cola mezze vuote, bottiglie di birra quasi completamente vuote, cartoni per la pizza senza più pizza, e dispensa che più vuota non si può. ma la casa sarà piena e questo basterà.
mediamente calpestano il pavimento di 50 metriquadri scarsi 4/5 persone. questo vuol dire che l'unico modo per stare soli con se stessi è chiudersi in bagno (e nemmeno lì è tanto sicuro).

ma stasera...posso girare nuda per casa (per qualcuno la nudità pubblica non sarà un problema, ma...), mangiare biscotti e latte per ore mentre guardo sex and the city sul divano fino alle 2 con la musica di sottofondo e le finestre aperte, e scrivere questo post dalla mia tana, il mio letto, senza preoccuparmi di disturbare la coinquilina. la cosa più incredibile di tutte è il silenzio: stasera si sente solo il mio respiro.

e posso godermi tutto questo col sorriso sulle labbra, perchè una notte mi basterà per sentire di nuovo la mancanza di tutto il resto... il casino, le mutande di tuma, le risate, tutto, insomma, tutte quelle cose troppo intime o banali per essere elencate in un blog che leggeranno decine di persone, ma che riempiono la mia quotidianità e che hanno reso quest'inverno così colorato.

martedì 15 aprile 2008

italia: ON SALE


ci aspettano 5 anni di berlusconi, perchè c'è poco da illudersi, se non potrà piegarli, li pagherà.
non mi resta che pensare che silvio sia molto scaltro, e allora buon per lui, si è conquistato il diritto di fare ciò che vuole con questo paese: vendere le coste, privatizzare i servizi, impegnare le risorse in Grandi Opere come il ponte sullo stretto di messina, trasformare un grafico di bilancio in un picasso, e venghino signori, perchè tutto ciò sarà ben ricompensato, pane e circo per tutti, anzi, circo per tutti, niente pane tutto l'anno, ma caviale in dono a natale, con gli auguri del vostro beneamato presidente.

la peggiore cosa che si può fare in una democrazia, è sottovalutare la stupidità.

e io t e m o.

mercoledì 9 aprile 2008

Non so che cosa fare
il sonno se n'è andato e non tornerà
un vetro da cui guardare
il silenzio fermo della città
E ti vorrei chiamare
si però a quest'ora ti arrabbierai
e poi per cosa dire
a metà io so che mi bloccherei
Perché non è facile
forse nemmeno utile
certe cose chiare dentro poi non
escono, restano, restano
Vorrei dirti, vorrei...



e basta. che nessuno induca che segue il resto della canzone perchè quello che volevo dire finisce qui.
davvero.
il resto del testo al momento non mi appartiene.

lunedì 7 aprile 2008

C'era una volta Melina. Se ne stava su un muretto sotto al melo, sdraiata sulla pancia, a guardare le formiche in fila prima di un temporale. Poi cominciò a piovere e se ne tornò a casa correndo. Era tutta bagnata e i vestiti erano pesanti, ma non importava. La mamma rise, la asciugò e le diede un pigiama.


La casa sapeva un po' di legno e umido. Non c'era il riscaldamento, tranne due stufette elettriche con le serpentine che diventavano arancioni col calore. A Melina piaceva vederle cambiare colore, e le spegneva e riaccendeva continuamente finché una non si ruppe. Melina diede la colpa al gatto. La mamma non le credette ma Melina non lo sapeva. Pensava di essere furba. Comunque un po' le dispiaceva di aver rotto la stufetta.
In quella casa pioveva dentro dalle finestre. Melina non capiva perché la mamma impazzisse dietro a queste cose. Il papà era più saggio, lasciava che piovesse. Come se si potesse fermare la pioggia! Dopo un po' anche la mamma si calmava e smetteva di insultare la pioggia e la casa. Il papà faceva il té. Evviva la furia degli elementi! La casa aveva un po' un odore umido, ma se Melina si arrampicava sulla finestra, che vista ragazzi. Tutta la città era ai suoi piedi. Senza dubbio questo contava molto più di un paio di pozzanghere in soggiorno.

Un inverno faceva più freddo del solito, allora il papà montò una stufa a gas che teneva tantissimo caldo. Vicino alla stufa c'era una vecchia poltrona arancione e una lampada da lettura. Tra la cucina e il soggiorno c'erano 2 piastrelle. Dalla poltrona Melina sentiva la mamma che lavava i piatti e cucinava, e gli piaceva più che guardare le formiche. La casa era tutta piena della mamma. Lei profumava di biscotti. Non che cucinasse biscotti come le mamme antiche, era semplicemente il suo odore.

In casa i cassetti non avevano pomelli, e bisognava aprirli facendo leva con qualcosa, coltelli, forbici, cacciaviti eccetera. La mamma e il papà avevano tolto i pomelli quando Melina era piccola perché non li aprisse e non tirasse fuori cose pericolose come coltelli, forbici, cacciaviti eccetera. C'erano davvero un sacco di cassetti. Quando Melina fu abbastanza grande da aprirli facendo leva eccetera, si divertiva a curiosare tra i quaderni della mamma e gli oggetti misteriosi del papà. Melina sospettava che il papà fosse un mago o qualcosa del genere, forse un eremita (Melina aveva sentito questa nuova parola alla tv e anche se non ne conosceva il significato, le sembrava che suonasse bene), perchè conservava cose esotiche e potenti come scatole d'argento, drappi di stoffa strappata in chissà che avventura, tubi pieni di liquido oleoso con una bolla d’aria che andava su e giù a seconda di come li mettevi e libri... tantissimi libri ovunque.

