current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

domenica 10 giugno 2012

Ventunesimo giorno di imbarco, Copenhagen, sabato 9 giugno. Avventure e disavventure di una sciocca.


Oggi ho fatto una delle cose più stupide della mia vita. Con una punta di arroganza in genere mi considero una persona piuttosto intelligente, ma oggi mi sono comportata come l’ultima delle sprovvedute. Per fortuna, lo dico subito per non inquetare gli animi dei miei lettori più vicini, senza conseguenze.

Dal principio.
Stamattina attracchiamo a Copenhagen, una città che sogno di vedere da anni. Come una macchina macino un documento dopo l’altro e finisco tutto il mio lavoro in tempo record per godermi il più possibile la città. Ho la pausa più o meno da mezzogiorno alle 4, a mezzogiorno e 6’ sono già con un piede sulla banchina.
Primo problema: fa un caldo indicibile, e io indosso: calzettoni pesanti, stivali, jeans, camicia, maglione di lana dolcevita e cappotto invernale (e per poco non prendevo anche i paraorecchi). Com’è evidente, faccio ancora fatica a capire come vestirmi. L’altro ieri o giù di lì ero nei fiordi e c’erano 8 gradi. Ma proseguiamo.
Non perdo tempo a cambiarmi, e col cappotto in mano mi dirigo verso la stazione e salto sul primo treno senza neanche guardare dove va. Addocchio una ragazza che mi sembra sveglia e chiedo informazioni. Veronica, così si chiama, è canadese e vive a Copenhagen da 3 mesi. Mi spiega come arrivare in centro, poi cominciamo a chiaccherare del più e del meno e finisce che passiamo un’ora insieme a passeggiare per le vie della città. Quando ci separiamo, intorno all’una, sono già nel cuore della zona pedonale.
Continuo il mio giretto da sola. Orientarsi è piuttosto facile e vago senza una meta su e giù per le strade profumate di fiori, tabacco, birra, mare, caramella, cercando invano una bicicletta comunale. (Prendere in prestito una bicicletta pubblica è gratis. Sono parcheggiate come i carrelli della spesa, con una catena che si stacca inserendo una moneta da 20 corone [circa 4 euro, mi pare]; quando riporti la bicicletta al parcheggio - quello o un altro - ti riprendi la moneta. Ma trovarne una libera di sabato pomeriggio in centro è impossibile, specie con una giornata di sole)
Mi imbatto in un simpatico caffè, entro, mi ascolto un po’ di blues, mi bevo un succo e mi fumo una sigaretta guardando fuori dalla finestra (si può fumare dentro).
Tutti parlano inglese, persino la vecchietta con le borse della spesa, e tutti sembrano molto felici di scambiare due parole con me.
Insomma, nonostante il gran caldo me la godo proprio. Mi dimentico persino di guardare l’orologio fino alle 2 e mezza, quando suonano le campane della chiesa e decido di tornare indietro con calma fino alla stazione.

Arrivo davanti alla stazione.
Mi rendo conto che - pensieri mi assalgono a valanga come se uno si tirasse dietro l’altro -
Non so che treno devo prendere per tornare alla nave
Non so il nome del porto
Non so dove comprare il biglietto
Non so il nome della stazione da cui ho preso il treno
Tutte le informazioni sono scritte in danese, lingua incomprensibile ai più
Non so quanto costa il biglietto
Ci ho messo una mezzora dal porto al centro, tra un’ora devo essere in ufficio
In biglietteria c’è una coda infinita
(Ma sarà la biglietteria giusta?, questa è una stazione mista di treni e metropolitana)

E improvvisamente dal subbuglio che sta diventando il mio cervello si apre la strada il fatto che

Cazzo, non so a che ora parte la nave, forse è già partita, forse sta partendo adesso.

Il momento era buono per il panico.
Per fortuna è intervenuta la mia parte più lucida e razionale (l’altra stava pregando tutti i nomi di dio, conosciuti, sconosciuti, inventati, passati presenti e futuri) con l’innegabile verità che ormai il danno era fatto, farsi prendere dal panico non sarebbe servito a niente, meglio chiedere e seguire il cammino con le maggiori probabilità di successo piuttosto che perdere tempo a piangersi addosso.

Anche questa campionessa dello zen stava per crollare quando il controllore le ha chiesto “a quale porto” fosse diretta – c’è più di un porto, cazzo!, ma alla fine ha trovato la strada, ripercorrendo i propri passi un po’ a tentoni un po’ a ragionamento.

Sono arrivata in nave addirittura con mezzora d’anticipo sulla mia schedule, tutto regolare. Il pomeriggio di lavoro poi è stato delirante, ma al confronto di quello che ho passato a terra, mi è sembrato una passeggiata.


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