current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

sabato 30 giugno 2012

Quarantaduesimo giorno di navigazione, Copenhagen.


La ragione del mio prolungato silenzio, il più lungo dall’imbarco, è che mi sono quasi seriamente ammalata. Ho preso tutto il pacchetto: tosse, candela al naso, mal di testa, mal di gola, sensazione di aver preso un albero maestro sulla schiena, febbre; non ci facciamo mancare niente.
Alcuni potrebbero essere indotti a pensare che una malattia sia una buona occasione per prendersi una pausa dalla dura vita di bordo, fatta di turni massacranti, scale e stress; ma sbaglierebbero.

Naturalmente noi marinai abbiamo diritto ai nostri giorni di malattia: fino a 5 giorni restiamo a bordo; se il medico ne prescrive di più, al 6° ci sbarcano. Proseguiamo la malattia, pagata, a casa, ma la nave non si può permettere una rotella del meccanismo non operativa.

Se esiste una legge non trasgredibile in questo mondo galleggiante, è l’economia dello spazio/tempo.

Ad esempio: in tasca ho valuta svedese, norvegese, russa, europea, estone, tutte quelle dei paesi che attraversiamo; ma la moneta forte, a bordo della nave, è il tempo. Per la più ovvia delle leggi dell’economia, cioè quella della domanda e dell’offerta. Il tempo è disponibile in quantità limitata, ne fabbricano solo 24 unità al giorno a testa. Per via della sua natura si degrada facilmente: non è possibile conservarlo, tutte le 24 unità vanno necessariamente consumate nel giro si una rotazione terrestre. A fronte di questa offerta limitata, c’è una grande richiesta di tempo, lo consumano tutti, e non basta mai.
Questa legge vale per tutti, a bordo e a terra; ma sulla nave, dove ciascuno di noi investe nel lavoro dalle 11 alle 16 unità al giorno - cioè in pratica cede queste unità alla compagnia in cambio di una quantità di denaro per nulla corrispondente al valore reale del tempo scambiato -  è più facile da osservare. Un lavoro, un favore, l’ozio che possiamo concederci, una sbronza, una pennica, il pranzo, la strada dal porto alla città, la redazione di un post su jackintrasferta, tutto si valuta in tempo: sia quello effettivamente consumato per svolgere l’attività, sia le possibili ripercussioni sul tempo di “domani” (se stanotte mi ubriaco e dormo poco, domani sarò distrutto e impiegherò più tempo del normale per la tale attività. Il lettore più acuto avrà già capito che a questo punto intervengono valutazioni di carattere qualitativo, accanto a quelle meramente quantitative; quanto vale 1 unità passata a lavorare, e quanto 1 unità passata a festeggiare? Naturalmente il tempo non è solo questione di misura).

Lo spazio è quasi altrettanto importante (si sa che i due vanno a braccetto). Un crewmember non operativo è, semplicemente, uno spreco di spazio.

Godere dei propri giorni di malattia presenta anche altri problemi.
Farsi mettere off per medical significa reclusione forzata nella propria cabina, con divieto di uscire dalla nave, di andare nell’area passeggeri e al crew bar; in sostanza, un malato è autorizzato a lasciare i propri quartieri solo per andare in mensa. Ufficialmente perché, proprio in quanto malato, ha bisogno di riposo e di conseguenza non ci sono ragioni per cui dovrebbe trovarsi al crew bar o su un ponte all’aperto, invece di essere a letto. Ufficiosamente per scoraggiare i mamagaio (dal dizionario di bordo, maschile invariabile, significa “fannullone”) che potrebbero approfittarne per prendersi una vacanza.

Manco morta mi faccio rinchiudere in questo loculo buio, senza finestre e senza aria, nemmeno per 24 ore! Per di più, ritengo proprio il sistema di aerazione uno dei maggiori responsabili dell’epidemia di influenza di cui stiamo soffrendo nelle ultime settimane.
Non ci sono finestre. I ponti B e C, dove si trova la maggior parte delle cabine dell’equipaggio, sono sotto la linea di galleggiamento. Il ponte A, volano della nostra attività quotidiana, si trova appena sopra, e ha dei piccoli oblò della dimensione di un frisbee, ermeticamente chiusi. I ponti 1 e 2, dedicati ai passeggeri, ospitano la maggior parte dei bar e dei negozi e hanno grandi vetrate che tuttavia non si possono aprire; i ponti 3 e 9 (teatro, altri negozi e bar, piscina, spa) hanno balconate che costeggiano tutta la parete della nave, a cui si accede attraverso a delle doppie porte accuratamente studiate per impedire un sano ricambio d’aria; non sia mai che la signora in abito di gala con la permanente appena rifatta si prenda un colpo di vento mentre passeggia per la galleria pensando alla cena di stasera. Gli altri ponti sono occupati dalle cabine passeggeri, alcune delle quali, secondo la leggenda, avrebbero oblò apribili, persino balconi; ma i più non credono a queste favole. Per farla breve, l’aria che respiriamo è sempre la stessa, e probabilmente nei filtri vivono colonie di virus e batteri così progredite che avranno ormai inventato la ruota.

