giorno dopo giorno continuo ad imparare cose nuove. la scoperta più sensazionale dell'ultimo anno è l'umiltà. non mi pare vero quel che si dice: nessuna sottomissione né modestia, la semplicità c'entra come il cacio sul pesce al vapore. e mi immagino cercare di convincere l'agente a non arrestarmi, mentre sono "d'umiltà vestuta".
altri:
fare una scelta vuol dire avere un'alternativa. fare una scelta sbagliata apre nuove possibilità di scelta. non fare nessuna scelta è una scelta. solo quando non esistono possibilità ci è concesso di non fare scelte, ma è una condizione abbastanza triste e anche piuttosto improbabile. è più facile che le alternative siano talmente misere da trasformare la scelta in obbligata.
un particolare tipo di scelta è quella morale. esperimento.
la nostra cavia deve prendere un oggetto tra i molti che si trovano divisi in due scatoloni di fronte a lui. uno scatolone è etichettato "giusto", l'altro è etichettato "sbagliato".
la cavia può: a) non saper leggere/non provare alcun interesse per la situazione; b) essere stata addestrata con vari mezzi (fede, abitudine, tradizione, ecc...)a scegliere uno dei due scatoloni; c)pur riconoscendo il significato delle etichette, non fidarsi, perché l'opacità degli scatoloni le impedisce di riconoscerne il contenuto: quindi guardare bene dentro entrambi e cercare di conoscere gli oggetti con i vari sensi, prima di prenderne uno.
tesi di studio: solo nel caso c) c'è scelta morale, determinata dalla compartecipazione di varie componenti della cavia, che inoltre imparerà come buona parte degli oggetti siano stati ripartiti nei due scatoloni un po' a caso e un po' dall'abitudine.
da approfondire.
tutto passa, di consuma, svanisce in altro; ciò rende gli sforzi dell'uomo efficaci come cercare di trattenere la sabbia stringendo il pugno. "inutile" è la parola che fa eco nei miei pensieri. da quest'angolo sono costretta a notare che gran parte di quello che vedo è completamente privo di senso, e quindi non capisco quale assurda illusione spinga un essere umano a rompere le uova nel paniere di un altro. specie se il paniere è il mio; non chiedo altro che poter mangiare in pace all'ombra di un bell'albero godendomi un bellissimo panorama.
qualcosa che ha ancora senso: la bellezza.
11/2/2007 - in corso
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per ricevere la newsletter scrivi a jackilpinguino@gmail.com
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current adventure: "How to be a Grown Up"
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description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso
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status: in corso
martedì 17 agosto 2010
martedì 23 febbraio 2010
lo zen e l'arte di piallare una porta
“E cosa sei, allora?”
Me lo chiede così, Cosa sei, come si chiederebbe se sono vegetariana, o dove ho studiato, o se preferisco il mare o la montagna. Me lo chiede così Luis, mentre allunga una mano verso il bicchiere vuoto e l'altra verso una scura bottiglia senza etichetta di vino rosso, stappata. Il tavolo di legno grezzo porta la testimonianza di innumerevoli conversazioni conviviali, cerchi perfetti o spezzati, che si toccano, che si incrociano, che profumano il tavolo di botte, impronte di spiriti dipartiti, evaporati; una goccia sta già sanguinando dal collo della bottiglia, mi dice che anche questa volta rimarrà un segno, un'altra tacca su quello strambo calendario della vita di Luis.
Cosa sei?, mi chiede.
Un essere umano, sono. Nella fattispecie una donna. Naturalmente questo lo sapeva già (Luis non è tipo da lasciarsi sfuggire certi dettagli), ma non gli basta. A quanto pare, sembra non bastare mai a nessuno. Ma c'è quacosa di nuovo nella domanda di Luis, qualcosa che non c'era nelle domande dei milioni di Nessuno che me l'hanno chiesto, molti dei quali immaginari (nemmeno il mio perverso gigantico Io arriva a pretendere di avere milioni di questori al proprio attivo).
Cosa sei?
Avrebbe potuto chiedermi Cosa fai per vivere?, o forse, cosa fai nella vita?, nel suo caso, essere uno scrittore non ha mai significato fare qualcosa per vivere, piuttosto cacciarsi nelle fauci del leone per vedere se è tanto difficile morire (nel suo caso lo è). Il vivere di per sé non è rilevante, bisogna fare qualcosa di questa vita, modellarla come un blocco di argilla, homo faber, fare di sé un'opera d'arte. Homo sculptor più che faber, che possa guardare occhi negli occhi quel fottuto genio di Buonarroti.
