A 8 anni mi sentivo adulta. Mi facevano incazzare quelli che dicevano frasi del tipo “te lo spiegherò quando sarai più grande”, “sono cose da grandi”, “questo è il tavolo dei grandi (siediti a quello lì dove ci sono un mucchio di tuoi coetanei che si lanciano polpette al sugo sui vestiti )”, e soprattutto, “l’amore è una cosa da grandi”, come pretendeva la maestra. La compagnia dei miei coetanei, fatte le debite eccezioni, non mi esaltava granché, trovavo più soddisfacenti le conversazioni con gli adulti. Forse era dovuto al mio ego smisurato, smisurato per una bambina così piccola. Non era colpa mia. Fin dalla mia prima protesta silenziosa nella pancia di mia madre, ho avuto intorno adulti che mi ripetevano quanto fossi intelligente eccetera. In parte mi piacevano perché mi gongolavo nella loro considerazione, ma soprattutto era perché ho sempre avuto un debole per le discussioni e le speculazioni razionali. A 5 o 6 anni mio papà mi spiegò cosa fosse un numero primo (cercava di trasformarmi nel novello einstein?): forse non capii nulla, ma fu molto gratificante. Quindi non mi lamento; solo che ci sono voluti un sacco di anni e di merende a latte e sostanze nutrienti come quelle della pubblicità, prima che il mio corpo assumesse una dimensione adatta a contenere il mio ego.
Dimensioni corrette: corpo/ego=1
Ire a 8 anni: corpo/ego=1/1.000.000
Comunque, penso ancora che non sia vero che l’amore sia solo una cosa da grandi. A 8 anni mi sono innamorata nel primo rudimentale modo adulto. È quello che fa sognare a occhi aperti, scrivere poesie imbarazzanti, sperimentare gelosia, nostalgia, speranza e iperventilazione. Soprattutto gelosia, visto che non fu mai corrisposto, ma vissuto dalla parte (s)fortunata e paziente dell’amica. Dico rudimentale, perché nonostante le emozioni negative non esigeva conferme, ed era alimentato dalla semplice presenza dell’amato; qualcuno obbietterà che è così che l’amore sempre deve essere, ma siamo realisti: più tardi si fanno avanti altre esigenze, o comunque, dopo un po’ di tempo dietro a un amore a senso unico ce la si fa passare, io all’epoca restai innamorata di Lu per... 5 anni? Con qualche sbandamento, ma posso affermarlo senza esagerare troppo. O forse dico così solo perché non mi capitò più di essere così innamorata senza essere corrisposta.
Cominciò tutto per gioco (rudimentale; o comincia sempre per gioco?).
È una storia che non ho mai raccontato perché un po’ me ne vergogno: fu un gioco per me raccontare alla mia amica che anche io ero innamorata di lui, che l’avevo capito in un sogno, e che i sogni dicono sempre la verità. Ma la mia non era verità, non proprio, volevo solo sapere quanto lei mi fosse amica, o forse ero annoiata e volevo movimentare la situazione, e questa è la parte di cui mi vergogno. Una piccola parentesi, la nostra amicizia, mia e di Sa, non fu scalfita da questo gioco (perché era amore rudimentale per entrambe, e lui purtroppo non era nostro, né suo né mio), ma da altri eventi di cui non sto a raccontare perché andrei fuori tema.
Non ricordo come andò, ma quant’e vero, quella stronzata ebbe conseguenze vere. Insomma, ad un certo punto ero innamorata di Lu. E il motivo era perfettamente chiaro: era bello, con quelle sue orecchie morbidose che spuntavano da folti ( folti!) capelli a scodella. Era educato, intelligente e spiritoso, più maturo degli altri, e aveva già allora una tempra morale che lo distingueva e che con gli anni è diventata il suo marchio di fabbrica. E la sua fragilità esteriore stimolava il mio famoso istinto materno. Spesso era malato. Cominciai a vedere l’universo come un grande tutto, in cui una farfalla sbatte le ali a pechino, e a milano viene la pioggia invece del sole. Tutto divenne un segno per qualcos’altro. Un esempio che risale a quando ebbi l’età per preparare il caffè (ero già alle medie). Ogni mattina riempivo la caffettiera, e se rovesciavo del caffè fuori dal filtro, Lu sarebbe venuto a scuola; altrimenti, voleva dire che era malato e sarebbe rimasto a casa. Io rovescio il caffè quasi ogni volta, ma superata la prima o seconda infanzia, Lu si ammalava molto meno: così il mio piccolo esercizio di divinazione funzionava quasi sempre. L’amore rende fatalisti, o forse è che quando lo provi, cominci a vedere l’amore dappertutto.