current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

lunedì 13 agosto 2012

Ottantottesimo giorno di navigazione, Tallin - Cantico Semiserio In Onore Dell'antica Pratica della Fermentazione Di Bevande Alcoliche A Base Di Cereali


Jacopo, Eva e Irene
Per alleviar le loro pene
Come veri marinai
Nella pinta affogaro lor guai.

Antica birra dal dolce sapore
Dorate di miele trascorron le ore
Nel sole d’estate che non vuole andar via
Risveglia nel cuore la nostalgia
Con la leggerezza di vele al vento
Che porta profumi e dilata il tempo.

Ma è solo illusione e il tempo vola
Al mare volgere ancora la prora
Verso l’altissimo mar che inghiotte
Il cuore, il tempo, il sole e la botte.

Levare l’àncora, prender la via;
è il nostro destino, la nostra ora.

Orsù miei prodi, non disperate!
Un altro porto d’ore dorate
Aspetta a levante le nostre grida
Di sbronza, di gioia, di vera vita.

lunedì 6 agosto 2012

Ottantunesimo giorno di navigazione, Geiranger

 
Amo la Norvegia. D’estate s’intende – se ‘estate’ si può chiamare.

Per quanto mi sconvolga che l’uomo abbia potuto colonizzare luoghi così freddi e inospitali, contro ogni logica previsione (estinzione, suicidio di massa, epidemia di orsi polari e via dicendo) il risultato è ottimo. La gente è allegra e ospitale, l’architettura è piacevole e rispettosa dei luoghi e delle persone, le città sono pulite, ordinate, curatissime, il Paese prospera. Si respira un’aria di grande rilassatezza che contagia anche noi marinai, spossati dai ritmi di bordo, se riusciamo a resistere alla tentazione di fiondarci nel primo internet point disponibile (per me è facile, visto che ho un 'portatile per modo di dire').

Oggi mi sono fermata a leggere appollaiata sul tronco di un albero in riva ad un lago; poi, quando si è messo a piovere, ho proseguito in un piccolo caffé del centro (come se esistesse una periferia...).
Mentre guardavo fuori dalle vetrate, con una tazza di cioccolata tra le mani, consideravo che per essere reduce di un birthday party a base di tequila sale e limone, con successiva sveglia alle 7:30 e mattinata di lavoro come d’abitudine, non me la stavo cavando troppo male. E allora un pensiero mi ha attraversato la mente: non capita a tutti di bersi una tazza di cioccolata in Norvegia durante la pausa pranzo, per essere il giorno dopo a Copenhagen, Soccolma o Sanpietroburgo...


sabato 4 agosto 2012

Settantanovesimo giorno di navigazione, Copenhagen


Oh, Copenhagen. È sempre questa città che mi accoglie e mi consola nei momenti più duri del mio viaggio.

Oggi è sbarcato Mau. Anche se la vita quotidiana non cambierà di molto – in termini quantitativi, almeno, visto che in media passavamo insieme 15 minuti al giorno – tutto è diverso. 

In nave è difficile entrare veramente in confidenza con qualcuno; è difficile avere il tempo per conoscersi reciprocamente e fondare un rapporto un po’ più profondo della semplice simpatia. Ci capita di condividere con compagni occasionali momenti di grande allegria, grande intensità, in cui convogliamo bulimicamente il nostro bisogno di amicizia, con risultati esplosivi; ma il momento passa, una, due ore al massimo, la sera, dopo che tutte le attività sono finite, una chitarra, un pacchetto di sigarette, una birra strappati al sonno; una notte gogliardica; momenti che sono tanto più preziosi quanto sfuggenti. Il tempo, sempre il solito tiranno, ci riporta via reclamando lavoro – tanto – e riposo – appena sufficiente per alzarsi al mattino. Così si intrecciano rapporti che potrebbero anche sfociare in belle amicizie, ma che rimangono embrionali, fatte alcune poche – ma importantissime – eccezioni. Mau è una di quelle eccezioni, la prima, quella che mi ha accolta quando sono arrivata. La sua presenza sulla nave, anche se in differenti faccende affaccendata, anche in quei giorni in cui non ci si incrociava che per un saluto sulle scale, sempre di corsa naturalmente, modificava in qualche modo misterioso la natura stessa di questo mostro di ferro, rendendolo più amichevole ed ospitale.

Tra le menzionate eccezioni, Mau è il primo a sbarcare; a ruota seguiranno le altre, anche se per fortuna manca ancora un po’ di tempo. Ma alla fine, come un Highlander, ne rimarrà solo uno, io! Sarò l’ultima del mio gruppo a lasciare la nave.

Queste riflessioni mi hanno accompagnata per tutto il giorno. Ormai il mio amico dovrebbe essere arrivato a casa, e ora starà cenando con la sua famiglia, oppure avrà fatto una scappata al solito pub e starà brindando smoderatamente al suo ritorno, giocandosi la paga in bacco, donne* e gioco d’azzardo come i veri lupi di mare.



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* scherzo Valeeeeee!

sabato 28 luglio 2012

Settantaduesimo giorno di navigazione, Copenhagen


Sono giorni di calma al lavoro. Non mi fido: si sa che la calma prelude alla tempesta, e a maggior ragione, qui, mi trovo nella circostanza di dover prestare particolare attenzione alle condizioni atmosferiche.
Tuttavia vorrei approfittarne per parlare di un argomento su cui non so prendere una posizione.

Vivo su una Babele galleggiante in cui si parlano, se non tutte, una buona parte delle lingue del mondo. Dalla Siberia al Sudamerica, dal Canada all’Australia, con tutto ciò che il Planisfero pone in mezzo: sono poche le etnie prive di rappresentanza. E, com’è inutile precisare, ciascuno di noi si porta dietro un bagaglio di modi di fare e stili di vita personali, famigliari, nazionali e storici.
È naturale che questo dia luogo a delle frizioni. Già tra fratelli o tra vicini di casa possono esserci differenze inconciliabili, per non parlare di quelle che ci sono tra individui di città diverse, mettiamo Milano e Napoli (due a caso). Tra me e un francese corre un mondo (paradossalmente posso essere più simile a un rumeno, che pure vive più lontano); tra me e un sudamericano una galassia; tra me e un russo c’è la distanza di un intero universo. Ma anche questa distanza è un granello di sabbia, se confrontata con quella che mi separa da un filippino, da un indiano, da un cinese.

Fatevelo dire da una che fa amicizia anche coi muri: capirsi è praticamente impossibile. Non solo per via della lingua (si parla tutti inglese, chi più, chi meno, chi molto meno), ma soprattutto per via del gap culturale (ricordate l’episodio dei cinesi e della porta?).

Già una banale conversazione da sigaretta pone i primi problemi. Ad esempio, gli indiani non parlano, sussurrano: personalmente mi manda in bestia, mi costringe a ripetere in continuazione “Come? Cosa? Once again please?” e ad avvicinarmi al mio interlocutore in un modo che potrebbe urtare la difesa dello spazio personale, sia mio sia suo (tasto dolente nello scontro tra culture). Esasperata, a volte decido di lasciar perdere e annuire con un sorriso senza aver sentito nulla; fortuna che i discorsi di bordo sono sempre abbastanza semplici, famiglia, di solito, lavoro (“quanti contratti hai fatto/farai” o la declinazione “quanti mesi hai a bordo/ti mancano”), progetti di vita – aprire un negozio o un fast food o un pub – oppure il gallo da combattimento che Ronald (filippino) tiene in cortile: basta cogliere alcuni dettagli chiave e il gioco è fatto. D’altra parte gli italiani (io, per esempio) gesticolano a tal punto che, agli occhi degli Altri, sembra non siano in grado di esprimere un concetto con il solo uso del logos, ma abbiano bisogno dei gesti come le scimmie.

