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| A cavallo del fortunadrago con Manu e Mau (dietro l'obbiettivo) a spasso per la Norvegia |
Ultimo giorno in Norvegia, e, beffa del fato, oggi a Oslo c’erano
il Sole e una ventina abbondante di gradi. Eva ed io abbiamo salutato come si
conviene questo meraviglioso Paese, che ci ha fatto da rifugio per 3 mesi:
pranzo a base di salmone norvegese e sidro di pera, sedute al porto, ad un
delizioso tavolino proprio sul mare. Ora mi trovo di fronte ad un angoscioso
dilemma: non so decidere se preferisco il sidro di pera o quello di mela.
Domani dico arrivederci alla mia Copenhagen, dopodiché parte
la traversata che, nel giro di 10 giorni, ci riporterà in mari nostrani.
Il mistero del cappello scomparso – epilogo, ovvero:
♪ “the Hat came back, the
very next day”
L’aver ricostruito la vicenda del cappello per come poteva,
con ogni probabiltà, essere andata, mi aveva portavo a metà nella risoluzione
del caso. Non restava che ritrovare l’oggetto in questione: al riguardo avevo
fatto però tutto il possibile. Mi concessi una pausa ristoratrice al Crew Bar,
fiduciosa che i miei informatori avrebbero battuto i bassifondi della Città
Galleggiante fino all’ultimo vicolo puzzolente.
Il mattino seguente venne troppo presto. Mi diressi in
tipografia con gli occhi ancora a mezz’asta, in uno stato appena presentabile,
con la solita bozza e il solito thermos di caffè. Non feci in tempo a buttare
giù il primo sorso, che A., uno degli steward, si presentò con il mio cappello
vagabondo. Non volle dirmi dove l’avesse trovato, né io insistetti per saperlo:
come insegna il grande Holmes, meglio non indagare troppo sui metodi dei propri
informatori, se si desidera mantenerli. “I picked it from somebody’s head”, si
limitò a dire, lasciandomi nel dubbio de intendesse realmente somebody’s head o piuttosto some body’s head.
Così il circuito era chiuso, e il cappello era tornato nella
sua posizione originale, dopo aver percorso strade e vissuto avventure che, probabilmente,
non conosceremo mai. Restava solo una cosa da fare: D. non avrebbe affrontato
la Legge, ma il suo gesto non sarebbe rimasto impunito. Evitò il più a lungo
possibile di venire a trovarci, ma alla fine non potè più rimandare, e venne,
più silenzioso del solito, per raccogliere i suoi dannati flyers.
“Ah, D.,
you know what? The hat came back.”
“Really? How?”
“I told
some friend the whole story and one of them brought it back to me, after he found
it in the garbage area.”
“In the
garbage area?”
“In the
garbage area.”
Silenzio. Non
potevo perdere quell’occasione: era come giocare al gatto col topo.
“I think
that the thief realized we knew it was him, and decided to get rid of the hat. Because,
you know, we know who took it”.
“Yes?”
“Yes.”
La sua vocetta acuta si era fatta stridula, e dovette
accorgersene, perché tacque per parecchi secondi. Poi tastò di nuovo il
terreno.
“My wife
lost 3 pairs of shoes when she disembarked”
“Oh, but I didn’t lose it, did I?” ripresi, con gli occhi
piantati nei suoi.
D. tacque di nuovo e lasciò l’ufficio senza sapere più dove
guardare.
Poveretto. Non dev’essere piacevole sapere che d’ora in
avanti, ogni giorno, non perderò occasione di ricordargli la propria stupidità.

3 commenti:
Poveretto. Non dev’essere piacevole sapere che d’ora in avanti, ogni giorno, non perderò occasione di ricordargli la propria stupidità
Non lo fare. La pietà è sempre un'ottima consigliera :)
oh, dai. almeno per qualche giorno. :D
uahuahahahah! sei adorabilmente crudele <3
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