Tutto iniziò quando J. mi regalò un cappello da cowboy
scovato tra gli scarti di magazzino. Era un bel cappello, un po’ largo forse,
ma perfetto per le mie serate a tema. Quella sera avevo un sacco di lavoro. Al momento
del regalo la tipografia era gremita di gente – tutti volevano qualcosa da me,
e non riuscii nemmeno a trovare il tempo di sfilarlo dalla plastica trasparente
in cui era avvolto. Lo appoggiai su una mensola sopra la scrivania, tra i
dizionari e le pile di documenti da spulciare.
Terminate le incombenze della sera, lanciai in giro una rapida
occhiata e mi accorsi che non era venuto nessun a ritirare il materiale che
avevamo stampato per l’House Keeping.
Sfinita, senza più la forza di aspettare, lasciai la tipografia aperta e tornai
in cabina, dove mi addormentai quasi subito guardando l’ultimo episodio di una
saga famosa ai miei tempi, Ritorno al Futuro 3, abientato nel vecchio West dove
tutti indossavano cappelli come quello che si trovava sullo scaffale sopra la
mia scrivania, tra i dizionari e le pile di documenti, ancora avvolto nella plastica.
La mattina seguente entrai in ufficio alla solita ora, col solito
thermos di caffè bollente in una mano e la solita bozza del giornale del giorno
dopo nell’altra, non pronta ma rassegnata ad iniziare una nuova, faticosa
giornata. La tipografia era ancora deserta – sono la prima ad arrivare – e i
flyers per l’House Keeping erano stati portati via. Accesi la vecchia carretta
che fanno passare per computer e attesi, consumando la mia colazione in un
rilassato e prezioso silenzio. Non me ne ricordai che dopo alcuni minuti,
quando il caffè cominciava a fare effetto ripristinando le sinapsi tra le mie
cellule cerebrali: là dove avrebbe dovuto trovarsi il cappello, tra i dizionari
eccetera, si trovava invece un vuoto eloquente. Il cappello era sparito.
Per prima cosa mi feci prendere dallo sconforto che di norma
mi affligge quando perdo qualcosa, specialmente se di valore affettivo. La giornata
iniziava male. I miei due colleghi e compagni di sventura, E. e M., non ne
sapevano niente, e cominciammo a fare delle congetture. Dove poteva essere? Io ero
assolutamente certa di non averlo portato fuori dall’ufficio; d’altronde, chi
poteva essere entrato? Solo qualcuno con una ragione precisa per entrare. Nessuno
sapeva che l’ufficio non era chiuso a chiave, tranne l’House Keeping, per via
dei flyers da ritirare. Non volendo puntare il dito contro nessuno (e ritenendo
l’accusa troppo assurda per essere presa in considerazione) lasciai fluttuare l’ipotesi
qualche secondo fino a che non venne completamente risucchiata dai condotti di
riciclaggio dell’aria, per liquidare poi l’intera vicenda in favore di cose più
urgenti: la mia bozza, dimenticata sulla scrivania, gridava all’abbandono di
minore.
Ma non riuscivo a togliermi dalla testa la faccenda del
cappello. Chi mai poteva fare una cosa del genere? La tipografia non si trova
in un luogo di passaggio. La porta era chiusa, anche se non a chiave, e nessuno
avrebbe potuto passare lì davanti ed essere tentato di entrare per chissà che
misteriosa ragione. Non aveva senso. C’era un’unica possibilità: qualcuno era
entrato per cercare del materiale stampato, e, una volta dentro, aveva colto l’occasione
per rubare il cappello. Probabilmente l’aveva già notato la sera prima, nel
momento in cui J. me l’aveva portato. La plastica trasparente lo avvolgeva in
modo da non renderlo immediatamente riconoscibile, e bisognava sapere che cosa
ci fosse dentro – nessuno si sarebbe preso la briga e il rischio di ravanare in
un sacchetto senza conoscerne il contenuto.
Questi pensieri mi giravano ancora in testa quando D., Assistant House Keeping Manager,
comparve sulla soglia della tipografia, alla ricerca di altro materiale vomitato
nel frattempo dalle macchine fotostampatrici.
“Oh, D., you
know what happened tonight?”, cominciai, senza sfumatura di malizia, “somebody
stole my hat”.
Non feci in tempo a finire la frase che lo sguardo del mio
interlocutore scattò verso il luogo dove l’assenza del cappello troneggiava
eloquentemente, sullo scaffale, tra i dizionari e i documenti da spulciare. Ma io
non avevo indicato il luogo dove il cappello avrebbe dovuto trovarsi; D. doveva
per forza saperlo per conto suo, dalla sera prima, forse. Si tradì
definitivamente esibendosi, con un mezzo sorriso che lì per lì non riuscii a
decifrare, in una sequela di domande e ipotesi una più stupida dell’altra, di
che colore era il cappello? e di che tipo? e dov’era? forse l’avevano preso gli
ispettori della sicurezza?
