La
ragione del mio prolungato silenzio, il più lungo dall’imbarco, è che mi sono
quasi seriamente ammalata. Ho preso tutto il pacchetto: tosse, candela al naso,
mal di testa, mal di gola, sensazione di aver preso un albero maestro sulla
schiena, febbre; non ci facciamo mancare niente.
Alcuni
potrebbero essere indotti a pensare che una malattia sia una buona occasione
per prendersi una pausa dalla dura vita di bordo, fatta di turni massacranti,
scale e stress; ma sbaglierebbero.
Naturalmente
noi marinai abbiamo diritto ai nostri giorni di malattia: fino a 5 giorni
restiamo a bordo; se il medico ne prescrive di più, al 6° ci sbarcano.
Proseguiamo la malattia, pagata, a casa, ma la nave non si può permettere una
rotella del meccanismo non operativa.
Se
esiste una legge non trasgredibile in questo mondo galleggiante, è l’economia
dello spazio/tempo.
Ad
esempio: in tasca ho valuta svedese, norvegese, russa, europea, estone, tutte
quelle dei paesi che attraversiamo; ma la moneta forte, a bordo della nave, è
il tempo. Per la più ovvia delle leggi dell’economia, cioè quella della domanda
e dell’offerta. Il tempo è disponibile in quantità limitata, ne fabbricano solo
24 unità al giorno a testa. Per via della sua natura si degrada facilmente: non
è possibile conservarlo, tutte le 24 unità vanno necessariamente consumate nel
giro si una rotazione terrestre. A fronte di questa offerta limitata, c’è una
grande richiesta di tempo, lo consumano tutti, e non basta mai.
Questa
legge vale per tutti, a bordo e a terra; ma sulla nave, dove ciascuno di noi
investe nel lavoro dalle 11 alle 16 unità al giorno - cioè in pratica cede
queste unità alla compagnia in cambio di una quantità di denaro per nulla
corrispondente al valore reale del tempo scambiato - è più facile da
osservare. Un lavoro, un favore, l’ozio che possiamo concederci, una sbronza,
una pennica, il pranzo, la strada dal porto alla città, la redazione di un post
su jackintrasferta, tutto si valuta in tempo: sia quello effettivamente
consumato per svolgere l’attività, sia le possibili ripercussioni sul tempo di
“domani” (se stanotte mi ubriaco e dormo poco, domani sarò distrutto e
impiegherò più tempo del normale per la tale attività. Il lettore più acuto avrà
già capito che a questo punto intervengono valutazioni di carattere
qualitativo, accanto a quelle meramente quantitative; quanto vale 1 unità
passata a lavorare, e quanto 1 unità passata a festeggiare? Naturalmente il
tempo non è solo questione di misura).
Lo
spazio è quasi altrettanto importante (si sa che i due vanno a braccetto). Un
crewmember non operativo è, semplicemente, uno spreco di spazio.
Godere
dei propri giorni di malattia presenta anche altri problemi.
Farsi
mettere off per medical significa reclusione forzata nella propria cabina, con
divieto di uscire dalla nave, di andare nell’area passeggeri e al crew bar; in
sostanza, un malato è autorizzato a lasciare i propri quartieri solo per andare
in mensa. Ufficialmente perché, proprio in quanto malato, ha bisogno di riposo
e di conseguenza non ci sono ragioni per cui dovrebbe trovarsi al crew bar o su
un ponte all’aperto, invece di essere a letto. Ufficiosamente per scoraggiare i
mamagaio (dal dizionario di bordo,
maschile invariabile, significa “fannullone”) che potrebbero approfittarne per
prendersi una vacanza.
Manco
morta mi faccio rinchiudere in questo loculo buio, senza finestre e senza aria,
nemmeno per 24 ore! Per di più, ritengo proprio il sistema di aerazione uno dei
maggiori responsabili dell’epidemia di influenza di cui stiamo soffrendo nelle
ultime settimane.
Non
ci sono finestre. I ponti B e C, dove si trova la maggior parte delle cabine
dell’equipaggio, sono sotto la linea di galleggiamento. Il ponte A, volano
della nostra attività quotidiana, si trova appena sopra, e ha dei piccoli oblò
della dimensione di un frisbee, ermeticamente chiusi. I ponti 1 e 2, dedicati
ai passeggeri, ospitano la maggior parte dei bar e dei negozi e hanno grandi
vetrate che tuttavia non si possono aprire; i ponti 3 e 9 (teatro, altri negozi
e bar, piscina, spa) hanno balconate che costeggiano tutta la parete della
nave, a cui si accede attraverso a delle doppie porte accuratamente studiate
per impedire un sano ricambio d’aria; non sia mai che la signora in abito di
gala con la permanente appena rifatta si prenda un colpo di vento mentre
passeggia per la galleria pensando alla cena di stasera. Gli altri ponti sono
occupati dalle cabine passeggeri, alcune delle quali, secondo la leggenda, avrebbero
oblò apribili, persino balconi; ma i più non credono a queste favole. Per farla
breve, l’aria che respiriamo è sempre la stessa, e probabilmente nei filtri
vivono colonie di virus e batteri così progredite che avranno ormai inventato
la ruota.
Non
basta. Un’altra ottima ragione per stare lontani dall’ospedale sono i medici.
Il mio amico Davide, stage manager, mi ha detto che per un mal di gola il
dottore gli ha fatto una puntura di voltaren. Per un brutto raffreddore, una
delle cantanti ha ricevuto una terapia di una settimana al cortisone.
Starnutisci e ti mettono in tasca un pacco di antibiotici. Si vocifera di flebo
somministrate a fronte di un attacco di tosse. Considerata la mia storia di
assuefazione e disintossicazione da medicinali, ho preferito accontentarmi di
un antinfiammatorio per la gola. Non mi sono nemmeno fatta visitare: ho chiesto
all’infermiera quello che volevo e l’ho ricevuto.
Lavorare
con l’influenza non è piacevole, ma da quando siamo qui al nord le crociere si
ripetono con una certa regolarità e la mole di lavoro si è drasticamente
ridotta: sono riuscita a organizzarmi e a passare un bel po’ di tempo a letto,
anche grazie alla complicità della mia collega, Eva. Il momento peggiore è
stato mercoledì. La febbre doveva essere abbastanza alta, perché mi sentivo
pulsare le tempie e avevo un gran freddo. Nel pomeriggio ho cominciato il
solito delirio che mi prende quando tocco i 38: penso che non guarirò, che i
sintomi si aggraveranno e di certo diventerà una broncopolmonite se non prendo
immediatamente un antibiotico e 20 tachipirine.
Come
potete immaginare, non è andata così. L’influenza è passata lasciandosi dietro
un naso fosforescente per il troppo soffiare, una montagna di fazzoletti alta
quanto un pony e un incarnato più pallido del solito.
Nessun
modo migliore di festeggiare la miracolosa guarigione che una birretta in un
pub di Copenhagen.
5 commenti:
Ora voglio semplicemente sapere quanti centesimi di unità hai utilizzato per raccontarci questa interessante storia di vita vissuta!
ho sempre detto che sei una donna in gambissima, non ti arrendi mai e fai bene, forza Irene baci
Ada
Meno male che sei guarita!
Ehm... Mi scoccia farti un complimento in pubblico, ma scrivi davvero bene :)
Tuma
Mi stavo giusto chiedendo che fine avessi fatto :) Qui a terra tutto bene. Un bacione a lunga percorrenza per te!
MI MANCHI IREEEEEEEEEEEEE.
UN ABBRACCIO
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