Proprio il gallo da combattimento di Ronald ha fornito lo spunto per uno studio antropologico interessante. Io ho sgranato gli occhi quando me l’ha raccontato: e molti occidentali (soprattutto occidentali femmine) hanno puntualizzato che dalle nostre parti è illegale, oltre che, dettagli, lesivo dei diritti animali. È una pratica barbara e crudele. Dio ha creato i galli perché li mangiassimo, non perché li facessimo combattere fino alla morte come gladiatori. Lo sappiamo fin da bambini, perché il WWF, Greenpeace, la LIPU, la LAV, eccetera, venivano in classe e ci spiegavano che nel rossetto c’è l’olio di capodoglio (e quegli stronzi di giapponesi, che praticano la caccia alla balena!), che la Cina, dove è prodotto il 90% del tuo parco giocattoli, non ha firmato il protocollo di Kyoto, e che se fai combattere i galli, insomma, sei una brutta persona. Lo sappiamo da così tanto tempo che ci sembra una legge umana e naturale.
Ronald invece si considera tutto sommato un brav’uomo, e nel suo paese il dubbio sull’eticità del combattimento dei galli non se lo pone nessuno.

Un’altro esempio. Tra gli indonesiani è abitudine comune fare un piccolo inchino con la testa quando passa qualcuno di Noi. Ci chiamano “Madam” e “Sir”: Yes Madam, Goodmorning Madam, I apologize Madam... per rendervi l’idea, non è che si rivolgano a un’anziana e distinta signora imbellettata, o al Comandante; si rivolgono a me, la mattina alle 7 quando rotolo giù dal letto coi segni del cuscino in faccia e la voce impastata, o al Mario Rossi di turno ubriaco fradicio che balla accanto a loro al crew party. Molti di Noi hanno (ri)cominciato a pensare che il legittimo ruolo degli indonesiani sia quello che loro stessi, apparentemente, si assumono: servitù, e per questo motivo la maggior parte di loro lavora nelle pulizie o nel servizio in cabina.
È molto interessante e osservare il distacco tra questo (apparente?) servilismo e l’orgoglio nazionale di questi miei colleghi, i cui paesi di origine, magari, hanno affrontato nel passato recente guerre di indipendenza che hanno lasciato un vivo sentimento di solidarietà interna, di cui Noi (chi più, chi meno) abbiamo appena un vago ricordo. Tutte le nazionalità esotiche festeggiano questa o quell’altra festa con bagordi o addirittura spettacoli teatrali a tema; gli europei no.

Non basta. Come forse vi ho già raccontato, esclusi gli ufficiali il personale si divide in staff e crew. Gli staff sono prevalentemente europei o occidentali in generale, ricoprono ruoli di maggior prestigio (prestigio comunque molto discutibile) e hanno alcuni privilegi. I crew sono tutti extraeuropei, hanno mansioni più umili, come cleaner, cabin stewards, lavapiatti eccetera, hanno diverse restrizioni (ad esempio non possono andare nei saloni), vengono pagati in dollari invece che in euro. Staff e crew mangiano in due mense separate e hanno due cucine separate: gli staff, se vogliono, possono mangiare nella mensa dei crew, ma non viceversa.
Sebbene questa ghettizzazione dei crew in stile apartheid sia un richiamo all’insurrezione internazionalista, non è questo il peggio. Il peggio è che, dopo alcune settimane, un membro dello staff mediamente tollerante e ben educato ringrazia l’azienda di non dover mangiare accanto a quelli che ha imparato a chiamare “mambrucchi” (dal dizionario di bordo, “gente colorata”, non in quanto colorata ma in quanto portatrice di abitudini intollerabili). Che si mettono le dita nel naso, che non si lavano, che non usano la cartaigienica, e così via. In effetti, ora che me lo fai notare, molti di loro si mettono le dita nel naso, hanno un rapporto cordialmente distaccato con il sapone, mettono il cibo in bocca con le mani, si grattano il sedere prima di riempirti la ciotola. Quando la mensa dei crew chiude, è impossibile sedersi senza impiastricciarsi la divisa di succo di mela, o fare un passo senza spiaccicare una polpetta di riso. Sulla carta igienica non so, non ho informazioni di prima mano.

A sua volta, la ghettizzazione produce una distanza che pone i crew in posizione di difesa: si sentono sfruttati, oppressi, sottopagati (piccola digressione. Io sono pagata 6 euro lordi all’ora. Un onduregno che ricoprisse il mio ruolo verrebbe pagato, nella migliore delle ipotesi, 6 dollari all’ora. La maggior parte dei crew lavora per meno di 800 euro al mese, con un orario che, come il mio, oscilla tra le 8 e le 15 ore al giorno. Il paradosso è che, nonostante il taiwanese prenda la metà del mio stipendio e si senta sottopagato, ci mantiene una famiglia da 6 persone e si compra 2 ville in 5 anni. Io...beh.). Negli ultimi anni la compagnia ha assunto sempre più personale extraeuropeo, per risparmiare, e ormai gli italiani sono davvero pochi. Filippini, indonesiani e indiani vanno per la maggiore, seguiti dai sudamericani (questo discorso non vale per i brasiliani, che per certi versi sono più simili a Noi) e qualche cinese. Siccome tutto il mondo è paese (contrariamente a quello che argomenta questo post), queste etnie sviluppano forme di razzismo più o meno esplicite nei confronti degli italiani: è evidente soprattutto in cucina. I vertici della main galley sono un tedesco, un filippino e un cinese. La manodopera è prevalentemente indiana. I pochi italiani che ci sono vengono costantemente insultati e mobbizzati (ad esempio Nico, posizione 2nd chef, mi ha raccontato che gli rubano l’olio, le padelle, gli spengono la friggitrice e cose del genere, e inoltre gli tocca lavorare tutto il giorno con un coretto di sottofondo che esplora tutte le possibili declinazioni di “Italiani di Merda”) e diventano ancora più razzisti, chi sinceramente depresso, chi aggrappandosi alla pia illusione di dover essere trattato meglio perché “in fin dei conti siamo su suolo italiano e questi sono a casa mia”, chi travolto da una cieca rabbia xenofoba. Quello che vi ho raccontato per la cucina vale in tutti i dipartimenti: è un gatto che si morde la coda.

Insomma, discriminare il prossimo per via di una banalità come il colore della pelle o la forma del naso è da sempliciotti ignoranti. Molto più raffinato, invece, è discriminarlo perché le sue abitudini ti urtano il sistema nervoso.

Personalmente, vado d’accordo con tutte le etnie, in particolar modo con i filippini, che mi hanno presa in simpatia sia perché assomiglio ad un personaggio della tv filippina, tale Pia Magalona, sia perché nonostante la mia posizione tratto tutti allo stesso modo (per la verità non sapevo neanche di averla, una posizione. Mi sento maltrattata come tutti gli altri). Per ora, a parte frizioni con i ritmi di lavoro sudamericani e un iniziale scontro con i modi duri di Grande Madre Rusia (risolto in una bella amicizia), non ho avuto problemi con le diverse nazionalità (e bisogna stare attenti a non imputare ad un’intera etnia i difetti di un individuo in carne ed ossa).
Ma ho smesso di mangiare in crew mess...

lunedì 23 luglio 2012

Sessantaquattresimogiorno di navigazione, Oslo

 Il porto di Oslo è una grande baia che si infila nel cuore della città, o forse è meglio dire che la città è stata costruita lungo la baia, nei secoli, fino a coprirla tutta. Guardando il porto dal mare aperto, il tempo scorre virtualmente da dritta a sinistra. Sul lato destro, una collina a strapiombo sul mare dove sorge un’antica cittadella con il suo castello – più una fortezza che un castello vero e proprio – circondati da un parco verdissimo. Al vertice della curva c’e il municipio e, procedendo verso sinistra, le costruzioni si fanno sempre più moderne fino ad arrivare a grattacieli di vetro e acciaio che brillano al sole – credo, il sole in norvegia non l’ho mai visto – e in cui si riflettono il mare e il cielo.
 Oggi ho fatto un giro nella cittadella. È bellissima. Il parco inizia ai piedi della collina, circondato da una muraglia di tutto rispetto, posti di vedetta (tuttora in uso, abbiamo assistito al cambio della guardia), torri, camminamenti, passaggi e via dicendo. È verdissimo. La terra è soffice e l’erba è fresca. Gli occhi riposano. Mi rendo conto che sembra la descrizione della gita domenicale in un tema di seconda elementare, ma dovete capire che io vivo in una casa di ferro dove tutto è artificiale, l’aria, l’acqua, la luce, tutto. La sensazione semplice e genuina di un prato o di un albero, a confronto con l’ambiente inospitale della nave, supera di gran lunga la mia abilità retorica.
 Poi, la vista che si gode dalla cima della collina è mozzafiato. Non solo per lo spettacolo naturale, che, pure, ha tutte le carte in regola;  la cosa più curiosa è la sensazione di trovarsi nel medioevo e di osservare il ventunesimo secolo che accade sulla sponda opposta della baia. È come se le due sponde si trovassero in due epoche diverse, e dall’una fosse possibile scorgere l’altra.