Non basta. Un’altra ottima ragione per stare lontani dall’ospedale sono i medici. Il mio amico Davide, stage manager, mi ha detto che per un mal di gola il dottore gli ha fatto una puntura di voltaren. Per un brutto raffreddore, una delle cantanti ha ricevuto una terapia di una settimana al cortisone. Starnutisci e ti mettono in tasca un pacco di antibiotici. Si vocifera di flebo somministrate a fronte di un attacco di tosse. Considerata la mia storia di assuefazione e disintossicazione da medicinali, ho preferito accontentarmi di un antinfiammatorio per la gola. Non mi sono nemmeno fatta visitare: ho chiesto all’infermiera quello che volevo e l’ho ricevuto.

Lavorare con l’influenza non è piacevole, ma da quando siamo qui al nord le crociere si ripetono con una certa regolarità e la mole di lavoro si è drasticamente ridotta: sono riuscita a organizzarmi e a passare un bel po’ di tempo a letto, anche grazie alla complicità della mia collega, Eva. Il momento peggiore è stato mercoledì. La febbre doveva essere abbastanza alta, perché mi sentivo pulsare le tempie e avevo un gran freddo. Nel pomeriggio ho cominciato il solito delirio che mi prende quando tocco i 38: penso che non guarirò, che i sintomi si aggraveranno e di certo diventerà una broncopolmonite se non prendo immediatamente un antibiotico e 20 tachipirine.

Come potete immaginare, non è andata così. L’influenza è passata lasciandosi dietro un naso fosforescente per il troppo soffiare, una montagna di fazzoletti alta quanto un pony e un incarnato più pallido del solito.

Nessun modo migliore di festeggiare la miracolosa guarigione che una birretta in un pub di Copenhagen.

giovedì 21 giugno 2012

Trentaquattresimo giorno di navigazione, Helsinki, i mastini del cielo.



Una giornata così soleggiata e calda potrebbe dare un’impressione fallace della Finlandia. Oggi si gira quasi in maglietta – quei pazzi dei finlandesi sono già in costume da bagno e stanno prendendo il sole al parco – ma d’inverno fa talmente freddo che il ghiaccio divora tutta la baia e imprigiona il porto in una morsa terribile! Ho visto le foto e sembra impossibile che questa città così vivace e colorata abbia potuto sorgere in un luogo che conosce solo il bianco per 8 mesi all’anno.

Il mercato sul mare. Bancarelle variopinte che distribuiscono ogni genere di merce, dalle onnipresenti renne di Babbo Natale alle pellicce agli ortaggi, esposti in bell’ordine, secondo il colore e la forma, tutti i fagiolini con la stessa inclinazione, le carote in mazzetti ordinati come fiori ornamentali, sembra di essere in una gioielleria. E in effetti le patate costano 7 euro al kilo.

Hitchcock deve aver preso spunto, per i suoi corvi, dai bianchi gabbiani di qui. Nuovamente, non facciamoci ingannare dalle apparenze: il loro colore angelico nasconde un’anima nera come l’inferno (Hell-sinki?). Io stessa ho rischiato di essere vittima di questi mastini del cielo.
Ho comprato a una bancarella un cestino di frittura di pesce con l’intenzione di mangiarmelo seduta al sole sulle scalinate del porto, ma, dopo essere stata attaccata da uno stormo di uccelli affamati che cercavano di rubarmi le MIE alici fritte con un’audacia che ha dello scandaloso, sono giunta a più saggio consiglio e ho optato per le panchine del mercato.

mercoledì 20 giugno 2012

Trentunesimo giorno di navigazione, San Pietroburgo. Avventure alla marinara.