E dai. Ancora con questa storia.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri per trovarmi sempre di fronte allo stesso uomo che mi fa la stessa domanda.
Ho nemmeno 8 anni e i lavori di casa sono un gioco: non rassettare, lavare, fare il bucato...quelle robe lì non mi hanno mai emozionata, non ho mai avuto il Dolce Forno, e se lo avessi avuto l'avrei usato per mettere insieme qualcosa di simile alla versione per bambini di una bomba atomica. Alla fine ho imparato lo stesso a cucinare, metto tutte le mie arti femminili nell'impasto e nel sugo, ma ho imparato per vie traverse: infilare una presa di menta nel sugo della nonna è il mio modo di essere creativa, un modo che produce un ambiguo compiacimento macchiato timore nelle mie cavie.
Comunque, dicevo, ho nemmeno 8 anni e mio padre ha deciso che noi vogliamo ristrutturare il bagno. Un gioco; in realtà preferisco scegliere da me le mie attività ricreative, ma non l'ho ancora capito; ancora, la voce di mio padre è la voce della Verità, e se lui dice che noi vogliamo, di sicuro è quello strano fastidio nelle braccia, come un accenno di noia e impazienza, ad essere in errore.
Quindi sto piallando lo stipite della porta con carta vetrata per toglierne l'orrendo strato di smalto color crema. In realtà era bianco, in principio; ora è ingiallito di tempo, ma noi lo chiamiamo crema, è più chic. Se la borsa di mia nonna può essere vintage, lo stipite della porta può essere crema, e nessuno protesti. Ma adesso lo togliamo. Il problema è che non è d'accordo. Lo smalto, intendo: non è d'accordo a lasciare il legno su cui ha prosperato per tanti anni. Ad ogni passata, ad ogni sfregamento, fa un rumore come un attutito urlo gracchiante; ad ogni incisione della paletta, ne cadono riccioli che precipitano come paracadutisti all'assalto. Insomma: il popolo dello Smalto è così ancorato alle proprie radici, che il mio costruito entusiasmo non regge alla prova e ben presto le mie dita accarezzano svogliate la superficie con la carta vetrata, come se invece della porta levigassero la superficie dei miei pensieri ormai slegati, con movimenti ampi e leggeri. I pensieri di una bambina sono puledri che giocano tra le nuvole, e rompono con gli zoccoli piccoli ciuffi di schiuma vaporosa e di panna montata. Credo ci siano anche degli arcobaleni, qua e la.
Mentre vagheggio ormai appoggiata alla porta, ci pensa mio padre a rimettermi le briglie:
"Stai attenta. Se percorri superficialmente una zona così vasta, certo, lascerai segni su tutta la porta, ma da nessuna parte arriverai a scoprire il cuore del legno. Per liberarlo devi concentrarti su un pezzettino alla volta, passando tutti gli interstizi, tutte le pieghe e le nervature con piccoli movimenti precisi ed energici, che sanno il loro scopo. Non importa quanto sia piccolo il tuo pezzettino; ad una bambina piccola corrisponde un pezzetto piccolo; ma deve essere perfetto, perché quel pezzettino sei tu. (Corollario: un pezzettino tu, un pezzettino io, un pezzettino il prossimo, alla fine la porta sarà perfetta e avrà qualcosa di nuovo, un valore aggiunto, poiché il tutto supera la somma delle parti.)"
È che mio padre ha sempre cercato di insegnarmi lo zen, e lo faceva facendomi levigare le porte.
Cosa sei? Un pezzettino di legno?
Da bambina volevo fare (essere?): la ballerina, l'inventrice della macchina del tempo, batman, l'astronauta, la maga, l'architetto di case per la Barbie, la cacciatrice sioux, la pittrice.
Poi sono cresciuta, e: la psicologa, la scienziata, l'archeologa (come Indiana Jones), il pilota di aerei, l'attrice.
Poi ho continuato a crescere: la scrittrice, la cacciatrice di tesori, il pirata al tempo della Compagnia delle Indie, la professoressa, la giornalista, il fisico teorico, la ricca ereditiera.
