current adventure: "How to be a Grown Up"

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description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

sabato 28 luglio 2012

Settantaduesimo giorno di navigazione, Copenhagen


Sono giorni di calma al lavoro. Non mi fido: si sa che la calma prelude alla tempesta, e a maggior ragione, qui, mi trovo nella circostanza di dover prestare particolare attenzione alle condizioni atmosferiche.
Tuttavia vorrei approfittarne per parlare di un argomento su cui non so prendere una posizione.

Vivo su una Babele galleggiante in cui si parlano, se non tutte, una buona parte delle lingue del mondo. Dalla Siberia al Sudamerica, dal Canada all’Australia, con tutto ciò che il Planisfero pone in mezzo: sono poche le etnie prive di rappresentanza. E, com’è inutile precisare, ciascuno di noi si porta dietro un bagaglio di modi di fare e stili di vita personali, famigliari, nazionali e storici.
È naturale che questo dia luogo a delle frizioni. Già tra fratelli o tra vicini di casa possono esserci differenze inconciliabili, per non parlare di quelle che ci sono tra individui di città diverse, mettiamo Milano e Napoli (due a caso). Tra me e un francese corre un mondo (paradossalmente posso essere più simile a un rumeno, che pure vive più lontano); tra me e un sudamericano una galassia; tra me e un russo c’è la distanza di un intero universo. Ma anche questa distanza è un granello di sabbia, se confrontata con quella che mi separa da un filippino, da un indiano, da un cinese.

Fatevelo dire da una che fa amicizia anche coi muri: capirsi è praticamente impossibile. Non solo per via della lingua (si parla tutti inglese, chi più, chi meno, chi molto meno), ma soprattutto per via del gap culturale (ricordate l’episodio dei cinesi e della porta?).

Già una banale conversazione da sigaretta pone i primi problemi. Ad esempio, gli indiani non parlano, sussurrano: personalmente mi manda in bestia, mi costringe a ripetere in continuazione “Come? Cosa? Once again please?” e ad avvicinarmi al mio interlocutore in un modo che potrebbe urtare la difesa dello spazio personale, sia mio sia suo (tasto dolente nello scontro tra culture). Esasperata, a volte decido di lasciar perdere e annuire con un sorriso senza aver sentito nulla; fortuna che i discorsi di bordo sono sempre abbastanza semplici, famiglia, di solito, lavoro (“quanti contratti hai fatto/farai” o la declinazione “quanti mesi hai a bordo/ti mancano”), progetti di vita – aprire un negozio o un fast food o un pub – oppure il gallo da combattimento che Ronald (filippino) tiene in cortile: basta cogliere alcuni dettagli chiave e il gioco è fatto. D’altra parte gli italiani (io, per esempio) gesticolano a tal punto che, agli occhi degli Altri, sembra non siano in grado di esprimere un concetto con il solo uso del logos, ma abbiano bisogno dei gesti come le scimmie.

Proprio il gallo da combattimento di Ronald ha fornito lo spunto per uno studio antropologico interessante. Io ho sgranato gli occhi quando me l’ha raccontato: e molti occidentali (soprattutto occidentali femmine) hanno puntualizzato che dalle nostre parti è illegale, oltre che, dettagli, lesivo dei diritti animali. È una pratica barbara e crudele. Dio ha creato i galli perché li mangiassimo, non perché li facessimo combattere fino alla morte come gladiatori. Lo sappiamo fin da bambini, perché il WWF, Greenpeace, la LIPU, la LAV, eccetera, venivano in classe e ci spiegavano che nel rossetto c’è l’olio di capodoglio (e quegli stronzi di giapponesi, che praticano la caccia alla balena!), che la Cina, dove è prodotto il 90% del tuo parco giocattoli, non ha firmato il protocollo di Kyoto, e che se fai combattere i galli, insomma, sei una brutta persona. Lo sappiamo da così tanto tempo che ci sembra una legge umana e naturale.
Ronald invece si considera tutto sommato un brav’uomo, e nel suo paese il dubbio sull’eticità del combattimento dei galli non se lo pone nessuno.