Eva ed io coroniamo la passeggiata con una birra norvegese consacrata al dio norreno del mare – perdonatemi, non ne ricordo il nome – che, apparentemente, oltre a fare il bello e il cattivo tempo faceva anche la birra.


p.s. c’è mare grosso, il ponte di comando ha mandato un ordine a tutti i reparti di assicurare con delle cime tutto il materiale che potrebbe cadere o rovesciarsi e fare male a qualcuno. La nave beccheggia, scricchiola e muggisce come un grosso animale, con le paratie che si contraggono e si deformano – anche se impercettibilmente, se non fosse per il rumore – a causa della pressione. Superato il problema del mal di mare (ormai, quasi non mi accorgo neanche più che ci stiamo muovendo), in questi casi la nave agisce come una culla e mi fa venire un gran sonno.









sabato 21 luglio 2012

lunedì 16 luglio 2012

Cinquattottesimo giorno di navigazione, Flåm.


Ho ricevuto un sacco di risposte all’enigma dei Fachiri di Copenhagen: mi avete mandato spiegazioni, video, foto, racconti di “ah sì, li ho visti anche a Barcellona”, hanno riscosso un grande successo. Ricordo di aver scritto “vorrei tanto sapere come fanno”, e voi mi avete risposto! Vi ringrazio.

Ma devo confessarvi una cosa. Il sospetto che ci fosse il trucco non mi ha nemmeno sfiorato. Sono fermamente convinta che il Fachiro Numero 2 stia effettivamente levitando sul Fachiro Numero 1, e non sento alcun bisogno di andare a cercare su youtube una spiegazione diversa. Proprio grazie alle vostre risposte, mi sono resa conto che io credevo di voler soddisfare la mia curiosità; invece, desidero soltanto la conferma alla risposta che preferisco. Per me non è di alcun interesse sapere che i due tizi sono appesi con dei cavi ultrasottili ai tralicci dell’elettricità, o che sono sostenuti da una struttura di ferro, o che quello sopra in realtà è un pupazzo, o altro.  

Buffo. Vi chiedo scusa se siete andati a cercare delle risposte che io non leggerò, ma vorrei comunque rassicurarvi perché grazie alla vostra iniziativa ho scoperto una cosa molto più interessante dell’enigma dei Fachiri di Copenhagen.

Nel frattempo, oggi ho strappato un’ora d’estate con Valeria, Alessia, Jacopo, Elisa e Valentina, come in figura. Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh...

P.s. sulle politiche aziendali. Sapete che non si può scrivere sul menu “pasta alla puttanesca”? Me l’hanno fatto cambiare in “pasta alla bella donna” (il che è discutibile). In compenso, stasera c’è la Sexy Night, domani sera l’elezione di Miss Costa Luminosa con balletti e strusciamenti vari, persino l’animazione teenager prevede attività da veline e tronisti.

domenica 15 luglio 2012

Cinquantaseiesimo giorno di navigazione, Magic happens in Copenhagen


Siamo a Copenhagen tutti i sabati fino alla fine dei giorni (cioè fino a settembre), eppure non credo che mi annoierò di questa città. Fin dalla mia prima visita (quella in cui mi sono persa!) mi è sembrato che, nonostante la lingua aliena, mi calzasse a pennello. Ci sono quei luoghi che, senza un motivo preciso, risultano istintivamente familiari: e così mi succede con Copenhagen, devo averci vissuto in una delle mie vite passate.
Ogni volta che ci vengo succede qualcosa di bello. Oggi, tra incontri e incantesimi, ha spazzato via in poche ore una settimana da manicomio. Come sempre mi prendo il mio bel trenino che collega la città col porto, scelgo una fermata della metro e faccio un giretto per le vie. Mi concedo un po’ di shopping (surrogato delle coccole, vero P?) e un hot dog in un tipico chioschetto di hot dog danesi, con le cipolle croccanti, cetriolini e salsine varie. Compro anche una bibita a caso, tanto non capisco gli ingredienti: è disgustosa.

Mi imbatto in un sit-in di are krishna che suonano e cantano e offrono cibo gratis ai passanti. Non ho osato (non vorrei contenesse ananas, non sono abbastanza curiosa da rischiare uno shock anafilattico mentre sono in giro da sola per le strade d’Europa). Sigarettina seduta su un muretto al sole timido di Danimarca. Altro giretto: incontro i due tizi in figura, non sto neanche a dirvi quanto avrei voluto sapere come accidenti fanno. Sono rimasta a guardarli mezzora, ho anche messo gli occhiali: vi assicuro che non c’erano cavi, impalcature, niente. Faccio per tornare sui miei passi quando mi ferma un conducente di risciò. Accetto il passaggio e per 300 corone mi scarrozza un’oretta in giro per la città, mi porta al palazzo reale (la bandiera è issata, vuol dire che qualcuno della famiglia reale è in casa), al porto cittadino, un parco, altro giretto, un altro grande parco dove c’è la famosa Sirenetta, fino al grande porto (Norrhavn) dove è ormeggiata la mia prigione dorata. Il tutto corredato da chiacchere, mandorle al caramello tostate al momento da una vecchina nel parco, e bibita al caffè “perchè sei italiana”. Mi racconta che un tempo con questo lavoro si guadagnava un sacco: scarrozzava turisti tutta l’estate e guadagnava abbastanza per sopravvivere durante il lungo e buio inverno, finché l’apertura delle frontiere ha complicato le cose, portando gente da tutto il mondo, soprattutto dall’Europa dell’est e dall’India, che lavora per la metà del compenso. Ora non riesce più a trovare tanti clienti, e gli tocca lavorare anche d’inverno, mannaggia; ma non fa certo il tassiciclista nel vento del nord: quando non può pedalare, fa il terapista. Che tipo di terapista? Sei uno strizzacervelli? No, una specie di terapista che cura il corpo e lo spirito insieme, massaggi, terapia verbale, una cosa del genere.

Insomma, Copenhagen riserva sempre qualche sorpresa.
Per il resto le cose vanno abbastanza meglio, cerco di non stressarmi troppo, lavoro un sacco, c’è stata qualche seria frizione con uno dei miei capi, ho avuto aiuto da luoghi inaspettati proprio quando mi serviva, ho bevuto e conversato di filosofia e politica in compagnia dei plumbers (gli idraulici di bordo, uno squadrone di maschiacci con le braccia tatuate a suon di “rosy ti amo”, “mary ti stimo”), tutto regolare.

martedì 10 luglio 2012

Cinquantunesimo giorno di navigazione, San Pietroburgo

Oggi niente post, solo questo schizzo di San Pietroburgo che ho fatto la scorsa volta che sono stata qui (oggi non ho fatto in tempo a scendere a terra). Il fiume è navigato da moltissimi grossi velieri, davvero suggestivi. Il disegno mostra come gli alberi siano parecchio più alti dei ponti, e mi chiedevo cosa ci facessero così tanti vascelli in acqua, se non potevano andare da nessuna parte. Oggi la mia amica Olga mi ha rivelato la risposta. Sono tutti ponti levatoi, e di notte si alzano, rendendo il fiume navigabile e tagliando a metà la città: dopo una certa ora non si può più andare da una parte all'altra. E'ancora più strano di un fiume non navigabile, bisognerà approfondire.
La filosofia è così: ogni risposta reca seco una nuova domanda.


