ci si sveglia tutti i giorni alle sette e mezza (anche durante i weekend, dopo un po': la chiamano sveglia biologica, aka abitudine). ci si veste: non come capita, naturalmente. una panoramica dal basso verso l'alto rivela scarpe da ufficio (che nascondono verosimilmente calze da ufficio, ma non è detto, si potrebbe per protesta, per clandestina anarchia indossare calzini spaiati e bucati, o per necessità, con i calzini non si può mai essere sicuri), completo da ufficio oppure, nei giorni tranquilli, uno spezzato o addirittura jeans (puliti!) di venerdì, camicia o maglioncino da ufficio, sciarpina contro la tirannia dell'aria condizionata, capelli tirati indietro, un velo di trucco, orecchini... e fuori, tactactac contro l'asfalto - spesso bagnato, di questi tempi.
colazione in ufficio, prime pagine dei giornali, il lusso di un inizio soft, e poi tactactac contro la tastiera, pranzo, tactactac, caffè, ancora un po' di tactactac, un paio d'ore di libertà, correre sulla ruota, mangiare, dormire.
nulla di tutto questo è particolarmente terribile, mentre si vive, ma scriverlo mette i brividi.
non si capisce.
comunque, ci si ritagliano ancora e sempre alcuni angoli di libertà. diventa sempre più faticoso (non difficile, ma faticoso, proprio nel senso di fare fatica) e l'ombra della pigrizia si fa sempre più minacciosa, ma si fa.