
Il porto di Oslo è una grande baia che si infila nel cuore
della città, o forse è meglio dire che la città è stata costruita lungo la
baia, nei secoli, fino a coprirla tutta. Guardando il porto dal mare aperto, il
tempo scorre virtualmente da dritta a sinistra. Sul lato destro, una collina a
strapiombo sul mare dove sorge un’antica cittadella con il suo castello – più una
fortezza che un castello vero e proprio – circondati da un parco verdissimo. Al
vertice della curva c’e il municipio e, procedendo verso sinistra, le
costruzioni si fanno sempre più moderne fino ad arrivare a grattacieli di vetro
e acciaio che brillano al sole – credo, il sole in norvegia non l’ho mai visto –
e in cui si riflettono il mare e il cielo.

Oggi ho fatto un giro nella cittadella. È bellissima. Il parco
inizia ai piedi della collina, circondato da una muraglia di tutto rispetto,
posti di vedetta (tuttora in uso, abbiamo assistito al cambio della guardia),
torri, camminamenti, passaggi e via dicendo. È verdissimo. La terra è soffice e
l’erba è fresca. Gli occhi riposano. Mi rendo conto che sembra la descrizione
della gita domenicale in un tema di seconda elementare, ma dovete capire che io
vivo in una casa di ferro dove tutto è artificiale, l’aria, l’acqua, la luce,
tutto. La sensazione semplice e genuina di un prato o di un albero, a confronto
con l’ambiente inospitale della nave, supera di gran lunga la mia abilità
retorica.

Poi, la vista che si gode dalla cima della collina è
mozzafiato. Non solo per lo spettacolo naturale, che, pure, ha tutte le carte
in regola; la cosa più curiosa è la sensazione di trovarsi nel medioevo e di
osservare il ventunesimo secolo che accade sulla sponda opposta della baia. È come
se le due sponde si trovassero in due epoche diverse, e dall’una fosse
possibile scorgere l’altra.
Eva ed io coroniamo la passeggiata con una birra norvegese
consacrata al dio norreno del mare – perdonatemi, non ne ricordo il nome – che,
apparentemente, oltre a fare il bello e il cattivo tempo faceva anche la birra.
p.s. c’è mare grosso, il ponte di comando ha mandato un
ordine a tutti i reparti di assicurare con delle cime tutto il materiale che
potrebbe cadere o rovesciarsi e fare male a qualcuno. La nave beccheggia, scricchiola
e muggisce come un grosso animale, con le paratie che si contraggono e si
deformano – anche se impercettibilmente, se non fosse per il rumore – a causa
della pressione. Superato il problema del mal di mare (ormai, quasi non mi
accorgo neanche più che ci stiamo muovendo), in questi casi la nave agisce come
una culla e mi fa venire un gran sonno.
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