Sono giorni di calma al lavoro. Non mi fido: si sa che la
calma prelude alla tempesta, e a maggior ragione, qui, mi trovo nella
circostanza di dover prestare particolare attenzione alle condizioni atmosferiche.
Tuttavia vorrei approfittarne per parlare di un argomento su cui non so prendere una posizione.
È naturale che questo dia luogo a delle frizioni. Già tra
fratelli o tra vicini di casa possono esserci differenze inconciliabili, per
non parlare di quelle che ci sono tra individui di città diverse, mettiamo
Milano e Napoli (due a caso). Tra me e un francese corre un mondo (paradossalmente
posso essere più simile a un rumeno, che pure vive più lontano); tra me e un
sudamericano una galassia; tra me e un russo c’è la distanza di un intero
universo. Ma anche questa distanza è un granello di sabbia, se confrontata con
quella che mi separa da un filippino, da un indiano, da un cinese.
Fatevelo dire da una che fa amicizia anche coi muri: capirsi
è praticamente impossibile. Non solo per via della lingua (si parla tutti
inglese, chi più, chi meno, chi molto meno), ma soprattutto per via del gap
culturale (ricordate l’episodio dei cinesi e della porta?).
Già una banale conversazione da sigaretta pone i primi
problemi. Ad esempio, gli indiani non parlano, sussurrano: personalmente mi
manda in bestia, mi costringe a ripetere in continuazione “Come? Cosa? Once
again please?” e ad avvicinarmi al mio interlocutore in un modo che potrebbe
urtare la difesa dello spazio personale, sia mio sia suo (tasto dolente nello
scontro tra culture). Esasperata, a volte decido di lasciar perdere e annuire
con un sorriso senza aver sentito nulla; fortuna che i discorsi di bordo sono
sempre abbastanza semplici, famiglia, di solito, lavoro (“quanti contratti hai
fatto/farai” o la declinazione “quanti mesi hai a bordo/ti mancano”), progetti
di vita – aprire un negozio o un fast food o un pub – oppure il gallo da
combattimento che Ronald (filippino) tiene in cortile: basta cogliere alcuni
dettagli chiave e il gioco è fatto. D’altra parte gli italiani (io, per
esempio) gesticolano a tal punto che, agli occhi degli Altri, sembra non siano
in grado di esprimere un concetto con il solo uso del logos, ma abbiano bisogno
dei gesti come le scimmie.
Proprio il gallo da combattimento di Ronald ha fornito lo
spunto per uno studio antropologico interessante. Io ho sgranato gli occhi
quando me l’ha raccontato: e molti occidentali (soprattutto occidentali
femmine) hanno puntualizzato che dalle nostre parti è illegale, oltre che,
dettagli, lesivo dei diritti animali. È una pratica barbara e crudele. Dio ha
creato i galli perché li mangiassimo, non perché li facessimo combattere fino
alla morte come gladiatori. Lo sappiamo fin da bambini, perché il WWF,
Greenpeace, la LIPU, la LAV, eccetera, venivano in classe e ci spiegavano che
nel rossetto c’è l’olio di capodoglio (e quegli stronzi di giapponesi, che
praticano la caccia alla balena!), che la Cina, dove è prodotto il 90% del tuo
parco giocattoli, non ha firmato il protocollo di Kyoto, e che se fai
combattere i galli, insomma, sei una brutta persona. Lo sappiamo da così tanto
tempo che ci sembra una legge umana e naturale.
Ronald invece si considera tutto sommato un brav’uomo, e nel
suo paese il dubbio sull’eticità del combattimento dei galli non se lo pone
nessuno.
Un’altro esempio. Tra gli indonesiani è abitudine comune
fare un piccolo inchino con la testa quando passa qualcuno di Noi. Ci chiamano
“Madam” e “Sir”: Yes Madam, Goodmorning Madam, I apologize Madam... per
rendervi l’idea, non è che si rivolgano a un’anziana e distinta signora
imbellettata, o al Comandante; si rivolgono a me, la mattina alle 7 quando
rotolo giù dal letto coi segni del cuscino in faccia e la voce impastata, o al
Mario Rossi di turno ubriaco fradicio che balla accanto a loro al crew party.