Un giorno Melina stava cercando i segreti dei cassetti e trovò questa foto. C’era la mamma. Era sicuramente lei...anche se molto, molto più giovane, aveva la stessa faccia, non si discuteva. Sul papà non era così sicura: sul suo mento c’era tanta di quella barba che sembrava una maschera di carnevale. Eppure qualcosa nella posizione di quel ragazzo diceva che doveva trattarsi del papà. Erano seduti sul muretto di una casa con altri ragazzi. Le foto sono animali bizzarri. Ti fanno vedere una cosa illudendoti di essere obbiettive. Invece tu vedi quello che vuoi. Sono più furbe di noi. Poi congelano un istante per sempre (o almeno fino a quando non finiscono sgretolate dal tempo) e quando le guardi puoi rivivere quell’ istante, ogni volta. Puoi entrare nella foto e proiettarti in un mondo in bianco e nero, in un tempo in cui forse non eri neanche nato, ma che è vivo e presente come se la foto fosse una porta per un universo parallelo che esiste proprio in quel momento. Melina pensava queste cose mentre guardava la foto e scopriva che i suoi genitori erano in effetti esseri umani che prima di essere genitori erano stati ragazzi e si arrampicavano sui muretti.

C’erano molte altre foto, alcune ritraevano bambini sconosciuti oppure Melina da piccola, altre lupi, orsi, falchi, altre ancora paesaggi lontani, la nonna o lo zio (il fratello del papà), ma erano tutte molto meno interessanti della Foto Del Muretto.

C’era un sacco di magia in quella casa. Nelle foto, nei cassetti, nelle centinaia di migliaia di pagine solcate da milioni di caratteri neri, negli armadi così grandi che ti ci potevi sdraiare dentro, nel ripostiglio segreto sopra il bagno, sulle scale, sotto al tavolo, ovunque.

A proposito degli armadi. Era dicembre e tutta quella faccenda dei regali si stava avvicinando. Ogni anno era una caccia al pacchetto. Quell’ anno Melina trovò i regali nell’armadio con considerevole anticipo ed esigette che fossero messi subito sotto l’albero, dove poteva ammirarli e tastarli per indovinarne il contenuto. La mamma non era contenta perché occupavano tanto spazio. Melina smise di credere a Babbo Natale, e pensò, con quella gran soddisfazione tipica delle vittorie della ragione sulla superstizione, “Come Volevasi Dimostrare”. Aveva 5 anni.

AUGURI RAMU

domenica 6 aprile 2008

sabato 5 aprile 2008

venerdì 4 aprile 2008

BUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!


sono disperata! sono andata a tagliarmi i capelli ma...hanno tagliato troppo!!! saranno 5 anni che non ho i capelli così corti... non mi piaccio assolutamente!!!

ho il diritto di frignare per questo motivo? (me lo sto chiedendo sul serio!)

giovedì 3 aprile 2008

sogni - AAA psicanalista o prete cercasi

anche stanotte abbiamo mosso battaglia. questa volta l'ambientazione è medievale, un borgo di casupole in pietra e paglia, e non è la mia città. e non è un assedio ma una lotta senza quartiere per le strade, l'esercito degli invasori contro gli autoctoni e noi, una piccola compagnia di cavalieri giunti per aiutare il popolo.

ma non è solo per la battaglia che siamo lì...voglio salvare la ragazza che è stata rapita dall'esercito. lei è molto importante per le sorti della guerra e per l'umanità intera, l'ultima discendente della stirpe degli unicorni. ma soprattutto, è importante per me. forse un tempo ne ero innamorato...ora però non la conosco, c'è solo qualcosa in me che mi dice che la devo salvare, una sorta di istinto.
lei viene colpita mortalmente, ma mentre il sangue le cola denso dalla ferita sul collo, mi afferra dolcemente senza che io, forte e pesante come un soldato in confronto a una fanciulla, possa opporre resistenza. e nel momento in cui mi tocca, tutto comincia a muoversi al rallentatore. la battaglia che imperversa sanguinosa intorno a noi è quasi dimenticata, un rumore distante, una sinfonia che sfuma nel silenzio per spegnersi. gli attacchi che subiamo vengono respinti senza fatica. è il mio braccio a difenderci, ma io ne sono appena cosciente. tutta la mia attenzione è rapita dalla ragazza, dai suoi occhi vivaci nonostante la fine imminente, pieni di vita, la sua serenità mentre attraverso la pelle mi passa il potere che avrei voluto proteggere nella sua persona, fallendo. sorride, io sperimento con tutti i sensi quello che potrebbe avvicinarsi all'estasi, e sicuramente, mentre lo shock mi sveglia, lei muore.



in una settimana ho fatto tre sogni che hanno uno schema in comune.
3 battaglie, 2 perse guadagnando qualcosa di importante (non l'ho raccontato perché lo schema non mi si era ancora chiarito, ma anche nel sogno dell'assedio ottenevo qualcosa di molto prezioso), e una (quella contro il mare) vinta perdendo qualcosa di importante (e ignoto).

mercoledì 2 aprile 2008

difendersi da un assedio, lezione numero 1

è importantissimo non sottovalutare il numero degli assedianti.
stanotte ne ho avuto una dimostrazione mentre difendevo con i miei compagni la mia città, situata in cima a una collina di roccia circondata da una foresta impenetrabile tranne che per un corridoio di vegetazione.
eravamo solo un manipolo di uomini e non abbiamo avuto scampo contro la flotta giunta dal lago. il buio della notte ha fatto giusto in tempo a diluirsi nell'alba, prima che cedessimo alla seconda tornata di offensori. non ce l'aspettavamo...



AUGURI ELE!