D. non si era ancora chiuso la porta alle spalle, che io,
incrociando lo sguardo di E., capii che stavamo pensando la stessa cosa. I casi
erano due: o D. non aveva mai visto il cappello, e allora le sue domande
avrebbero avuto senso, ma non avrei saputo spiegare come mai avesse guardato
così chiaramente verso il famoso scaffale; oppure D. sapeva del cappello, ne
conosceva l’esatta ubicazione e di conseguenza anche l’aspetto, e sarebbero
state le sue domande a restare inspiegate. Conclusione: D. aveva preso il
cappello, oppure sapeva chi era stato, ed era stato presente al momento del
furto.
Incredibile. Tra tutte le persone a bordo, di D. non avrei
mai sospettato. Così... adulto, così
rispettabile, in una posizione di responsabilità, correre un rischio del genere
per un cappello da cowboy. L’ipotesi abbozzata quella mattina, uscita per il
condotto di riciclaggio dell’aria, era rientrata prepotentemente dalla porta,
scrollandomi di dosso la mia ingenua ottusità che tanto spesso veniva canzonata
dai miei colleghi: “Tu ti fidi sempre troppo!”. Ma santissimo il cielo. Stiamo parlando
di un cappello, non di una tiara di diamanti. E comunque, chiamatemi ingenua,
ma certe cose in testa non mi ci si ficcano proprio. Persino dopo che D. si era
tradito così palesemente, l’assurdità della situazione non cessava di
sorprendermi, soppiantando la tristezza per la perdita del regalo.
La giornata proseguì regolarmente. Badai a raccontare l’accaduto
ai miei amici più stretti – non avevo alcuna prova, ma almeno il mio gruppo doveva
sapere con chi abbiamo a che fare; la vita di bordo è un gioco a squadre. Il mio
spirito di competizione fa schifo, ma almeno compenso con quello di
solidarietà.
Finalmente, con il giornale ormai stampato e consegnato, i
flyers ritirati, gli archivi aggiornati e le carte in ordine, chiusi l’ufficio –
questa volta a chiave – mi concessi una lunga doccia ristoratrice e mi diressi
lentamente verso il Crew Bar. “Beer me up, Jeremy”, feci al barman che asciugava
un bicchiere con il suo canovaccio da barman. Lasciai che il liquido mi lavasse
la tensione della giornata, con i gomiti pesantemente appoggiati al bancone.
Qualche minuto dopo mi raggiunsero R. e A., due ragazzi
della Security, tipi in gamba,
indiani, molto tranquilli, due che non diresti mai che potrebbero fare i Security; al massimo i poliziotti di
quartiere, di quelli che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada. Raccontai
loro brevemente la vicenda – omettendo il coinvolgimento di D. per mancanza di
prove – e A. mi rispose che sì, aveva visto un cappello da cowboy nella garbage
area, appoggiato sulle casse di legno affianco agli armadietti degli stewards! Mentre mi precipitavo a
controllare pensavo che D. doveva essersi accorto di essersi tradito, e per non
rischiare aveva abbandonato il cappello alla prima occasione disponibile. Ma una
volta giunta sul luogo del ritrovamento, non vidi nulla che assomigliasse al
mio cappello. Tornando indietro incrociai l’esercito dei Crew Stewards impegnati in un meeting informale in mezzo al
corridoio, con il loro capo R. intento alla perfetta esecuzione di una mossa di
break-dance, la testa sulla moquette e i piedi in aria in una posa plastica. Sono
loro che si occupano della manutenzione dell’area Crew, si intrufolano
ovunque, nelle cabine, nei corridoi, negli uffici; sanno sempre tutto. R. è
amico mio, non abbastanza da informarlo a proposito di D. ma abbastanza da
volermi aiutare. Uno dei suoi ragazzi, in effetti, aveva trovato un cappello da
cowboy nella spazzatura (per fortuna tra la carta e il legno). Ritenendolo troppo
bello per venir sminuzzato dal tritarifiuti e divenire cibo per pesci, l’aveva
raccolto dal bidone e appoggiato sulla famosa cassa di legno, affianco agli
armadietti, proprio dove A. mi disse di averlo visto. Mi accompagnò nuovamente
sul posto, ma il cappello, come già avevo notato, era nuovamente sparito.
Questa, finora, è la storia del cappello scomparso, che sta
passando di mano in mano per tutta la nave e forse potrebbe raccontare questa
storia da un altro punto di vista. Chissà se tornerà mai in possesso della sua
legittima proprietaria?
1 commento:
"Beer me up, Jeremy" mi suona tanto come "Suonala ancora, Sam".
Meno male che non sei a Casablanca :))))))))))))))))
(oddio, anche Oslo, però....)
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