Questo post si intitola un po’ come un primo di pesce. Me lo immagino bello rosso, pieno di sugo, fumante, con dei bei crostini di pane casereccio tostato. Dev’essere il risultato di un mese passato a copincollare e tradurre menù; ma è anche un po’ il modo in cui sto vivendo questa strana esperienza: è gustosa, ma a volte scotta, a tratti è un po’ pesante e difficile da digerire. A proposito, la mia vita di mare oggi compie un mese. Quale modo migliore di festeggiare, se non il primo vero e proprio imprevisto?

Cominciamo dal principio. Attracchiamo a San Pietroburgo intorno alle 8 di stamattina. Dopo una settimana passata letteralmente chiusa in ufficio – troppo, troppo lavoro, con turni da 14 o 15 ore di fila – due miei amici decidono che, per la mia salute, è necessario che io esca, e mi tirano fuori dalla nave per le orecchie.
Fosse dipeso da me forse non sarei uscita, insomma, avere solo 3 ore la prima volta che metto piede in Russia è un peccato. Ma li seguo quasi di mia volontà, e dopo 20 minuti di controllo documenti (il mio primo timbro sul passaporto!) si parte alla volta di Grande Madre Rusia. Andando dal porto verso il centro della città con il pullmino, incontriamo
Una distesa di sabbia
Cantieri che sembrano li da sempre ma sui quali non sorge alcuna costruzione
Un lungomare deserto con un lunapark itinerante degno dei peggiori film horror
Un classico chiosco da spiaggia – ugualmente deserto - catapultato sul posto dalla riviera romagnola che sembra chiedersi “e io che ci faccio qui?”
Quartieri popolari di palazzoni sovietici grigi e tutti uguali, in pieno stile “la bellezza è uno dei peggiori peccati del capitalismo, tovarish” ma tutto sommato ben tenuti
Strade così larghe che non sembrano neanche strade, ma piazze
E intanto entriamo nella città vera e propria. La prima cosa che noto è un parco gigantesco, che dico, un bosco selvaggio che ci accompagna per almeno 5 minuti di guida – e non è che l’autista se la stia prendendo comoda, anzi. Subito dopo penso che San Pietroburgo ricorda un po’ Milano. Lo stile degli edifici e dei viali alberati è molto europeo: infatti Maurizio mi racconta che la città è stata progettata a tavolino da un imperatore che ha ingaggiato artisti, urbanisti e architetti europei per costruire una specie di Venezia del Nord, ma più grande. È tutto grandissimo, palazzi, strade, piazze; e i canali (artificiali): collegano la città ad una rete fluviale che alla fine del ‘700 portava da qui a Napoli.
Il pullmino ci scarica in una piazza d’armi dove troneggia un edificio con una cupola dorata. Non ho modo di sapere come si chiami. Non ho una cartina, non ho avuto tempo di documentarmi, e incredibilmente tutte le indicazioni sono in una lingua incomprensibile. Per citare una vecchia amica, qui tutti parlano russo!
Su San Pietroburgo ci sarebbe tanto da dire, ma la mia visita è stata talmente breve che potrei farne solo una descrizione da cartolina. Ovviamente io e i miei compagni ci siamo persi; ma la cupola dorata ci ha salvati. Quando già disperavo di ritrovare la strada di “casa”, mi è venuta un’idea. Mi sono fatta prestare da Jacopo la sua macchina fotografica e ho mostrato a due passanti la foto della piazza dove abbiamo lasciato il pullmino. Un’immagine vale più di mille parole, soprattutto quando non si parla la stessa lingua, e i passanti, riconoscendo la cupola dorata, ci hanno indicato la direzione giusta.

Le avventure non finiscono qui. Dovevamo salpare stasera per Helsinki, ma un paio d’ore fa – ero al crew bar che cantavo a “Always” a squarciagola con i miei nuovi amici – una hostess mi informa che siamo bloccati in porto causa maltempo, e che la mia capa DTP è in ufficio a stampare volantini informativi da mezzora! L’avevo detto, io, che sono in servizio 24/7. Prima di raggiungere i miei colleghi in ufficio, passo dalla mensa a prendere tè, succo di frutta e panini per tutti, e lo straordinario coatto si trasforma in spuntino notturno.