Molti di Noi hanno (ri)cominciato a pensare che il legittimo ruolo degli indonesiani
sia quello che loro stessi, apparentemente, si assumono: servitù, e per questo
motivo la maggior parte di loro lavora nelle pulizie o nel servizio in cabina.
È molto interessante e osservare il distacco tra questo (apparente?)
servilismo e l’orgoglio nazionale di questi miei colleghi, i cui paesi di
origine, magari, hanno affrontato nel passato recente guerre di indipendenza
che hanno lasciato un vivo sentimento di solidarietà interna, di cui Noi (chi
più, chi meno) abbiamo appena un vago ricordo. Tutte le nazionalità esotiche
festeggiano questa o quell’altra festa con bagordi o addirittura spettacoli
teatrali a tema; gli europei no.
Non basta. Come forse vi ho già raccontato, esclusi gli
ufficiali il personale si divide in staff
e crew. Gli staff sono prevalentemente europei o occidentali in generale,
ricoprono ruoli di maggior prestigio (prestigio comunque molto discutibile) e
hanno alcuni privilegi. I crew sono
tutti extraeuropei, hanno mansioni più umili, come cleaner, cabin stewards, lavapiatti
eccetera, hanno diverse restrizioni (ad esempio non possono andare nei saloni),
vengono pagati in dollari invece che in euro. Staff e crew mangiano in
due mense separate e hanno due cucine separate: gli staff, se vogliono, possono mangiare nella mensa dei crew, ma non viceversa.
Sebbene questa ghettizzazione dei crew in stile apartheid sia un richiamo all’insurrezione
internazionalista, non è questo il peggio. Il peggio è che, dopo alcune
settimane, un membro dello staff
mediamente tollerante e ben educato ringrazia l’azienda di non dover mangiare
accanto a quelli che ha imparato a chiamare “mambrucchi” (dal dizionario di bordo, “gente colorata”, non in
quanto colorata ma in quanto portatrice di abitudini intollerabili). Che si
mettono le dita nel naso, che non si lavano, che non usano la cartaigienica, e
così via. In effetti, ora che me lo fai notare, molti di loro si mettono le
dita nel naso, hanno un rapporto cordialmente distaccato con il sapone, mettono
il cibo in bocca con le mani, si grattano il sedere prima di riempirti la
ciotola. Quando la mensa dei crew chiude,
è impossibile sedersi senza impiastricciarsi la divisa di succo di mela, o fare
un passo senza spiaccicare una polpetta di riso. Sulla carta igienica non so,
non ho informazioni di prima mano.
A sua volta, la ghettizzazione produce una distanza che pone
i crew in posizione di difesa: si
sentono sfruttati, oppressi, sottopagati (piccola digressione. Io sono pagata 6
euro lordi all’ora. Un onduregno che ricoprisse il mio ruolo verrebbe pagato,
nella migliore delle ipotesi, 6 dollari all’ora. La maggior parte dei crew lavora per meno di 800 euro al
mese, con un orario che, come il mio, oscilla tra le 8 e le 15 ore al giorno.