Infatti mi sono iscritta a Filosofia e ho passato quasi un decennio a fare tutto e niente, accettando più o meno tutti i lavori che il destino metteva sulla mia strada, prendendo pochissime decisioni, occupandomi più che altro di imparare e sciogliere i nodi dell'essere umano, unica mia grande passione e decisamente meno problematico della dimostrazione del teorema di Fermat. L'incontro con il limite mi portava a cambiare direzione con noncuranza. Non un fiume che scava le terre, quindi, piuttosto una pioggia che le accarezza e che si raccoglie in rigagnoli vivaci ma docili, che ne seguono le asperità senza forzarle. Accettazione.
C'è da dire che a 19 anni ho avuto un incontro scioccante con un sedicente Archetipo che per me si è rivelato più solido di un blocco di pietra da 16 tonnellate. Mi ci sono scontrata alla stessa velocità con cui una macchina in corsa si schianta contro un muro, o, secondo una comune convinzione, alla velocità con cui il corpo di una persona che cade dal quarto piano di un palazzo si schianta al suolo. Uno schianto dura solo un attimo; il rumore che produce dura tanto quanto le onde sonore riescono a propagarsi in cerchi concentrici sempre più rarefatti mano a mano che si allontanano dalla sorgente; anche incontro è una parola che richiama ad una durata temporale limitata, un breve cenno, un saluto, come sta la famiglia?, poi tutti tornano alla loro vita. Ma conseguenze, invece, è una parola eterna. Il sedicente Archetipo è arrivato, ha scambiato il suo posto con quello di mia sorella e non se ne è più andato. Conviverci succhia gran parte delle mie energie, perché diciamolo, non è una persona molto energica, ha continuamente bisogno della vitalità altrui.
L'apprendimento del peso delle conseguenze ha aggravato il mio handicap originario, rendendomi del tutto cieca al dopodomani, o, al massimo, alla settimana prossima. Accettazione passiva del domani perché occuparmi dell'oggi era (è?) tutto quello che riuscivo a fare.
Tutta la mia vita è stata come una cena cinese: innumerevoli abbondanti saporite portate sbocconcellate e poi accantonate per una nuova. Innamoramenti, sentieri imboccati con entusiasmo e poi abbandonati, a cavallo dei puledri imprevedibili dei miei pensieri capricciosi e tormentati. Finisce sempre allo stesso modo: ad un certo punto, mi annoio.
Tutta la mia vita è stata come quel pomeriggio con la porta.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri, ma mi trovo ancora davanti a qualcuno che mi chiede quale pezzettino di legno io sia. Sia, non faccia, come mi chiedono i milioni di Nessuno di cui sopra. È proprio da Luis. Per questa sua cattiva abitudine di andare a caccia di malvagi, di mostrarli per quello che sono con gesti eloquenti e inequivocabili, di additarli (non gli importa di essere maleducato); per questa sua dirompente forza che è il contrario di me, un fiume a cui più volte hanno imposto dighe contenitive e che le ha sempre inevitabilmente distrutte apparentemente senza fatica; per aver incontrato l'Archetipo e averlo salutato come un fratello; per tutto questo e altro ancora, Luis non fa delle cose; ogni secondo della vita di Luis è tutto Luis.
“Una volta ho piallato una porta”, gli dico.
Luis fa un mezzo sorriso, non capisce, e come potrebbe: non è nella mia testa (o sì?) e tutta quella tiritera su mio padre e sulla carta vetrata è riuscito a scamparsela, buon per lui.
“Una volta ho piallato una porta, ma immagino che questo non faccia di me un falegname.”
Me lo chiede così, Cosa sei, come si chiederebbe se sono vegetariana, o dove ho studiato, o se preferisco il mare o la montagna. Me lo chiede così Luis, mentre allunga una mano verso il bicchiere vuoto e l'altra verso una scura bottiglia senza etichetta di vino rosso, stappata. Il tavolo di legno grezzo porta la testimonianza di innumerevoli conversazioni conviviali, cerchi perfetti o spezzati, che si toccano, che si incrociano, che profumano il tavolo di botte, impronte di spiriti dipartiti, evaporati; una goccia sta già sanguinando dal collo della bottiglia, mi dice che anche questa volta rimarrà un segno, un'altra tacca su quello strambo calendario della vita di Luis.
Cosa sei?, mi chiede.