E così termina il mio primo mese di navigazione. Non saprei dire veramente se mi piace, non saprei rispondere al classico e minaccioso “come va?”. Mi sa che per questo dovrete aspettare ancora un po’.

giovedì 14 giugno 2012

Venticinquesimo giorno di navigazione. Bergen: The Seamen Café


 
Bergen è una cittadina di bambole appoggiata sulle pendici delle montagne norvegesi, a ridosso del mare, fatta per la maggior parte di carinissime casette di legno che sembrano finte, bianche, con i tetti di ardesia e le tendine alle finestre. Sembrano davvero case di bambole, e probabilmente i bergenesi (?) lo sanno. Nei viottoli del centro storico ci sono molte botteghe artigiane che vendono magioni in miniatura e relativi abitanti: le prime, costruite con gli stessi criteri architettonici di quelle a grandezza naturale (in pratica prive di fondamenta!), i secondi disposti teatralmente nelle loro abitazioni con grande ironia. C’è il dottore col naso rosso e il pancione, con la borsa aperta e lo stetoscopio che striscia sul pavimento, la siringa in mano e il bambino che strilla; la cameriera tettona e la governante arcigna che la sorveglia; i muratori che si danno martellate sugli alluci mentre cercano di piantare chiodi; scene di vita famigliare; e così discorrendo.
Il centro commerciale e sociale della città, invece, è molto moderno. Nel giro di due isolati ci sono 3 o 4 grandi gallerie di negozi in stile Harrods o Lafayette; le strade e le piazze sono estremamente curate, con i pavimenti in pietra levigata a motivi geometrici; c’è un grande lago artificiale e delle sculture tipiche della nostra epoca in cui neanche l’artista capisce più il proprio ermetismo; gallerie d’arte, centri culturali a nastro, una biblioteca a vetrate in cui dalla strada si può vedere dentro (sembra un festival di metallari).
Nel complesso è un posto a misura d’uomo, in cui regna la pace, estremamente rilassante e silenzioso, ma vivace (in questa stagione) e, per quanto ho potuto notare, all’avanguardia per molti aspetti. La cosa peggiore che si possa dire di Bergen, a parte il clima, naturalmente, è che ci sono troppo negozi di souvenir. Come se i souvenirs si potessero comprare.

All’estrema periferia della città, cioè più o meno a tra minuti dal suo cuore, c’è il Seamen Café. È un’attività che nasce apposta per la ciurma delle diverse navi da crociera che fanno tappa qui: una specie di salotto gestito da missionari cristiani. Questi secondo me hanno capito tutto. Un tempo i missionari offrivano cibo e riparo a navigatori che si fermavano per una notte, o meno. Oggi le necessità sono diverse, e loro si sono evoluti per incontrare i bisogni del loro gregge. Ai vagabondi come noi offrono un luogo accogliente e tranquillo (rimedio alla scomodità e alla frenesia della nave), free wi-fi e computer per parlare con i nostri cari, generi di prima necessità come the, caffè e waffles alla marmellata, tutto a titolo gratuito.
E preghiere, non dimentichiamo le preghiere.

lunedì 11 giugno 2012

ventitreesimo giorno di imbarco, 11 giugno, ore 22.30, navigazione verso Flåm


Se poteste vedere.
Sono le 10 e mezza di sera e il sole è ancora alto nel cielo. Inganna: viene voglia di uscire in maniche di camicia, ma il vento è freddo e potente. Solleva la schiuma e la trasforma in una nebbiolina color piombo che vola in spirali per qualche secondo sulla superficie dell’acqua, prima di tornare a confondersi tra le onde. Il ponte più basso è quasi a livello del mare e offre uno spettacolo più fantastico di un quadro giapponese, con le montagne silenziose che fanno da sfondo e la luce rifratta in ogni direzione da miliardi e miliardi di goccioline sospese.
Tutto brilla, ed è tutto mio.

domenica 10 giugno 2012

Ventunesimo giorno di imbarco, Copenhagen, sabato 9 giugno. Avventure e disavventure di una sciocca.


Oggi ho fatto una delle cose più stupide della mia vita. Con una punta di arroganza in genere mi considero una persona piuttosto intelligente, ma oggi mi sono comportata come l’ultima delle sprovvedute. Per fortuna, lo dico subito per non inquetare gli animi dei miei lettori più vicini, senza conseguenze.

