C'era una volta Melina. Se ne stava su un muretto sotto al melo, sdraiata sulla pancia, a guardare le formiche in fila prima di un temporale. Poi cominciò a piovere e se ne tornò a casa correndo. Era tutta bagnata e i vestiti erano pesanti, ma non importava. La mamma rise, la asciugò e le diede un pigiama.
La casa sapeva un po' di legno e umido. Non c'era il riscaldamento, tranne due stufette elettriche con le serpentine che diventavano arancioni col calore. A Melina piaceva vederle cambiare colore, e le spegneva e riaccendeva continuamente finché una non si ruppe. Melina diede la colpa al gatto. La mamma non le credette ma Melina non lo sapeva. Pensava di essere furba. Comunque un po' le dispiaceva di aver rotto la stufetta.
In quella casa pioveva dentro dalle finestre. Melina non capiva perché la mamma impazzisse dietro a queste cose. Il papà era più saggio, lasciava che piovesse. Come se si potesse fermare la pioggia! Dopo un po' anche la mamma si calmava e smetteva di insultare la pioggia e la casa. Il papà faceva il té. Evviva la furia degli elementi! La casa aveva un po' un odore umido, ma se Melina si arrampicava sulla finestra, che vista ragazzi. Tutta la città era ai suoi piedi. Senza dubbio questo contava molto più di un paio di pozzanghere in soggiorno.
Un inverno faceva più freddo del solito, allora il papà montò una stufa a gas che teneva tantissimo caldo. Vicino alla stufa c'era una vecchia poltrona arancione e una lampada da lettura. Tra la cucina e il soggiorno c'erano 2 piastrelle. Dalla poltrona Melina sentiva la mamma che lavava i piatti e cucinava, e gli piaceva più che guardare le formiche. La casa era tutta piena della mamma. Lei profumava di biscotti. Non che cucinasse biscotti come le mamme antiche, era semplicemente il suo odore.
In casa i cassetti non avevano pomelli, e bisognava aprirli facendo leva con qualcosa, coltelli, forbici, cacciaviti eccetera. La mamma e il papà avevano tolto i pomelli quando Melina era piccola perché non li aprisse e non tirasse fuori cose pericolose come coltelli, forbici, cacciaviti eccetera. C'erano davvero un sacco di cassetti. Quando Melina fu abbastanza grande da aprirli facendo leva eccetera, si divertiva a curiosare tra i quaderni della mamma e gli oggetti misteriosi del papà. Melina sospettava che il papà fosse un mago o qualcosa del genere, forse un eremita (Melina aveva sentito questa nuova parola alla tv e anche se non ne conosceva il significato, le sembrava che suonasse bene), perchè conservava cose esotiche e potenti come scatole d'argento, drappi di stoffa strappata in chissà che avventura, tubi pieni di liquido oleoso con una bolla d’aria che andava su e giù a seconda di come li mettevi e libri... tantissimi libri ovunque.
Un giorno Melina stava cercando i segreti dei cassetti e trovò questa foto. C’era la mamma. Era sicuramente lei...anche se molto, molto più giovane, aveva la stessa faccia, non si discuteva. Sul papà non era così sicura: sul suo mento c’era tanta di quella barba che sembrava una maschera di carnevale. Eppure qualcosa nella posizione di quel ragazzo diceva che doveva trattarsi del papà. Erano seduti sul muretto di una casa con altri ragazzi. Le foto sono animali bizzarri. Ti fanno vedere una cosa illudendoti di essere obbiettive. Invece tu vedi quello che vuoi. Sono più furbe di noi. Poi congelano un istante per sempre (o almeno fino a quando non finiscono sgretolate dal tempo) e quando le guardi puoi rivivere quell’ istante, ogni volta. Puoi entrare nella foto e proiettarti in un mondo in bianco e nero, in un tempo in cui forse non eri neanche nato, ma che è vivo e presente come se la foto fosse una porta per un universo parallelo che esiste proprio in quel momento. Melina pensava queste cose mentre guardava la foto e scopriva che i suoi genitori erano in effetti esseri umani che prima di essere genitori erano stati ragazzi e si arrampicavano sui muretti.
C’erano molte altre foto, alcune ritraevano bambini sconosciuti oppure Melina da piccola, altre lupi, orsi, falchi, altre ancora paesaggi lontani, la nonna o lo zio (il fratello del papà), ma erano tutte molto meno interessanti della Foto Del Muretto.
C’era un sacco di magia in quella casa. Nelle foto, nei cassetti, nelle centinaia di migliaia di pagine solcate da milioni di caratteri neri, negli armadi così grandi che ti ci potevi sdraiare dentro, nel ripostiglio segreto sopra il bagno, sulle scale, sotto al tavolo, ovunque.
A proposito degli armadi. Era dicembre e tutta quella faccenda dei regali si stava avvicinando. Ogni anno era una caccia al pacchetto. Quell’ anno Melina trovò i regali nell’armadio con considerevole anticipo ed esigette che fossero messi subito sotto l’albero, dove poteva ammirarli e tastarli per indovinarne il contenuto. La mamma non era contenta perché occupavano tanto spazio. Melina smise di credere a Babbo Natale, e pensò, con quella gran soddisfazione tipica delle vittorie della ragione sulla superstizione, “Come Volevasi Dimostrare”. Aveva 5 anni.
1 commento:
Sono d'accordo sulle foto, sono diaboliche.
Quando a me capita di rprendere in mano immagini scattate anni prima non solo rimango ipnotizzato a ricordare quel che stava intorno, gli avvenimenti, le persone ma faccio sempre anche il confronto con l'adesso. Guardandomi allo specchio se son foto con me dentro o guardando le persone che vi son raffigurate se sono ancora presenti.
...Babbo Natale non esiste?!?!?!
Presto, il mio avvocato! Facciamo causa alla Coca Cola!!!
:)
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