(p.s. Oggi va un pochino meglio e sono riuscita a prendermi una pausa. Ho dormito un'oretta al Crew Beach, nome pretenzioso per una terrazzina con un paio di sdraio in prua alla nave. Un'oretta. Ovviamente mi sono scottata. In Russia. Persino le infermiere mi ridono dietro.)

lunedì 9 luglio 2012

Cinquantesimo giorno di navigazione, Hell-sink-i, ovvero, un inferno in procinto di affondare


E mai nome di città fu incipit più adatto.
Negli ultimi quattro giorni ho passato alcune delle ore peggiori della mia vita, diciamo nella top 20 dei momenti da dimenticare (in realtà qui non si butta mai nulla, è solo un modo di dire).

Dovete sapere che i passeggeri danno un voto a tutti i servizi alla fine di ogni crociera. Il rating (cioè le valutazioni) della Luminosa sono ai minimi storici; soprattutto per quanto riguarda le vendite – in pratica non entrano soldi. Ragione per cui Genova si è incazzata e ci ha mandato a bordo i corporate (dal dizionario di bordo, un corporate è il responsabile a terra di un dipartimento. Si occupa di tutti gli aspetti organizzativi, delle procedure, dei problemi che possono sorgere in ambito lavorativo. È una specie di ministro con portafoglio e può anche deliberare assunzioni e licenziamenti. I corporate sono più potenti dell’Hotel Director e, sotto certi versi, persino del comandante), dicevo, Genova ci ha mandato a bordo i corporate di ogni dipartimento. Tutti i manager sono sotto esame, e qualche testa dovrà saltare. Indovinate un po’ chi ne fa le spese? Perchè, se un capo intelligente cerca di sfruttare i propri schiavi in modo intelligente (magari puntando alla qualità), un capo stupido non fa altro che vomitare la propria pressione sui suddetti schiavi, mungendoli fino allo sfinimento come vacche da latte in un allevamento intensivo.

Ho lavorato round the clock (12 ore di fila) per quattro giorni di seguito; ma non solo.
Non essendoci stato il tempo per un vero training, quando siamo di corsa Eva ed io ci dividiamo il lavoro in modo che io faccia solo quello che so già fare (almeno riusciamo a chiudere l’ufficio alle 11 invece che all’una del mattino). Che sarebbe, in pratica, battere a macchina. Taptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptap, tutto il giorno, 3 menu per il pranzo e 3 per la cena. Ricevo il menu dai cuochi di mattina, intorno alle 9; lo traduco in 5 lingue e lo metto nel layout; e poi prego. Se sono fortunata, devo solo convocare le hostess (Madre de Dios...) per correggere le traduzioni – ho problemi soprattutto con le declinazioni del tedesco. Se il fato mi è avverso, lo chef tornerà due, tre, anche quattro volte con cambi e aggiornamenti. Ieri mi hanno fatto cambiare le patate prima in fritte, poi in crocchette, poi in brasare, poi in fritte di nuove. E ogni volta io, da brava scimmia ammaestrata, cancella, traduci, copia, incolla, in tutte le lingue. Ma nel frattempo, ecco che sopraggiunge una nuova versione ancora. Così, i cambi si accumulano e si accavallano, e ci scappa l’errore, specialmente dopo svariate ore che sono davanti al pc senza una sosta. E la s t a n c h e z z a. Cronica. Se non fosse che mi mangiano il poco tempo libero che ho, sono quasi contenta quando ho dei tempi morti, in cui mi tocca fermarmi per aspettare i comodi altrui. Stessi almeno salvando dall’estinzione una specie molto rara di balena, contribuendo a trovare la cura contro l’aids o inventando il teletrasporto; ma no, sto cambiando i cavolfiori al vapore in melanzane ripiene. E nemmeno la soddisfazione di mangiarle, visto che la mensa della nave è tra le Setta Cose Più Tristi Dell’Universo Conosciuto. (Prima si mangiava meglio, da un paio di settimane anche questo aspetto è andato degenerando).

Ho così tante lamentele da fare che non comincio nemmeno (ho già cominciato, ma voi non fatemelo notare, per favore...)

Ho una responsabilità enorme, perché sono l’interfaccia che collega gli ospiti con un meccanismo composto da un migliaio di rotelline; ma il meccanismo non funziona, e l’interfaccia ci rimette la faccia, appunto. In più, il direttore dei servizi, non so se più pazzo o più stressato o più stronzo, mette una cura tutta particolare nel tentativo di renderci la vita un inferno, e con discreto successo, bisogna riconoscerlo. Nella fattispecie è lui che ha deciso che è un mio problema se le fotocopiatrici non funzionano. È lui quello che mi sta costringendo a turni massacranti. E non contento, è anche riuscito a dirmi cose tipo “sei una bugiarda”, “no, non ho tempo per un parlarne, sono troppo impegnato” e “non contestare i miei ordini, esegui”.
Tra parentesi, eseguirei, se mi fidassi; ma è la stessa persona che dovrebbe fornire a tutto lo staff il programma della settimana, e non ha detto a nessuno che oggi arrivavamo al porto alle 9 invece che alle 14; la stessa persona che ci fa riscrivere il giornale 4 o 5 volte perché si sbaglia a correggere le schedule dei ristoranti; la stessa che ieri se ne esce con un clamoroso “ma nessuno mi ha detto che stasera era serata di gala” (chi lavora in nave sa che è lui a decidere quando è gala, e che normalmente il secondo giorno di crociera è comunque sempre gala).


Perilresto.
Ho una nuova compañera de quarto. Peruviana, si chiama Bethsy Rojas, che suona un po’ come “pettirosso”. È davvero un uccellino, 22 anni, dolce e ciarliera, mi ha preso per la sua sorella maggiore e se ne arriva a qualsiasi ora attaccando bottone in uno spagnolo a velocità warp. Non mi sembra turbata dal fatto che io lo spagnolo non lo capisca, semplicemente ha deciso che lo imparerò. Anche se a volte è faticoso seguirla, ed è più disordinata di me, mi ci trovo molto bene. Ogni tanto piange, soprattutto di rabbia, e la capisco. Oggi una tour leader le ha detto che era “inutile”. 
Mi ha fatto tenerezza. Probabilmente, durante i miei primi giorni dovevo assomigliarle parecchio, a lei così come a tuttiquelli che arrivano per la prima volta: gli occhi sbarrati, incapaci di stare fermi, col volto distorto dal panico nel rendersi conto che non c’è nessuno che ci guidi e che siamo soli in mezzo all’oceano, senza patria, senza diritti, senza limoni in cambusa.
Grazie a lei mi sono resa conto che non sono più “quella nuova”.

venerdì 6 luglio 2012

quarantasettesimo giorno di navigazione, Stavanger. Post-umi di una brutta giornata.


Ahhhhhhhhhhh.
So che a voi, amanti delle avventure, piace leggere di pirati, arrembaggi e saccheggi, ma, purtroppo, la vita di bordo non è sempre così romantica. Piuttosto, come ha giustamente osservato un amico di penna, abbondano i momenti prosaici, noiosi, stressanti o, a tratti, addirittura insostenibili.
Perciò vi chiedo scusa in anticipo, ma stasera dovrete accontentarvi del post-umo di una brutta giornata.

Abbiamo un po’ di problemi in tipografia. In ordine sparso: io sono nuova e non ho ricevuto un training, non so fare il lavoro; non conosco le procedure, quindi i miei doveri, ma nemmeno i miei diritti (se non quelli generici di lavoratore, che vengono comunque quotidianamente violati); le stampanti non funzionano; non ci sono abbastanza computer per tutti; culture diverse, modi di fare diversi, sotto pressione sono micce che attendono solo un pretesto per essere accese e far esplodere i conflitti (ad esempio, il mio assistente è sudamericano e, pur essendo molto competente, ha questo modo di fare da Posapiano “No hay problema” Rodriguez che a giorni alterni mi fa venire voglia di abbracciarlo o dargli una pacca sulle spalle con un oggetto contundente; proprio come la mia impronta milanese manda lui in bestia); puoi avere degli amici sulla nave, ma quando sei in bratta (dal dizionario di bordo: “bratta” può voler dire sbattimento pesante, fretta, troppa pressione, troppo lavoro, problemi con le attrezzature, i corporate a bordo, qualsiasi tipo di problema lavorativo per cui si rende impossibile essere educati con gli altri perchè ogni parola superflua è uno spreco di energia), dicevo, quando sei in bratta esisti solo tu; e via dicendo.

