current adventure: "How to be a Grown Up"

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description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

sabato 30 giugno 2012

Quarantaduesimo giorno di navigazione, Copenhagen.


La ragione del mio prolungato silenzio, il più lungo dall’imbarco, è che mi sono quasi seriamente ammalata. Ho preso tutto il pacchetto: tosse, candela al naso, mal di testa, mal di gola, sensazione di aver preso un albero maestro sulla schiena, febbre; non ci facciamo mancare niente.
Alcuni potrebbero essere indotti a pensare che una malattia sia una buona occasione per prendersi una pausa dalla dura vita di bordo, fatta di turni massacranti, scale e stress; ma sbaglierebbero.

Naturalmente noi marinai abbiamo diritto ai nostri giorni di malattia: fino a 5 giorni restiamo a bordo; se il medico ne prescrive di più, al 6° ci sbarcano. Proseguiamo la malattia, pagata, a casa, ma la nave non si può permettere una rotella del meccanismo non operativa.

Se esiste una legge non trasgredibile in questo mondo galleggiante, è l’economia dello spazio/tempo.

Ad esempio: in tasca ho valuta svedese, norvegese, russa, europea, estone, tutte quelle dei paesi che attraversiamo; ma la moneta forte, a bordo della nave, è il tempo. Per la più ovvia delle leggi dell’economia, cioè quella della domanda e dell’offerta. Il tempo è disponibile in quantità limitata, ne fabbricano solo 24 unità al giorno a testa. Per via della sua natura si degrada facilmente: non è possibile conservarlo, tutte le 24 unità vanno necessariamente consumate nel giro si una rotazione terrestre. A fronte di questa offerta limitata, c’è una grande richiesta di tempo, lo consumano tutti, e non basta mai.
Questa legge vale per tutti, a bordo e a terra; ma sulla nave, dove ciascuno di noi investe nel lavoro dalle 11 alle 16 unità al giorno - cioè in pratica cede queste unità alla compagnia in cambio di una quantità di denaro per nulla corrispondente al valore reale del tempo scambiato -  è più facile da osservare. Un lavoro, un favore, l’ozio che possiamo concederci, una sbronza, una pennica, il pranzo, la strada dal porto alla città, la redazione di un post su jackintrasferta, tutto si valuta in tempo: sia quello effettivamente consumato per svolgere l’attività, sia le possibili ripercussioni sul tempo di “domani” (se stanotte mi ubriaco e dormo poco, domani sarò distrutto e impiegherò più tempo del normale per la tale attività. Il lettore più acuto avrà già capito che a questo punto intervengono valutazioni di carattere qualitativo, accanto a quelle meramente quantitative; quanto vale 1 unità passata a lavorare, e quanto 1 unità passata a festeggiare? Naturalmente il tempo non è solo questione di misura).

Lo spazio è quasi altrettanto importante (si sa che i due vanno a braccetto). Un crewmember non operativo è, semplicemente, uno spreco di spazio.

Godere dei propri giorni di malattia presenta anche altri problemi.
Farsi mettere off per medical significa reclusione forzata nella propria cabina, con divieto di uscire dalla nave, di andare nell’area passeggeri e al crew bar; in sostanza, un malato è autorizzato a lasciare i propri quartieri solo per andare in mensa. Ufficialmente perché, proprio in quanto malato, ha bisogno di riposo e di conseguenza non ci sono ragioni per cui dovrebbe trovarsi al crew bar o su un ponte all’aperto, invece di essere a letto. Ufficiosamente per scoraggiare i mamagaio (dal dizionario di bordo, maschile invariabile, significa “fannullone”) che potrebbero approfittarne per prendersi una vacanza.

Manco morta mi faccio rinchiudere in questo loculo buio, senza finestre e senza aria, nemmeno per 24 ore! Per di più, ritengo proprio il sistema di aerazione uno dei maggiori responsabili dell’epidemia di influenza di cui stiamo soffrendo nelle ultime settimane.
Non ci sono finestre. I ponti B e C, dove si trova la maggior parte delle cabine dell’equipaggio, sono sotto la linea di galleggiamento. Il ponte A, volano della nostra attività quotidiana, si trova appena sopra, e ha dei piccoli oblò della dimensione di un frisbee, ermeticamente chiusi. I ponti 1 e 2, dedicati ai passeggeri, ospitano la maggior parte dei bar e dei negozi e hanno grandi vetrate che tuttavia non si possono aprire; i ponti 3 e 9 (teatro, altri negozi e bar, piscina, spa) hanno balconate che costeggiano tutta la parete della nave, a cui si accede attraverso a delle doppie porte accuratamente studiate per impedire un sano ricambio d’aria; non sia mai che la signora in abito di gala con la permanente appena rifatta si prenda un colpo di vento mentre passeggia per la galleria pensando alla cena di stasera. Gli altri ponti sono occupati dalle cabine passeggeri, alcune delle quali, secondo la leggenda, avrebbero oblò apribili, persino balconi; ma i più non credono a queste favole. Per farla breve, l’aria che respiriamo è sempre la stessa, e probabilmente nei filtri vivono colonie di virus e batteri così progredite che avranno ormai inventato la ruota.

Non basta. Un’altra ottima ragione per stare lontani dall’ospedale sono i medici. Il mio amico Davide, stage manager, mi ha detto che per un mal di gola il dottore gli ha fatto una puntura di voltaren. Per un brutto raffreddore, una delle cantanti ha ricevuto una terapia di una settimana al cortisone. Starnutisci e ti mettono in tasca un pacco di antibiotici. Si vocifera di flebo somministrate a fronte di un attacco di tosse. Considerata la mia storia di assuefazione e disintossicazione da medicinali, ho preferito accontentarmi di un antinfiammatorio per la gola. Non mi sono nemmeno fatta visitare: ho chiesto all’infermiera quello che volevo e l’ho ricevuto.

Lavorare con l’influenza non è piacevole, ma da quando siamo qui al nord le crociere si ripetono con una certa regolarità e la mole di lavoro si è drasticamente ridotta: sono riuscita a organizzarmi e a passare un bel po’ di tempo a letto, anche grazie alla complicità della mia collega, Eva. Il momento peggiore è stato mercoledì. La febbre doveva essere abbastanza alta, perché mi sentivo pulsare le tempie e avevo un gran freddo. Nel pomeriggio ho cominciato il solito delirio che mi prende quando tocco i 38: penso che non guarirò, che i sintomi si aggraveranno e di certo diventerà una broncopolmonite se non prendo immediatamente un antibiotico e 20 tachipirine.

Come potete immaginare, non è andata così. L’influenza è passata lasciandosi dietro un naso fosforescente per il troppo soffiare, una montagna di fazzoletti alta quanto un pony e un incarnato più pallido del solito.

Nessun modo migliore di festeggiare la miracolosa guarigione che una birretta in un pub di Copenhagen.

5 commenti:

Valerio ha detto...

Ora voglio semplicemente sapere quanti centesimi di unità hai utilizzato per raccontarci questa interessante storia di vita vissuta!

Ada ha detto...

ho sempre detto che sei una donna in gambissima, non ti arrendi mai e fai bene, forza Irene baci
Ada

Anonimo ha detto...

Meno male che sei guarita!
Ehm... Mi scoccia farti un complimento in pubblico, ma scrivi davvero bene :)

Tuma

Haida ha detto...

Mi stavo giusto chiedendo che fine avessi fatto :) Qui a terra tutto bene. Un bacione a lunga percorrenza per te!

Mamma con gli stivali ha detto...

MI MANCHI IREEEEEEEEEEEEE.
UN ABBRACCIO