Dal principio.
Stamattina attracchiamo a Copenhagen, una città che sogno di vedere da anni. Come una macchina macino un documento dopo l’altro e finisco tutto il mio lavoro in tempo record per godermi il più possibile la città. Ho la pausa più o meno da mezzogiorno alle 4, a mezzogiorno e 6’ sono già con un piede sulla banchina.
Primo problema: fa un caldo indicibile, e io indosso: calzettoni pesanti, stivali, jeans, camicia, maglione di lana dolcevita e cappotto invernale (e per poco non prendevo anche i paraorecchi). Com’è evidente, faccio ancora fatica a capire come vestirmi. L’altro ieri o giù di lì ero nei fiordi e c’erano 8 gradi. Ma proseguiamo.
Non perdo tempo a cambiarmi, e col cappotto in mano mi dirigo verso la stazione e salto sul primo treno senza neanche guardare dove va. Addocchio una ragazza che mi sembra sveglia e chiedo informazioni. Veronica, così si chiama, è canadese e vive a Copenhagen da 3 mesi. Mi spiega come arrivare in centro, poi cominciamo a chiaccherare del più e del meno e finisce che passiamo un’ora insieme a passeggiare per le vie della città. Quando ci separiamo, intorno all’una, sono già nel cuore della zona pedonale.
Continuo il mio giretto da sola. Orientarsi è piuttosto facile e vago senza una meta su e giù per le strade profumate di fiori, tabacco, birra, mare, caramella, cercando invano una bicicletta comunale. (Prendere in prestito una bicicletta pubblica è gratis. Sono parcheggiate come i carrelli della spesa, con una catena che si stacca inserendo una moneta da 20 corone [circa 4 euro, mi pare]; quando riporti la bicicletta al parcheggio - quello o un altro - ti riprendi la moneta. Ma trovarne una libera di sabato pomeriggio in centro è impossibile, specie con una giornata di sole)
Mi imbatto in un simpatico caffè, entro, mi ascolto un po’ di blues, mi bevo un succo e mi fumo una sigaretta guardando fuori dalla finestra (si può fumare dentro).
Tutti parlano inglese, persino la vecchietta con le borse della spesa, e tutti sembrano molto felici di scambiare due parole con me.
Insomma, nonostante il gran caldo me la godo proprio. Mi dimentico persino di guardare l’orologio fino alle 2 e mezza, quando suonano le campane della chiesa e decido di tornare indietro con calma fino alla stazione.

Arrivo davanti alla stazione.
Mi rendo conto che - pensieri mi assalgono a valanga come se uno si tirasse dietro l’altro -
Non so che treno devo prendere per tornare alla nave
Non so il nome del porto
Non so dove comprare il biglietto
Non so il nome della stazione da cui ho preso il treno
Tutte le informazioni sono scritte in danese, lingua incomprensibile ai più
Non so quanto costa il biglietto
Ci ho messo una mezzora dal porto al centro, tra un’ora devo essere in ufficio
In biglietteria c’è una coda infinita
(Ma sarà la biglietteria giusta?, questa è una stazione mista di treni e metropolitana)

E improvvisamente dal subbuglio che sta diventando il mio cervello si apre la strada il fatto che

Cazzo, non so a che ora parte la nave, forse è già partita, forse sta partendo adesso.

Il momento era buono per il panico.
Per fortuna è intervenuta la mia parte più lucida e razionale (l’altra stava pregando tutti i nomi di dio, conosciuti, sconosciuti, inventati, passati presenti e futuri) con l’innegabile verità che ormai il danno era fatto, farsi prendere dal panico non sarebbe servito a niente, meglio chiedere e seguire il cammino con le maggiori probabilità di successo piuttosto che perdere tempo a piangersi addosso.

Anche questa campionessa dello zen stava per crollare quando il controllore le ha chiesto “a quale porto” fosse diretta – c’è più di un porto, cazzo!, ma alla fine ha trovato la strada, ripercorrendo i propri passi un po’ a tentoni un po’ a ragionamento.

Sono arrivata in nave addirittura con mezzora d’anticipo sulla mia schedule, tutto regolare. Il pomeriggio di lavoro poi è stato delirante, ma al confronto di quello che ho passato a terra, mi è sembrato una passeggiata.


Ventunesimo giorno di imbarco, Copenhagen, sabato 9 giugno. Avventure e disavventure di una sciocca.


Oggi ho fatto una delle cose più stupide della mia vita. Con una punta di arroganza in genere mi considero una persona piuttosto intelligente, ma oggi mi sono comportata come l’ultima delle sprovvedute. Per fortuna, lo dico subito per non inquetare gli animi dei miei lettori più vicini, senza conseguenze.