Molti di questi problemi sono legati al fatto che lavorare con gli altri non è mai semplice. Non è spiacevole, se ho a che fare con persone intelligenti che, come me, cercano di fare bene il proprio lavoro. Non è sempre così. Ad esempio, l’altro ieri ho litigato con l’hostess giapponese. Questa caricatura di essere umano ha avuto il coraggio di farmi aspettare 4 ore una traduzione urgente – 4 ore! Cellulare spento, in cabina non c’è, non si trova da nessuna parte. Ad un certo punto qualcuno mi riferisce che è alla Spa a farsi una sauna (e probabilmente capelli, unghie dei piedi, plastica facciale). Alla fine riesco a chiamarla e a trascinarla in ufficio. In pratica sì, lei la traduzione l’aveva fatta da 3 ore, ma non me l’aveva portata perchè non voleva venire in ufficio, visto che ogni volta che entra c’è qualcuno che le urla addosso (il che è onestamente un’esagerazione, ma comunque, si faccia qualche domanda. Se le danno tutti contro, è solo perché è una rincoglionita). Non so, è come andare dalla maestra a dirle “sì, io i compiti li ho fatti, ma li ho lasciati a casa se no la cartella pesava troppo”. Le rispondo che se ha troppa paura di noi può tranquillamente usare il disco condiviso che collega tutti gli uffici della nave, compreso il suo. Non sapendo come ribadire a questa ovvietà, se ne esce con un “ma tu non mi avevi detto che fosse urgente”.
Ma naturalmente è impossibile, visto che io sono responsabile del suo lavoro e delle scadenze, e conoscendola le avevo chiesto la consegna con largo anticipo. Semplicemente, le ho risposto: “Se stai insinuando che ti stia mentendo, questa conversazione finisce qui. Ma non osare mai più farmi aspettare nemmeno 5 minuti.”
Ringhiavo, ma ero calma. Probabilmente se mi fossi guardata allo specchio avrei visto mia madre, in uno dei suoi momenti di massima efficenza, quando qualche famosa puttanona di cui non facciamo nomi (B.B.B) supera la soglia della decenza. E mentre me ne rendevo conto, l’incazzatura ha lasciato momentaneamente il posto ad una sensazione molto piacevole e rigenerante, quella di avere mia madre al mio fianco, che mi leva un problema dalle spalle. Ad ogni modo, qualcosa nel mio aspetto o nella mia voce deve averla spaventata e non ha più osato rispondermi.

Altre volte si discute perchè la pressione è alta e siamo lasciati soli a noi stessi. L’unica preoccupazione dei nostri capi è darci delle scadenze, senza badare al fatto che non abbiamo gli strumenti per rispettarle. Fosse per loro, potremmo scrivere anche a mano, col sangue, di notte, non importa, basta che consegnamo il materiale all’ora stabilita. Può darsi che sia così in ogni azienda, ma io ci vivo insieme. Immaginate: avere il vostro capo come coinquilino. Oggi ho litigato con uno di loro: non sto a raccontarvi tutta la vicenda perchè sono quasi le 2, ma in poche parole voleva che gli stampassi un documento, immediatly. Per diversi problemi tecnici non era possibile; ho provato a spiegarglielo, ma mi ha detto che non lo riguardava, che era un mio problema e che io dovevo risolverlo. Non so bene come improvvisarmi capotecnico, ma vedrò di rompere definitivamente le macchine, così diventa un suo problema, eccome.

sabato 30 giugno 2012

Quarantaduesimo giorno di navigazione, Copenhagen.


La ragione del mio prolungato silenzio, il più lungo dall’imbarco, è che mi sono quasi seriamente ammalata. Ho preso tutto il pacchetto: tosse, candela al naso, mal di testa, mal di gola, sensazione di aver preso un albero maestro sulla schiena, febbre; non ci facciamo mancare niente.
Alcuni potrebbero essere indotti a pensare che una malattia sia una buona occasione per prendersi una pausa dalla dura vita di bordo, fatta di turni massacranti, scale e stress; ma sbaglierebbero.

Naturalmente noi marinai abbiamo diritto ai nostri giorni di malattia: fino a 5 giorni restiamo a bordo; se il medico ne prescrive di più, al 6° ci sbarcano. Proseguiamo la malattia, pagata, a casa, ma la nave non si può permettere una rotella del meccanismo non operativa.

Se esiste una legge non trasgredibile in questo mondo galleggiante, è l’economia dello spazio/tempo.

Ad esempio: in tasca ho valuta svedese, norvegese, russa, europea, estone, tutte quelle dei paesi che attraversiamo; ma la moneta forte, a bordo della nave, è il tempo. Per la più ovvia delle leggi dell’economia, cioè quella della domanda e dell’offerta. Il tempo è disponibile in quantità limitata, ne fabbricano solo 24 unità al giorno a testa. Per via della sua natura si degrada facilmente: non è possibile conservarlo, tutte le 24 unità vanno necessariamente consumate nel giro si una rotazione terrestre. A fronte di questa offerta limitata, c’è una grande richiesta di tempo, lo consumano tutti, e non basta mai.
Questa legge vale per tutti, a bordo e a terra; ma sulla nave, dove ciascuno di noi investe nel lavoro dalle 11 alle 16 unità al giorno - cioè in pratica cede queste unità alla compagnia in cambio di una quantità di denaro per nulla corrispondente al valore reale del tempo scambiato -  è più facile da osservare. Un lavoro, un favore, l’ozio che possiamo concederci, una sbronza, una pennica, il pranzo, la strada dal porto alla città, la redazione di un post su jackintrasferta, tutto si valuta in tempo: sia quello effettivamente consumato per svolgere l’attività, sia le possibili ripercussioni sul tempo di “domani” (se stanotte mi ubriaco e dormo poco, domani sarò distrutto e impiegherò più tempo del normale per la tale attività. Il lettore più acuto avrà già capito che a questo punto intervengono valutazioni di carattere qualitativo, accanto a quelle meramente quantitative; quanto vale 1 unità passata a lavorare, e quanto 1 unità passata a festeggiare? Naturalmente il tempo non è solo questione di misura).

Lo spazio è quasi altrettanto importante (si sa che i due vanno a braccetto). Un crewmember non operativo è, semplicemente, uno spreco di spazio.

Godere dei propri giorni di malattia presenta anche altri problemi.
Farsi mettere off per medical significa reclusione forzata nella propria cabina, con divieto di uscire dalla nave, di andare nell’area passeggeri e al crew bar; in sostanza, un malato è autorizzato a lasciare i propri quartieri solo per andare in mensa. Ufficialmente perché, proprio in quanto malato, ha bisogno di riposo e di conseguenza non ci sono ragioni per cui dovrebbe trovarsi al crew bar o su un ponte all’aperto, invece di essere a letto. Ufficiosamente per scoraggiare i mamagaio (dal dizionario di bordo, maschile invariabile, significa “fannullone”) che potrebbero approfittarne per prendersi una vacanza.

Manco morta mi faccio rinchiudere in questo loculo buio, senza finestre e senza aria, nemmeno per 24 ore! Per di più, ritengo proprio il sistema di aerazione uno dei maggiori responsabili dell’epidemia di influenza di cui stiamo soffrendo nelle ultime settimane.
Non ci sono finestre. I ponti B e C, dove si trova la maggior parte delle cabine dell’equipaggio, sono sotto la linea di galleggiamento. Il ponte A, volano della nostra attività quotidiana, si trova appena sopra, e ha dei piccoli oblò della dimensione di un frisbee, ermeticamente chiusi. I ponti 1 e 2, dedicati ai passeggeri, ospitano la maggior parte dei bar e dei negozi e hanno grandi vetrate che tuttavia non si possono aprire; i ponti 3 e 9 (teatro, altri negozi e bar, piscina, spa) hanno balconate che costeggiano tutta la parete della nave, a cui si accede attraverso a delle doppie porte accuratamente studiate per impedire un sano ricambio d’aria; non sia mai che la signora in abito di gala con la permanente appena rifatta si prenda un colpo di vento mentre passeggia per la galleria pensando alla cena di stasera. Gli altri ponti sono occupati dalle cabine passeggeri, alcune delle quali, secondo la leggenda, avrebbero oblò apribili, persino balconi; ma i più non credono a queste favole. Per farla breve, l’aria che respiriamo è sempre la stessa, e probabilmente nei filtri vivono colonie di virus e batteri così progredite che avranno ormai inventato la ruota.