Un essere umano, sono. Nella fattispecie una donna. Naturalmente questo lo sapeva già (Luis non è tipo da lasciarsi sfuggire certi dettagli), ma non gli basta. A quanto pare, sembra non bastare mai a nessuno. Ma c'è quacosa di nuovo nella domanda di Luis, qualcosa che non c'era nelle domande dei milioni di Nessuno che me l'hanno chiesto, molti dei quali immaginari (nemmeno il mio perverso gigantico Io arriva a pretendere di avere milioni di questori al proprio attivo).
Cosa sei?
Avrebbe potuto chiedermi Cosa fai per vivere?, o forse, cosa fai nella vita?, nel suo caso, essere uno scrittore non ha mai significato fare qualcosa per vivere, piuttosto cacciarsi nelle fauci del leone per vedere se è tanto difficile morire (nel suo caso lo è). Il vivere di per sé non è rilevante, bisogna fare qualcosa di questa vita, modellarla come un blocco di argilla, homo faber, fare di sé un'opera d'arte. Homo sculptor più che faber, che possa guardare occhi negli occhi quel fottuto genio di Buonarroti.
E dai. Ancora con questa storia.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri per trovarmi sempre di fronte allo stesso uomo che mi fa la stessa domanda.
Ho nemmeno 8 anni e i lavori di casa sono un gioco: non rassettare, lavare, fare il bucato...quelle robe lì non mi hanno mai emozionata, non ho mai avuto il Dolce Forno, e se lo avessi avuto l'avrei usato per mettere insieme qualcosa di simile alla versione per bambini di una bomba atomica. Alla fine ho imparato lo stesso a cucinare, metto tutte le mie arti femminili nell'impasto e nel sugo, ma ho imparato per vie traverse: infilare una presa di menta nel sugo della nonna è il mio modo di essere creativa, un modo che produce un ambiguo compiacimento macchiato timore nelle mie cavie.
Comunque, dicevo, ho nemmeno 8 anni e mio padre ha deciso che noi vogliamo ristrutturare il bagno. Un gioco; in realtà preferisco scegliere da me le mie attività ricreative, ma non l'ho ancora capito; ancora, la voce di mio padre è la voce della Verità, e se lui dice che noi vogliamo, di sicuro è quello strano fastidio nelle braccia, come un accenno di noia e impazienza, ad essere in errore.
Quindi sto piallando lo stipite della porta con carta vetrata per toglierne l'orrendo strato di smalto color crema. In realtà era bianco, in principio; ora è ingiallito di tempo, ma noi lo chiamiamo crema, è più chic. Se la borsa di mia nonna può essere vintage, lo stipite della porta può essere crema, e nessuno protesti. Ma adesso lo togliamo. Il problema è che non è d'accordo. Lo smalto, intendo: non è d'accordo a lasciare il legno su cui ha prosperato per tanti anni. Ad ogni passata, ad ogni sfregamento, fa un rumore come un attutito urlo gracchiante; ad ogni incisione della paletta, ne cadono riccioli che precipitano come paracadutisti all'assalto. Insomma: il popolo dello Smalto è così ancorato alle proprie radici, che il mio costruito entusiasmo non regge alla prova e ben presto le mie dita accarezzano svogliate la superficie con la carta vetrata, come se invece della porta levigassero la superficie dei miei pensieri ormai slegati, con movimenti ampi e leggeri. I pensieri di una bambina sono puledri che giocano tra le nuvole, e rompono con gli zoccoli piccoli ciuffi di schiuma vaporosa e di panna montata. Credo ci siano anche degli arcobaleni, qua e la.
Mentre vagheggio ormai appoggiata alla porta, ci pensa mio padre a rimettermi le briglie:
"Stai attenta. Se percorri superficialmente una zona così vasta, certo, lascerai segni su tutta la porta, ma da nessuna parte arriverai a scoprire il cuore del legno. Per liberarlo devi concentrarti su un pezzettino alla volta, passando tutti gli interstizi, tutte le pieghe e le nervature con piccoli movimenti precisi ed energici, che sanno il loro scopo. Non importa quanto sia piccolo il tuo pezzettino; ad una bambina piccola corrisponde un pezzetto piccolo; ma deve essere perfetto, perché quel pezzettino sei tu. (Corollario: un pezzettino tu, un pezzettino io, un pezzettino il prossimo, alla fine la porta sarà perfetta e avrà qualcosa di nuovo, un valore aggiunto, poiché il tutto supera la somma delle parti.)"