Dal principio.
Stamattina attracchiamo a Copenhagen, una città che sogno di vedere da anni. Come una macchina macino un documento dopo l’altro e finisco tutto il mio lavoro in tempo record per godermi il più possibile la città. Ho la pausa più o meno da mezzogiorno alle 4, a mezzogiorno e 6’ sono già con un piede sulla banchina.
Primo problema: fa un caldo indicibile, e io indosso: calzettoni pesanti, stivali, jeans, camicia, maglione di lana dolcevita e cappotto invernale (e per poco non prendevo anche i paraorecchi). Com’è evidente, faccio ancora fatica a capire come vestirmi. L’altro ieri o giù di lì ero nei fiordi e c’erano 8 gradi. Ma proseguiamo.
Non perdo tempo a cambiarmi, e col cappotto in mano mi dirigo verso la stazione e salto sul primo treno senza neanche guardare dove va. Addocchio una ragazza che mi sembra sveglia e chiedo informazioni. Veronica, così si chiama, è canadese e vive a Copenhagen da 3 mesi. Mi spiega come arrivare in centro, poi cominciamo a chiaccherare del più e del meno e finisce che passiamo un’ora insieme a passeggiare per le vie della città. Quando ci separiamo, intorno all’una, sono già nel cuore della zona pedonale.
Continuo il mio giretto da sola. Orientarsi è piuttosto facile e vago senza una meta su e giù per le strade profumate di fiori, tabacco, birra, mare, caramella, cercando invano una bicicletta comunale. (Prendere in prestito una bicicletta pubblica è gratis. Sono parcheggiate come i carrelli della spesa, con una catena che si stacca inserendo una moneta da 20 corone [circa 4 euro, mi pare]; quando riporti la bicicletta al parcheggio - quello o un altro - ti riprendi la moneta. Ma trovarne una libera di sabato pomeriggio in centro è impossibile, specie con una giornata di sole)
Mi imbatto in un simpatico caffè, entro, mi ascolto un po’ di blues, mi bevo un succo e mi fumo una sigaretta guardando fuori dalla finestra (si può fumare dentro).
Tutti parlano inglese, persino la vecchietta con le borse della spesa, e tutti sembrano molto felici di scambiare due parole con me.
Insomma, nonostante il gran caldo me la godo proprio. Mi dimentico persino di guardare l’orologio fino alle 2 e mezza, quando suonano le campane della chiesa e decido di tornare indietro con calma fino alla stazione.

Arrivo davanti alla stazione.
Mi rendo conto che - pensieri mi assalgono a valanga come se uno si tirasse dietro l’altro -
Non so che treno devo prendere per tornare alla nave
Non so il nome del porto
Non so dove comprare il biglietto
Non so il nome della stazione da cui ho preso il treno
Tutte le informazioni sono scritte in danese, lingua incomprensibile ai più
Non so quanto costa il biglietto
Ci ho messo una mezzora dal porto al centro, tra un’ora devo essere in ufficio
In biglietteria c’è una coda infinita
(Ma sarà la biglietteria giusta?, questa è una stazione mista di treni e metropolitana)

E improvvisamente dal subbuglio che sta diventando il mio cervello si apre la strada il fatto che

Cazzo, non so a che ora parte la nave, forse è già partita, forse sta partendo adesso.

Il momento era buono per il panico.
Per fortuna è intervenuta la mia parte più lucida e razionale (l’altra stava pregando tutti i nomi di dio, conosciuti, sconosciuti, inventati, passati presenti e futuri) con l’innegabile verità che ormai il danno era fatto, farsi prendere dal panico non sarebbe servito a niente, meglio chiedere e seguire il cammino con le maggiori probabilità di successo piuttosto che perdere tempo a piangersi addosso.

Anche questa campionessa dello zen stava per crollare quando il controllore le ha chiesto “a quale porto” fosse diretta – c’è più di un porto, cazzo!, ma alla fine ha trovato la strada, ripercorrendo i propri passi un po’ a tentoni un po’ a ragionamento.

Sono arrivata in nave addirittura con mezzora d’anticipo sulla mia schedule, tutto regolare. Il pomeriggio di lavoro poi è stato delirante, ma al confronto di quello che ho passato a terra, mi è sembrato una passeggiata.


lunedì 4 giugno 2012

Sedicesimo giorno di navigazione, 4 giugno. Bergen, Norvegia: winter is coming.