Non basta. Un’altra ottima ragione per stare lontani dall’ospedale sono i medici. Il mio amico Davide, stage manager, mi ha detto che per un mal di gola il dottore gli ha fatto una puntura di voltaren. Per un brutto raffreddore, una delle cantanti ha ricevuto una terapia di una settimana al cortisone. Starnutisci e ti mettono in tasca un pacco di antibiotici. Si vocifera di flebo somministrate a fronte di un attacco di tosse. Considerata la mia storia di assuefazione e disintossicazione da medicinali, ho preferito accontentarmi di un antinfiammatorio per la gola. Non mi sono nemmeno fatta visitare: ho chiesto all’infermiera quello che volevo e l’ho ricevuto.

Lavorare con l’influenza non è piacevole, ma da quando siamo qui al nord le crociere si ripetono con una certa regolarità e la mole di lavoro si è drasticamente ridotta: sono riuscita a organizzarmi e a passare un bel po’ di tempo a letto, anche grazie alla complicità della mia collega, Eva. Il momento peggiore è stato mercoledì. La febbre doveva essere abbastanza alta, perché mi sentivo pulsare le tempie e avevo un gran freddo. Nel pomeriggio ho cominciato il solito delirio che mi prende quando tocco i 38: penso che non guarirò, che i sintomi si aggraveranno e di certo diventerà una broncopolmonite se non prendo immediatamente un antibiotico e 20 tachipirine.

Come potete immaginare, non è andata così. L’influenza è passata lasciandosi dietro un naso fosforescente per il troppo soffiare, una montagna di fazzoletti alta quanto un pony e un incarnato più pallido del solito.

Nessun modo migliore di festeggiare la miracolosa guarigione che una birretta in un pub di Copenhagen.

giovedì 21 giugno 2012

Trentaquattresimo giorno di navigazione, Helsinki, i mastini del cielo.



Una giornata così soleggiata e calda potrebbe dare un’impressione fallace della Finlandia. Oggi si gira quasi in maglietta – quei pazzi dei finlandesi sono già in costume da bagno e stanno prendendo il sole al parco – ma d’inverno fa talmente freddo che il ghiaccio divora tutta la baia e imprigiona il porto in una morsa terribile! Ho visto le foto e sembra impossibile che questa città così vivace e colorata abbia potuto sorgere in un luogo che conosce solo il bianco per 8 mesi all’anno.

Il mercato sul mare. Bancarelle variopinte che distribuiscono ogni genere di merce, dalle onnipresenti renne di Babbo Natale alle pellicce agli ortaggi, esposti in bell’ordine, secondo il colore e la forma, tutti i fagiolini con la stessa inclinazione, le carote in mazzetti ordinati come fiori ornamentali, sembra di essere in una gioielleria. E in effetti le patate costano 7 euro al kilo.

Hitchcock deve aver preso spunto, per i suoi corvi, dai bianchi gabbiani di qui. Nuovamente, non facciamoci ingannare dalle apparenze: il loro colore angelico nasconde un’anima nera come l’inferno (Hell-sinki?). Io stessa ho rischiato di essere vittima di questi mastini del cielo.
Ho comprato a una bancarella un cestino di frittura di pesce con l’intenzione di mangiarmelo seduta al sole sulle scalinate del porto, ma, dopo essere stata attaccata da uno stormo di uccelli affamati che cercavano di rubarmi le MIE alici fritte con un’audacia che ha dello scandaloso, sono giunta a più saggio consiglio e ho optato per le panchine del mercato.

mercoledì 20 giugno 2012

Trentunesimo giorno di navigazione, San Pietroburgo. Avventure alla marinara.


Questo post si intitola un po’ come un primo di pesce. Me lo immagino bello rosso, pieno di sugo, fumante, con dei bei crostini di pane casereccio tostato. Dev’essere il risultato di un mese passato a copincollare e tradurre menù; ma è anche un po’ il modo in cui sto vivendo questa strana esperienza: è gustosa, ma a volte scotta, a tratti è un po’ pesante e difficile da digerire. A proposito, la mia vita di mare oggi compie un mese. Quale modo migliore di festeggiare, se non il primo vero e proprio imprevisto?

Cominciamo dal principio. Attracchiamo a San Pietroburgo intorno alle 8 di stamattina. Dopo una settimana passata letteralmente chiusa in ufficio – troppo, troppo lavoro, con turni da 14 o 15 ore di fila – due miei amici decidono che, per la mia salute, è necessario che io esca, e mi tirano fuori dalla nave per le orecchie.
Fosse dipeso da me forse non sarei uscita, insomma, avere solo 3 ore la prima volta che metto piede in Russia è un peccato. Ma li seguo quasi di mia volontà, e dopo 20 minuti di controllo documenti (il mio primo timbro sul passaporto!) si parte alla volta di Grande Madre Rusia. Andando dal porto verso il centro della città con il pullmino, incontriamo
Una distesa di sabbia
Cantieri che sembrano li da sempre ma sui quali non sorge alcuna costruzione
Un lungomare deserto con un lunapark itinerante degno dei peggiori film horror
Un classico chiosco da spiaggia – ugualmente deserto - catapultato sul posto dalla riviera romagnola che sembra chiedersi “e io che ci faccio qui?”
Quartieri popolari di palazzoni sovietici grigi e tutti uguali, in pieno stile “la bellezza è uno dei peggiori peccati del capitalismo, tovarish” ma tutto sommato ben tenuti
Strade così larghe che non sembrano neanche strade, ma piazze
E intanto entriamo nella città vera e propria. La prima cosa che noto è un parco gigantesco, che dico, un bosco selvaggio che ci accompagna per almeno 5 minuti di guida – e non è che l’autista se la stia prendendo comoda, anzi. Subito dopo penso che San Pietroburgo ricorda un po’ Milano. Lo stile degli edifici e dei viali alberati è molto europeo: infatti Maurizio mi racconta che la città è stata progettata a tavolino da un imperatore che ha ingaggiato artisti, urbanisti e architetti europei per costruire una specie di Venezia del Nord, ma più grande. È tutto grandissimo, palazzi, strade, piazze; e i canali (artificiali): collegano la città ad una rete fluviale che alla fine del ‘700 portava da qui a Napoli.
Il pullmino ci scarica in una piazza d’armi dove troneggia un edificio con una cupola dorata. Non ho modo di sapere come si chiami. Non ho una cartina, non ho avuto tempo di documentarmi, e incredibilmente tutte le indicazioni sono in una lingua incomprensibile. Per citare una vecchia amica, qui tutti parlano russo!
Su San Pietroburgo ci sarebbe tanto da dire, ma la mia visita è stata talmente breve che potrei farne solo una descrizione da cartolina. Ovviamente io e i miei compagni ci siamo persi; ma la cupola dorata ci ha salvati. Quando già disperavo di ritrovare la strada di “casa”, mi è venuta un’idea. Mi sono fatta prestare da Jacopo la sua macchina fotografica e ho mostrato a due passanti la foto della piazza dove abbiamo lasciato il pullmino. Un’immagine vale più di mille parole, soprattutto quando non si parla la stessa lingua, e i passanti, riconoscendo la cupola dorata, ci hanno indicato la direzione giusta.

Le avventure non finiscono qui. Dovevamo salpare stasera per Helsinki, ma un paio d’ore fa – ero al crew bar che cantavo a “Always” a squarciagola con i miei nuovi amici – una hostess mi informa che siamo bloccati in porto causa maltempo, e che la mia capa DTP è in ufficio a stampare volantini informativi da mezzora! L’avevo detto, io, che sono in servizio 24/7. Prima di raggiungere i miei colleghi in ufficio, passo dalla mensa a prendere tè, succo di frutta e panini per tutti, e lo straordinario coatto si trasforma in spuntino notturno.