Il paradosso è che, nonostante il taiwanese prenda la metà del mio stipendio e
si senta sottopagato, ci mantiene una famiglia da 6 persone e si compra 2 ville
in 5 anni. Io...beh.). Negli ultimi anni la compagnia ha assunto sempre più
personale extraeuropeo, per risparmiare, e ormai gli italiani sono davvero
pochi. Filippini, indonesiani e indiani vanno per la maggiore, seguiti dai
sudamericani (questo discorso non vale per i brasiliani, che per certi versi
sono più simili a Noi) e qualche cinese. Siccome tutto il mondo è paese
(contrariamente a quello che argomenta questo post), queste etnie sviluppano forme
di razzismo più o meno esplicite nei confronti degli italiani: è evidente
soprattutto in cucina. I vertici della main
galley sono un tedesco, un filippino e un cinese. La manodopera è
prevalentemente indiana. I pochi italiani che ci sono vengono costantemente
insultati e mobbizzati (ad esempio Nico, posizione 2nd chef, mi ha raccontato
che gli rubano l’olio, le padelle, gli spengono la friggitrice e cose del
genere, e inoltre gli tocca lavorare tutto il giorno con un coretto di
sottofondo che esplora tutte le possibili declinazioni di “Italiani di Merda”)
e diventano ancora più razzisti, chi sinceramente depresso, chi aggrappandosi
alla pia illusione di dover essere trattato meglio perché “in fin dei conti
siamo su suolo italiano e questi sono a casa mia”, chi travolto da una cieca
rabbia xenofoba. Quello che vi ho raccontato per la cucina vale in tutti i
dipartimenti: è un gatto che si morde la coda.
Insomma, discriminare il prossimo per via di una banalità
come il colore della pelle o la forma del naso è da sempliciotti ignoranti.
Molto più raffinato, invece, è discriminarlo perché le sue abitudini ti urtano
il sistema nervoso.
Personalmente, vado d’accordo con tutte le etnie, in
particolar modo con i filippini, che mi hanno presa in simpatia sia perché
assomiglio ad un personaggio della tv filippina, tale Pia Magalona, sia perché
nonostante la mia posizione tratto
tutti allo stesso modo (per la verità non sapevo neanche di averla, una posizione.
Mi sento maltrattata come tutti gli altri). Per ora, a parte frizioni con i
ritmi di lavoro sudamericani e un iniziale scontro con i modi duri di Grande
Madre Rusia (risolto in una bella amicizia), non ho avuto problemi con le
diverse nazionalità (e bisogna stare attenti a non imputare ad un’intera etnia
i difetti di un individuo in carne ed ossa).
Ma ho smesso di mangiare in crew mess...
6 commenti:
Ah ah un pochino assomigli davvero a pia magalona!!!!!
Ah ah un pochino assomigli davvero a pia magalona!!!!!
Tutto questo volgare razzismo da stadio ha rovinato l'immagine di milioni di razzisti per bene (Diego Abatantuono).
Ale
Irene a.k.a. Madre Pia
Un abbraccio, M
Assomigli veramente a Pia Megalona, anche se sei decisamente più bella. Forse è per via del taglio di capelli!
Ti racconto una cosa: un giorno, a scuola, ero a tavola con i ragazzi. A fine pasto prendo una pera, ma siccome non avevo voglia di mangiarla tutta, la taglio a metà e offro l'altra ad Andrea Zang. Non l'avessi mai fatto! "Maestra!" - dice quello - "Non si fa!!! Non si deve MAI offrire mezza pera a una persona! E' cattiva educazione, porta sfortuna!". Io resto basita, con lo sguardo attonito e la mezza pera nella mano. "Andrea - rispondo - certo non sarà mai cattiva educazione come lo sputare sotto il tavolo (abitudine che i cinesi pare abbiano) o mangiare serpenti arrosto".
"Sputare sotto il tavolo porta bene e il serpente è buonissimo. Sa di pollo" - mi risponde.
Ecco. Occorre solo che arrivino gli alieni per conciliare tutte queste differenze. Pare che siano in arrivo e che verso dicembre siano qui :D
Baci
Ah, tra l'altro, pare che il divieto sussista solo per le pere e non per le mele, le banane o le angurie. Inoltre, pare che l'etnia mandarina abbia abitudini diverse dalle altre etnie cinesi.
Se ti capita di parlare con qualche cinese, vedi di capire come mai tutta questa antipatia verso le mezze pere :)))))
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