Un’altro esempio. Tra gli indonesiani è abitudine comune fare un piccolo inchino con la testa quando passa qualcuno di Noi. Ci chiamano “Madam” e “Sir”: Yes Madam, Goodmorning Madam, I apologize Madam... per rendervi l’idea, non è che si rivolgano a un’anziana e distinta signora imbellettata, o al Comandante; si rivolgono a me, la mattina alle 7 quando rotolo giù dal letto coi segni del cuscino in faccia e la voce impastata, o al Mario Rossi di turno ubriaco fradicio che balla accanto a loro al crew party. Molti di Noi hanno (ri)cominciato a pensare che il legittimo ruolo degli indonesiani sia quello che loro stessi, apparentemente, si assumono: servitù, e per questo motivo la maggior parte di loro lavora nelle pulizie o nel servizio in cabina.
È molto interessante e osservare il distacco tra questo (apparente?) servilismo e l’orgoglio nazionale di questi miei colleghi, i cui paesi di origine, magari, hanno affrontato nel passato recente guerre di indipendenza che hanno lasciato un vivo sentimento di solidarietà interna, di cui Noi (chi più, chi meno) abbiamo appena un vago ricordo. Tutte le nazionalità esotiche festeggiano questa o quell’altra festa con bagordi o addirittura spettacoli teatrali a tema; gli europei no.

Non basta. Come forse vi ho già raccontato, esclusi gli ufficiali il personale si divide in staff e crew. Gli staff sono prevalentemente europei o occidentali in generale, ricoprono ruoli di maggior prestigio (prestigio comunque molto discutibile) e hanno alcuni privilegi. I crew sono tutti extraeuropei, hanno mansioni più umili, come cleaner, cabin stewards, lavapiatti eccetera, hanno diverse restrizioni (ad esempio non possono andare nei saloni), vengono pagati in dollari invece che in euro. Staff e crew mangiano in due mense separate e hanno due cucine separate: gli staff, se vogliono, possono mangiare nella mensa dei crew, ma non viceversa.
Sebbene questa ghettizzazione dei crew in stile apartheid sia un richiamo all’insurrezione internazionalista, non è questo il peggio. Il peggio è che, dopo alcune settimane, un membro dello staff mediamente tollerante e ben educato ringrazia l’azienda di non dover mangiare accanto a quelli che ha imparato a chiamare “mambrucchi” (dal dizionario di bordo, “gente colorata”, non in quanto colorata ma in quanto portatrice di abitudini intollerabili). Che si mettono le dita nel naso, che non si lavano, che non usano la cartaigienica, e così via. In effetti, ora che me lo fai notare, molti di loro si mettono le dita nel naso, hanno un rapporto cordialmente distaccato con il sapone, mettono il cibo in bocca con le mani, si grattano il sedere prima di riempirti la ciotola. Quando la mensa dei crew chiude, è impossibile sedersi senza impiastricciarsi la divisa di succo di mela, o fare un passo senza spiaccicare una polpetta di riso. Sulla carta igienica non so, non ho informazioni di prima mano.