E così termina il mio primo mese di navigazione. Non saprei dire veramente se mi piace, non saprei rispondere al classico e minaccioso “come va?”. Mi sa che per questo dovrete aspettare ancora un po’.

giovedì 14 giugno 2012

Venticinquesimo giorno di navigazione. Bergen: The Seamen Café


 
Bergen è una cittadina di bambole appoggiata sulle pendici delle montagne norvegesi, a ridosso del mare, fatta per la maggior parte di carinissime casette di legno che sembrano finte, bianche, con i tetti di ardesia e le tendine alle finestre. Sembrano davvero case di bambole, e probabilmente i bergenesi (?) lo sanno. Nei viottoli del centro storico ci sono molte botteghe artigiane che vendono magioni in miniatura e relativi abitanti: le prime, costruite con gli stessi criteri architettonici di quelle a grandezza naturale (in pratica prive di fondamenta!), i secondi disposti teatralmente nelle loro abitazioni con grande ironia. C’è il dottore col naso rosso e il pancione, con la borsa aperta e lo stetoscopio che striscia sul pavimento, la siringa in mano e il bambino che strilla; la cameriera tettona e la governante arcigna che la sorveglia; i muratori che si danno martellate sugli alluci mentre cercano di piantare chiodi; scene di vita famigliare; e così discorrendo.
Il centro commerciale e sociale della città, invece, è molto moderno. Nel giro di due isolati ci sono 3 o 4 grandi gallerie di negozi in stile Harrods o Lafayette; le strade e le piazze sono estremamente curate, con i pavimenti in pietra levigata a motivi geometrici; c’è un grande lago artificiale e delle sculture tipiche della nostra epoca in cui neanche l’artista capisce più il proprio ermetismo; gallerie d’arte, centri culturali a nastro, una biblioteca a vetrate in cui dalla strada si può vedere dentro (sembra un festival di metallari).
Nel complesso è un posto a misura d’uomo, in cui regna la pace, estremamente rilassante e silenzioso, ma vivace (in questa stagione) e, per quanto ho potuto notare, all’avanguardia per molti aspetti. La cosa peggiore che si possa dire di Bergen, a parte il clima, naturalmente, è che ci sono troppo negozi di souvenir. Come se i souvenirs si potessero comprare.

All’estrema periferia della città, cioè più o meno a tra minuti dal suo cuore, c’è il Seamen Café. È un’attività che nasce apposta per la ciurma delle diverse navi da crociera che fanno tappa qui: una specie di salotto gestito da missionari cristiani. Questi secondo me hanno capito tutto. Un tempo i missionari offrivano cibo e riparo a navigatori che si fermavano per una notte, o meno. Oggi le necessità sono diverse, e loro si sono evoluti per incontrare i bisogni del loro gregge. Ai vagabondi come noi offrono un luogo accogliente e tranquillo (rimedio alla scomodità e alla frenesia della nave), free wi-fi e computer per parlare con i nostri cari, generi di prima necessità come the, caffè e waffles alla marmellata, tutto a titolo gratuito.
E preghiere, non dimentichiamo le preghiere.

lunedì 11 giugno 2012

ventitreesimo giorno di imbarco, 11 giugno, ore 22.30, navigazione verso Flåm


Se poteste vedere.
Sono le 10 e mezza di sera e il sole è ancora alto nel cielo. Inganna: viene voglia di uscire in maniche di camicia, ma il vento è freddo e potente. Solleva la schiuma e la trasforma in una nebbiolina color piombo che vola in spirali per qualche secondo sulla superficie dell’acqua, prima di tornare a confondersi tra le onde. Il ponte più basso è quasi a livello del mare e offre uno spettacolo più fantastico di un quadro giapponese, con le montagne silenziose che fanno da sfondo e la luce rifratta in ogni direzione da miliardi e miliardi di goccioline sospese.
Tutto brilla, ed è tutto mio.

domenica 10 giugno 2012

Ventunesimo giorno di imbarco, Copenhagen, sabato 9 giugno. Avventure e disavventure di una sciocca.


Oggi ho fatto una delle cose più stupide della mia vita. Con una punta di arroganza in genere mi considero una persona piuttosto intelligente, ma oggi mi sono comportata come l’ultima delle sprovvedute. Per fortuna, lo dico subito per non inquetare gli animi dei miei lettori più vicini, senza conseguenze.

Dal principio.
Stamattina attracchiamo a Copenhagen, una città che sogno di vedere da anni. Come una macchina macino un documento dopo l’altro e finisco tutto il mio lavoro in tempo record per godermi il più possibile la città. Ho la pausa più o meno da mezzogiorno alle 4, a mezzogiorno e 6’ sono già con un piede sulla banchina.
Primo problema: fa un caldo indicibile, e io indosso: calzettoni pesanti, stivali, jeans, camicia, maglione di lana dolcevita e cappotto invernale (e per poco non prendevo anche i paraorecchi). Com’è evidente, faccio ancora fatica a capire come vestirmi. L’altro ieri o giù di lì ero nei fiordi e c’erano 8 gradi. Ma proseguiamo.
Non perdo tempo a cambiarmi, e col cappotto in mano mi dirigo verso la stazione e salto sul primo treno senza neanche guardare dove va. Addocchio una ragazza che mi sembra sveglia e chiedo informazioni. Veronica, così si chiama, è canadese e vive a Copenhagen da 3 mesi. Mi spiega come arrivare in centro, poi cominciamo a chiaccherare del più e del meno e finisce che passiamo un’ora insieme a passeggiare per le vie della città. Quando ci separiamo, intorno all’una, sono già nel cuore della zona pedonale.
Continuo il mio giretto da sola. Orientarsi è piuttosto facile e vago senza una meta su e giù per le strade profumate di fiori, tabacco, birra, mare, caramella, cercando invano una bicicletta comunale. (Prendere in prestito una bicicletta pubblica è gratis. Sono parcheggiate come i carrelli della spesa, con una catena che si stacca inserendo una moneta da 20 corone [circa 4 euro, mi pare]; quando riporti la bicicletta al parcheggio - quello o un altro - ti riprendi la moneta. Ma trovarne una libera di sabato pomeriggio in centro è impossibile, specie con una giornata di sole)
Mi imbatto in un simpatico caffè, entro, mi ascolto un po’ di blues, mi bevo un succo e mi fumo una sigaretta guardando fuori dalla finestra (si può fumare dentro).
Tutti parlano inglese, persino la vecchietta con le borse della spesa, e tutti sembrano molto felici di scambiare due parole con me.
Insomma, nonostante il gran caldo me la godo proprio. Mi dimentico persino di guardare l’orologio fino alle 2 e mezza, quando suonano le campane della chiesa e decido di tornare indietro con calma fino alla stazione.

Arrivo davanti alla stazione.
Mi rendo conto che - pensieri mi assalgono a valanga come se uno si tirasse dietro l’altro -
Non so che treno devo prendere per tornare alla nave
Non so il nome del porto
Non so dove comprare il biglietto
Non so il nome della stazione da cui ho preso il treno
Tutte le informazioni sono scritte in danese, lingua incomprensibile ai più
Non so quanto costa il biglietto
Ci ho messo una mezzora dal porto al centro, tra un’ora devo essere in ufficio
In biglietteria c’è una coda infinita
(Ma sarà la biglietteria giusta?, questa è una stazione mista di treni e metropolitana)

E improvvisamente dal subbuglio che sta diventando il mio cervello si apre la strada il fatto che

Cazzo, non so a che ora parte la nave, forse è già partita, forse sta partendo adesso.

Il momento era buono per il panico.
Per fortuna è intervenuta la mia parte più lucida e razionale (l’altra stava pregando tutti i nomi di dio, conosciuti, sconosciuti, inventati, passati presenti e futuri) con l’innegabile verità che ormai il danno era fatto, farsi prendere dal panico non sarebbe servito a niente, meglio chiedere e seguire il cammino con le maggiori probabilità di successo piuttosto che perdere tempo a piangersi addosso.

Anche questa campionessa dello zen stava per crollare quando il controllore le ha chiesto “a quale porto” fosse diretta – c’è più di un porto, cazzo!, ma alla fine ha trovato la strada, ripercorrendo i propri passi un po’ a tentoni un po’ a ragionamento.