Potrei tranquillamente rispedire a casa più della metà dei vestiti che mi sono portata. Non solo non ho tempo per fare vita sociale – per un paio di ore al giorno, 3 paia di jeans sono decisamente troppi – ma soprattutto in Norvegia fa un freddo cane. Ricordate quando si vociferava di 20, 25°? Illusione. Oggi ce ne saranno stati massimo 10, e con un vento tale che mi sono messa il piumino della compagnia, una specie di costume da Omino Michelin (tranne per il fatto che è blu) che terrebbe caldo anche al Polo. Meglio così! In nave, scarseggiano sia lo spazio sia il tempo. Ho rimesso un sacco di vestiti in valigia, ecco che nell’armadio c’è già più spazio; e per quanto riguarda il tempo, ho messo in valigia la vanità! La maggior parte delle volte, meglio una passeggiata al porto di una mezzora spesa a decidere quale maglione indossare o ad applicare il mascara. La mattina mi metto la divisa meccanicamente, calcolando i secondi che mi restano per fare colazione – un quarto d’ora davanti a un caffè bollente, per quanto non dei migliori che abbia bevuto, ha la priorità sullo specchio. Addirittura, io che non pensavo di poter mai saltare un pasto, oggi ho scelto la terraferma al pranzo. Insomma: è solo una questione di priorità.

Ad esempio.
Ieri sera ho chiuso l’ufficio alle 11.30. Considerato che mi sveglio alle 7, mi rimanevano 7 ore e mezza prima della sveglia. Il mio corpo chiedeva a gran voce il pigiama e il letto, ma non ne ho voluto sapere. Ho preso il famoso costume da Omino Michelin e sono andata sull’ open deck a guardare il mare. Il sole era appena tramontato. Alle 11.30. Stavamo navigando grosso modo verso ovest, e guardando a prua era poco meno che giorno. A poppa invece nero, nero come l’inferno. Il cielo in mezzo esauriva tutte le sfumature di grigio, non avete idea di quante siano. Pochi metri sotto di me, il mare, che sembrava solido come piombo. Le correnti devono essere molto forti da queste parti, perché si può quasi vedere uno strato di acqua che passa sopra a quello sottostante, come se fossero semplicemente due solidi trasparenti. E schizzi d’acqua alti 10 metri che occasionalmente irrompono dalla collisione tra questi solidi nascondendomi l’orizzonte e riempiendomi la pelle di sale  - il mare non arriva al ponte, ma l’aria è così pregna d’acqua che il sale ti si appiccica tutto addosso.

Nonostante il freddo, Bergen è bella, accogliente, pulita, ordinata, piena di gente simpatica (ma comunque, come diavolo è venuto in mente agli uomini primitivi di colonizzare un posto tanto problematico? Noi avremo anche i nostri problemi, ma questi qui hanno 6 mesi di buio). Parlano tutti inglese, evviva. Ci si perde comunque, tutte le insegne e le indicazioni stradali sono in norvegese. Ci devo tornare.

sabato 2 giugno 2012

una giornata tipo.

Cari tutti, oggi non ho tempo per scrivere, ma vi mando una descrizione immediata della mia giornata tipo. Vorrei ringraziarvi, sapere che mi leggete e trovare i vostri commenti mi piace un sacco. Grazie!

Tredicesimo giorno di navigazione, venerdì 1° giugno, at sea, sailing from Harwich to Copenaghen. Storie di cappa e spada.


Al momento la nave ospita 950 crewmembers e circa 2500 guests.
È una città a tutti gli effetti. Ci sono il castello del principe (il ponte di comando. Si trova veramente in una struttura chiamata castello), la chiesa con il suo parroco, il mercato, il bar, il casinò, tutto quello che ci si aspetta di trovare e che è necessario all’andamento di una comunità di medie dimensioni.
È una città con due volti. Sopra il livello del mare si innalzano i 9 mastodontici ponti dedicati ai passeggeri, lussuosi, scintillanti, ordinati, quieti, silenziosi e tranquilli per la maggior parte del tempo, le ampie sale invase da una rilassante musica lounge, le luci soffuse, vetrate panoramiche che danno sul mare e regalano l’illusione di una grande avventura (ma al sicuro e al riparo dal vento freddo del nord).
Sotto il livello del mare, sotto le coperte, come si dice in gergo marinaresco, c’è la vita. Un brulichio incessante di persone che lavorano come formichine per dare a quelli di sopra l’impressione della calma perfetta. Una vecchia storia cinese racconta dell’anatra, apparentemente  l’animale più calmo del creato. Scivola con grazia sull’acqua immobile, dando un’apparenza di  quiete perfetta; ma n realtà, sott’acqua le sue zampe palmate nuotano senza posa e con grande energia, moto di un meccanismo così perfetto che noi non ce ne accorgiamo.
Ecco, l’organizzazione della nave è ben lungi dall’essere perfetta, ma il paragone calza. Per far funzionare questa macchina dell’intrattenimento, il lavoro non si ferma mai, ogni minuto di ogni giorno in ogni luogo della nave c’è qualcuno che lavora all’insaputa dei passeggeri.