È che mio padre ha sempre cercato di insegnarmi lo zen, e lo faceva facendomi levigare le porte.
Cosa sei? Un pezzettino di legno?
Da bambina volevo fare (essere?): la ballerina, l'inventrice della macchina del tempo, batman, l'astronauta, la maga, l'architetto di case per la Barbie, la cacciatrice sioux, la pittrice.
Poi sono cresciuta, e: la psicologa, la scienziata, l'archeologa (come Indiana Jones), il pilota di aerei, l'attrice.
Poi ho continuato a crescere: la scrittrice, la cacciatrice di tesori, il pirata al tempo della Compagnia delle Indie, la professoressa, la giornalista, il fisico teorico, la ricca ereditiera.
Infatti mi sono iscritta a Filosofia e ho passato quasi un decennio a fare tutto e niente, accettando più o meno tutti i lavori che il destino metteva sulla mia strada, prendendo pochissime decisioni, occupandomi più che altro di imparare e sciogliere i nodi dell'essere umano, unica mia grande passione e decisamente meno problematico della dimostrazione del teorema di Fermat. L'incontro con il limite mi portava a cambiare direzione con noncuranza. Non un fiume che scava le terre, quindi, piuttosto una pioggia che le accarezza e che si raccoglie in rigagnoli vivaci ma docili, che ne seguono le asperità senza forzarle. Accettazione.
C'è da dire che a 19 anni ho avuto un incontro scioccante con un sedicente Archetipo che per me si è rivelato più solido di un blocco di pietra da 16 tonnellate. Mi ci sono scontrata alla stessa velocità con cui una macchina in corsa si schianta contro un muro, o, secondo una comune convinzione, alla velocità con cui il corpo di una persona che cade dal quarto piano di un palazzo si schianta al suolo. Uno schianto dura solo un attimo; il rumore che produce dura tanto quanto le onde sonore riescono a propagarsi in cerchi concentrici sempre più rarefatti mano a mano che si allontanano dalla sorgente; anche incontro è una parola che richiama ad una durata temporale limitata, un breve cenno, un saluto, come sta la famiglia?, poi tutti tornano alla loro vita. Ma conseguenze, invece, è una parola eterna. Il sedicente Archetipo è arrivato, ha scambiato il suo posto con quello di mia sorella e non se ne è più andato. Conviverci succhia gran parte delle mie energie, perché diciamolo, non è una persona molto energica, ha continuamente bisogno della vitalità altrui.
L'apprendimento del peso delle conseguenze ha aggravato il mio handicap originario, rendendomi del tutto cieca al dopodomani, o, al massimo, alla settimana prossima. Accettazione passiva del domani perché occuparmi dell'oggi era (è?) tutto quello che riuscivo a fare.
Tutta la mia vita è stata come una cena cinese: innumerevoli abbondanti saporite portate sbocconcellate e poi accantonate per una nuova. Innamoramenti, sentieri imboccati con entusiasmo e poi abbandonati, a cavallo dei puledri imprevedibili dei miei pensieri capricciosi e tormentati. Finisce sempre allo stesso modo: ad un certo punto, mi annoio.
Tutta la mia vita è stata come quel pomeriggio con la porta.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri, ma mi trovo ancora davanti a qualcuno che mi chiede quale pezzettino di legno io sia. Sia, non faccia, come mi chiedono i milioni di Nessuno di cui sopra. È proprio da Luis. Per questa sua cattiva abitudine di andare a caccia di malvagi, di mostrarli per quello che sono con gesti eloquenti e inequivocabili, di additarli (non gli importa di essere maleducato); per questa sua dirompente forza che è il contrario di me, un fiume a cui più volte hanno imposto dighe contenitive e che le ha sempre inevitabilmente distrutte apparentemente senza fatica; per aver incontrato l'Archetipo e averlo salutato come un fratello; per tutto questo e altro ancora, Luis non fa delle cose; ogni secondo della vita di Luis è tutto Luis.
“Una volta ho piallato una porta”, gli dico.
Luis fa un mezzo sorriso, non capisce, e come potrebbe: non è nella mia testa (o sì?) e tutta quella tiritera su mio padre e sulla carta vetrata è riuscito a scamparsela, buon per lui.
“Una volta ho piallato una porta, ma immagino che questo non faccia di me un falegname.”
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