Sono arrivata in nave addirittura con mezzora d’anticipo sulla mia schedule, tutto regolare. Il pomeriggio di lavoro poi è stato delirante, ma al confronto di quello che ho passato a terra, mi è sembrato una passeggiata.


Ventunesimo giorno di imbarco, Copenhagen, sabato 9 giugno. Avventure e disavventure di una sciocca.


Oggi ho fatto una delle cose più stupide della mia vita. Con una punta di arroganza in genere mi considero una persona piuttosto intelligente, ma oggi mi sono comportata come l’ultima delle sprovvedute. Per fortuna, lo dico subito per non inquetare gli animi dei miei lettori più vicini, senza conseguenze.

Dal principio.
Stamattina attracchiamo a Copenhagen, una città che sogno di vedere da anni. Come una macchina macino un documento dopo l’altro e finisco tutto il mio lavoro in tempo record per godermi il più possibile la città. Ho la pausa più o meno da mezzogiorno alle 4, a mezzogiorno e 6’ sono già con un piede sulla banchina.
Primo problema: fa un caldo indicibile, e io indosso: calzettoni pesanti, stivali, jeans, camicia, maglione di lana dolcevita e cappotto invernale (e per poco non prendevo anche i paraorecchi). Com’è evidente, faccio ancora fatica a capire come vestirmi. L’altro ieri o giù di lì ero nei fiordi e c’erano 8 gradi. Ma proseguiamo.
Non perdo tempo a cambiarmi, e col cappotto in mano mi dirigo verso la stazione e salto sul primo treno senza neanche guardare dove va. Addocchio una ragazza che mi sembra sveglia e chiedo informazioni. Veronica, così si chiama, è canadese e vive a Copenhagen da 3 mesi. Mi spiega come arrivare in centro, poi cominciamo a chiaccherare del più e del meno e finisce che passiamo un’ora insieme a passeggiare per le vie della città. Quando ci separiamo, intorno all’una, sono già nel cuore della zona pedonale.
Continuo il mio giretto da sola. Orientarsi è piuttosto facile e vago senza una meta su e giù per le strade profumate di fiori, tabacco, birra, mare, caramella, cercando invano una bicicletta comunale. (Prendere in prestito una bicicletta pubblica è gratis. Sono parcheggiate come i carrelli della spesa, con una catena che si stacca inserendo una moneta da 20 corone [circa 4 euro, mi pare]; quando riporti la bicicletta al parcheggio - quello o un altro - ti riprendi la moneta. Ma trovarne una libera di sabato pomeriggio in centro è impossibile, specie con una giornata di sole)
Mi imbatto in un simpatico caffè, entro, mi ascolto un po’ di blues, mi bevo un succo e mi fumo una sigaretta guardando fuori dalla finestra (si può fumare dentro).
Tutti parlano inglese, persino la vecchietta con le borse della spesa, e tutti sembrano molto felici di scambiare due parole con me.
Insomma, nonostante il gran caldo me la godo proprio. Mi dimentico persino di guardare l’orologio fino alle 2 e mezza, quando suonano le campane della chiesa e decido di tornare indietro con calma fino alla stazione.

Arrivo davanti alla stazione.
Mi rendo conto che - pensieri mi assalgono a valanga come se uno si tirasse dietro l’altro -
Non so che treno devo prendere per tornare alla nave
Non so il nome del porto
Non so dove comprare il biglietto
Non so il nome della stazione da cui ho preso il treno
Tutte le informazioni sono scritte in danese, lingua incomprensibile ai più
Non so quanto costa il biglietto
Ci ho messo una mezzora dal porto al centro, tra un’ora devo essere in ufficio
In biglietteria c’è una coda infinita
(Ma sarà la biglietteria giusta?, questa è una stazione mista di treni e metropolitana)

E improvvisamente dal subbuglio che sta diventando il mio cervello si apre la strada il fatto che

Cazzo, non so a che ora parte la nave, forse è già partita, forse sta partendo adesso.

Il momento era buono per il panico.
Per fortuna è intervenuta la mia parte più lucida e razionale (l’altra stava pregando tutti i nomi di dio, conosciuti, sconosciuti, inventati, passati presenti e futuri) con l’innegabile verità che ormai il danno era fatto, farsi prendere dal panico non sarebbe servito a niente, meglio chiedere e seguire il cammino con le maggiori probabilità di successo piuttosto che perdere tempo a piangersi addosso.

Anche questa campionessa dello zen stava per crollare quando il controllore le ha chiesto “a quale porto” fosse diretta – c’è più di un porto, cazzo!, ma alla fine ha trovato la strada, ripercorrendo i propri passi un po’ a tentoni un po’ a ragionamento.

Sono arrivata in nave addirittura con mezzora d’anticipo sulla mia schedule, tutto regolare. Il pomeriggio di lavoro poi è stato delirante, ma al confronto di quello che ho passato a terra, mi è sembrato una passeggiata.


lunedì 4 giugno 2012

Sedicesimo giorno di navigazione, 4 giugno. Bergen, Norvegia: winter is coming.



Potrei tranquillamente rispedire a casa più della metà dei vestiti che mi sono portata. Non solo non ho tempo per fare vita sociale – per un paio di ore al giorno, 3 paia di jeans sono decisamente troppi – ma soprattutto in Norvegia fa un freddo cane. Ricordate quando si vociferava di 20, 25°? Illusione. Oggi ce ne saranno stati massimo 10, e con un vento tale che mi sono messa il piumino della compagnia, una specie di costume da Omino Michelin (tranne per il fatto che è blu) che terrebbe caldo anche al Polo. Meglio così! In nave, scarseggiano sia lo spazio sia il tempo. Ho rimesso un sacco di vestiti in valigia, ecco che nell’armadio c’è già più spazio; e per quanto riguarda il tempo, ho messo in valigia la vanità! La maggior parte delle volte, meglio una passeggiata al porto di una mezzora spesa a decidere quale maglione indossare o ad applicare il mascara. La mattina mi metto la divisa meccanicamente, calcolando i secondi che mi restano per fare colazione – un quarto d’ora davanti a un caffè bollente, per quanto non dei migliori che abbia bevuto, ha la priorità sullo specchio. Addirittura, io che non pensavo di poter mai saltare un pasto, oggi ho scelto la terraferma al pranzo. Insomma: è solo una questione di priorità.

Ad esempio.
Ieri sera ho chiuso l’ufficio alle 11.30. Considerato che mi sveglio alle 7, mi rimanevano 7 ore e mezza prima della sveglia. Il mio corpo chiedeva a gran voce il pigiama e il letto, ma non ne ho voluto sapere. Ho preso il famoso costume da Omino Michelin e sono andata sull’ open deck a guardare il mare. Il sole era appena tramontato. Alle 11.30. Stavamo navigando grosso modo verso ovest, e guardando a prua era poco meno che giorno. A poppa invece nero, nero come l’inferno. Il cielo in mezzo esauriva tutte le sfumature di grigio, non avete idea di quante siano. Pochi metri sotto di me, il mare, che sembrava solido come piombo. Le correnti devono essere molto forti da queste parti, perché si può quasi vedere uno strato di acqua che passa sopra a quello sottostante, come se fossero semplicemente due solidi trasparenti. E schizzi d’acqua alti 10 metri che occasionalmente irrompono dalla collisione tra questi solidi nascondendomi l’orizzonte e riempiendomi la pelle di sale  - il mare non arriva al ponte, ma l’aria è così pregna d’acqua che il sale ti si appiccica tutto addosso.

Nonostante il freddo, Bergen è bella, accogliente, pulita, ordinata, piena di gente simpatica (ma comunque, come diavolo è venuto in mente agli uomini primitivi di colonizzare un posto tanto problematico? Noi avremo anche i nostri problemi, ma questi qui hanno 6 mesi di buio). Parlano tutti inglese, evviva. Ci si perde comunque, tutte le insegne e le indicazioni stradali sono in norvegese. Ci devo tornare.

sabato 2 giugno 2012

una giornata tipo.

Cari tutti, oggi non ho tempo per scrivere, ma vi mando una descrizione immediata della mia giornata tipo. Vorrei ringraziarvi, sapere che mi leggete e trovare i vostri commenti mi piace un sacco. Grazie!