Gli uomini delle pulizie, ad esempio: spazzano, lavano, asciugano, raccolgono,svuotano senza sosta, a giro. Tempo che finiscono il giro è già ora di ricominciare daccapo, perché si è già sporcato. Ad ogni porto si vedono operai intenti a riverniciare le pareti esterne della nave, corrose dall’acqua salata. Elettricisti, idraulici, carpentieri girano in squadroni, nelle loro tute bianche, solcando a larghi passi i ponti sottocoperta. Per non parlare delle cucine, veri e propri mondi paralleli in cui nascono i gioielli commestibili che compaiono di sopra quasi per magia.
Come un sistema di catacombe clandestine, i saloni sono costeggiati da corridoi invisibili, dove si consumano i drammi e le commedie della vera vita di bordo.
Sono diffusi il mercato nero e un certo clientelismo, ma soprattutto si esercita con grande coerenza lo scambio di favori. E non dimentichiamoci lo schiavismo. C’è grande discriminazione tra il pesonale europeo e quello extracomunitario, come tra i crewmembers di serie A (ufficiali e petty), quelli di serie B (lo staff) e quelli di serie C (il resto della crew). Ci sono persino 3 mense diverse con cucine e cuochi diversi: i superiori possono andare nelle mense inferiori ma non viceversa. Gli ufficiali possono mangiare, naturalmente, anche nei ristoranti per passeggeri. La maggior parte di loro, non addetti al comando, sono ragazzi italiani per nulla snob, piuttosto semplici, che ricoprono posizioni di media o bassa responsabilità. Non sono esonerati dallo scambio di favori e non hanno in realtà un grande potere, possono però renderti la vità un po’ più complicata, per cui è meglio starci attenti: una specie di piccola nobiltà.

E come in tutte le città ci sono regole e punizioni. L’unica vera punizione, in realtà, è l’esilio, cioè lo sbarco. E l’unica vera regola, è non creare problemi: al resto c’è rimedio. I gendarmi, la security, sono quasi tutti indiani abbastanza grossi, ma buoni come il pane. La prima settimana ho saltato un’esercitazione (senza volerlo: non mi era arrivata la comunicazione); per procedura, avrei dovuto beccarmi un warning (un reclamo scritto) e una multa di 20 euro, invece il chief security mi ha semplicemente fulminata in corridoio con un minaccioso“You! You skipped the drill!”. Naturalmente io non sapevo neanche di doverlo fare, questo drill, figuriamoci averlo saltato. Il chief deve avermi letto la confusione in faccia e ha lasciato correre.
Se crei problemi, invece, lo sbarco è immediato. Qualche sera fa c’è stata una rissa filippini vs marocchini e li hanno sbarcati tutti e 8 il giorno dopo. Ieri un ragazzo è rientrato tardi da una gita a terra ha fatto aspettare la nave un’ora (un’ora di porto in più costa centinaia di migliaia di euro), prima di chiamare. A quel punto dovevamo partire per forza perché domattina abbiamo appuntamento con un pilota autoctono (svedese) che ci accompagnerà a Copenaghen (tratto di difficile navigazione); il ritardatario ci raggiunge li, ma solo per prendere i suoi bagagli e andare. Se vieni sbarcato per motivi disciplinari la compagnia ti molla al primo porto e poi affari tuoi come torni a casa.

Succedono anche cose più bizzarre. Sempre ieri, un nepalese è andato in gita a Londra per non rientrare. Quando la security ha controllato nella sua cabina, l’ha trovata quasi vuota: il nepalese si è messo addosso tutti i vestiti che poteva, ha caricato lo zainetto (computer e compagnia bella), ha prelevato l’acconto del mese prossimo (puoi chiedere fino a 1000 euro di anticipo in contanti) e si è dato alla macchia. Ora è correntemente immigrato clandestino in Inghilterra.

Ora stacco, ma non prima di avervi detto che qui... sta nevicando. Oh boy.