A sua volta, la ghettizzazione produce una distanza che pone i crew in posizione di difesa: si sentono sfruttati, oppressi, sottopagati (piccola digressione. Io sono pagata 6 euro lordi all’ora. Un onduregno che ricoprisse il mio ruolo verrebbe pagato, nella migliore delle ipotesi, 6 dollari all’ora. La maggior parte dei crew lavora per meno di 800 euro al mese, con un orario che, come il mio, oscilla tra le 8 e le 15 ore al giorno. Il paradosso è che, nonostante il taiwanese prenda la metà del mio stipendio e si senta sottopagato, ci mantiene una famiglia da 6 persone e si compra 2 ville in 5 anni. Io...beh.). Negli ultimi anni la compagnia ha assunto sempre più personale extraeuropeo, per risparmiare, e ormai gli italiani sono davvero pochi. Filippini, indonesiani e indiani vanno per la maggiore, seguiti dai sudamericani (questo discorso non vale per i brasiliani, che per certi versi sono più simili a Noi) e qualche cinese. Siccome tutto il mondo è paese (contrariamente a quello che argomenta questo post), queste etnie sviluppano forme di razzismo più o meno esplicite nei confronti degli italiani: è evidente soprattutto in cucina. I vertici della main galley sono un tedesco, un filippino e un cinese. La manodopera è prevalentemente indiana. I pochi italiani che ci sono vengono costantemente insultati e mobbizzati (ad esempio Nico, posizione 2nd chef, mi ha raccontato che gli rubano l’olio, le padelle, gli spengono la friggitrice e cose del genere, e inoltre gli tocca lavorare tutto il giorno con un coretto di sottofondo che esplora tutte le possibili declinazioni di “Italiani di Merda”) e diventano ancora più razzisti, chi sinceramente depresso, chi aggrappandosi alla pia illusione di dover essere trattato meglio perché “in fin dei conti siamo su suolo italiano e questi sono a casa mia”, chi travolto da una cieca rabbia xenofoba. Quello che vi ho raccontato per la cucina vale in tutti i dipartimenti: è un gatto che si morde la coda.

Insomma, discriminare il prossimo per via di una banalità come il colore della pelle o la forma del naso è da sempliciotti ignoranti. Molto più raffinato, invece, è discriminarlo perché le sue abitudini ti urtano il sistema nervoso.

Personalmente, vado d’accordo con tutte le etnie, in particolar modo con i filippini, che mi hanno presa in simpatia sia perché assomiglio ad un personaggio della tv filippina, tale Pia Magalona, sia perché nonostante la mia posizione tratto tutti allo stesso modo (per la verità non sapevo neanche di averla, una posizione. Mi sento maltrattata come tutti gli altri). Per ora, a parte frizioni con i ritmi di lavoro sudamericani e un iniziale scontro con i modi duri di Grande Madre Rusia (risolto in una bella amicizia), non ho avuto problemi con le diverse nazionalità (e bisogna stare attenti a non imputare ad un’intera etnia i difetti di un individuo in carne ed ossa).
Ma ho smesso di mangiare in crew mess...

6 commenti:

rubinet ha detto...

Ah ah un pochino assomigli davvero a pia magalona!!!!!

rubinet ha detto...

Ah ah un pochino assomigli davvero a pia magalona!!!!!

Anonimo ha detto...

Tutto questo volgare razzismo da stadio ha rovinato l'immagine di milioni di razzisti per bene (Diego Abatantuono).
Ale

Anonimo ha detto...

Irene a.k.a. Madre Pia


Un abbraccio, M

Eliana ha detto...

Assomigli veramente a Pia Megalona, anche se sei decisamente più bella. Forse è per via del taglio di capelli!
Ti racconto una cosa: un giorno, a scuola, ero a tavola con i ragazzi. A fine pasto prendo una pera, ma siccome non avevo voglia di mangiarla tutta, la taglio a metà e offro l'altra ad Andrea Zang. Non l'avessi mai fatto! "Maestra!" - dice quello - "Non si fa!!! Non si deve MAI offrire mezza pera a una persona! E' cattiva educazione, porta sfortuna!". Io resto basita, con lo sguardo attonito e la mezza pera nella mano. "Andrea - rispondo - certo non sarà mai cattiva educazione come lo sputare sotto il tavolo (abitudine che i cinesi pare abbiano) o mangiare serpenti arrosto".
"Sputare sotto il tavolo porta bene e il serpente è buonissimo. Sa di pollo" - mi risponde.
Ecco. Occorre solo che arrivino gli alieni per conciliare tutte queste differenze. Pare che siano in arrivo e che verso dicembre siano qui :D
Baci

Eliana ha detto...

Ah, tra l'altro, pare che il divieto sussista solo per le pere e non per le mele, le banane o le angurie. Inoltre, pare che l'etnia mandarina abbia abitudini diverse dalle altre etnie cinesi.
Se ti capita di parlare con qualche cinese, vedi di capire come mai tutta questa antipatia verso le mezze pere :)))))