current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

venerdì 7 settembre 2012

Centotredicesimo giorno di imbarco, Oslo – Goodbye Norway

A cavallo del fortunadrago
con Manu e Mau (dietro l'obbiettivo)
a spasso per la Norvegia


Ultimo giorno in Norvegia, e, beffa del fato, oggi a Oslo c’erano il Sole e una ventina abbondante di gradi. Eva ed io abbiamo salutato come si conviene questo meraviglioso Paese, che ci ha fatto da rifugio per 3 mesi: pranzo a base di salmone norvegese e sidro di pera, sedute al porto, ad un delizioso tavolino proprio sul mare. Ora mi trovo di fronte ad un angoscioso dilemma: non so decidere se preferisco il sidro di pera o quello di mela.

Domani dico arrivederci alla mia Copenhagen, dopodiché parte la traversata che, nel giro di 10 giorni, ci riporterà in mari nostrani.

Il mistero del cappello scomparso – epilogo, ovvero:
♪ “the Hat came back, the very next day”

L’aver ricostruito la vicenda del cappello per come poteva, con ogni probabiltà, essere andata, mi aveva portavo a metà nella risoluzione del caso. Non restava che ritrovare l’oggetto in questione: al riguardo avevo fatto però tutto il possibile. Mi concessi una pausa ristoratrice al Crew Bar, fiduciosa che i miei informatori avrebbero battuto i bassifondi della Città Galleggiante fino all’ultimo vicolo puzzolente.

Il mattino seguente venne troppo presto. Mi diressi in tipografia con gli occhi ancora a mezz’asta, in uno stato appena presentabile, con la solita bozza e il solito thermos di caffè. Non feci in tempo a buttare giù il primo sorso, che A., uno degli steward, si presentò con il mio cappello vagabondo. Non volle dirmi dove l’avesse trovato, né io insistetti per saperlo: come insegna il grande Holmes, meglio non indagare troppo sui metodi dei propri informatori, se si desidera mantenerli. “I picked it from somebody’s head”, si limitò a dire, lasciandomi nel dubbio de intendesse realmente somebody’s head o piuttosto some body’s head.

Così il circuito era chiuso, e il cappello era tornato nella sua posizione originale, dopo aver percorso strade e vissuto avventure che, probabilmente, non conosceremo mai. Restava solo una cosa da fare: D. non avrebbe affrontato la Legge, ma il suo gesto non sarebbe rimasto impunito. Evitò il più a lungo possibile di venire a trovarci, ma alla fine non potè più rimandare, e venne, più silenzioso del solito, per raccogliere i suoi dannati flyers.

“Ah, D., you know what? The hat came back.”
“Really? How?”
“I told some friend the whole story and one of them brought it back to me, after he found it in the garbage area.”
“In the garbage area?”
“In the garbage area.”

Silenzio. Non potevo perdere quell’occasione: era come giocare al gatto col topo.  
“I think that the thief realized we knew it was him, and decided to get rid of the hat. Because, you know, we know who took it”.
“Yes?”
“Yes.”
La sua vocetta acuta si era fatta stridula, e dovette accorgersene, perché tacque per parecchi secondi. Poi tastò di nuovo il terreno.
“My wife lost 3 pairs of shoes when she disembarked”
“Oh, but I didn’t lose it, did I?” ripresi, con gli occhi piantati nei suoi.
D. tacque di nuovo e lasciò l’ufficio senza sapere più dove guardare.
Poveretto. Non dev’essere piacevole sapere che d’ora in avanti, ogni giorno, non perderò occasione di ricordargli la propria stupidità.

giovedì 6 settembre 2012

centododicesimo giorno di imbarco - il mistero del cappello scomparso


Tutto iniziò quando J. mi regalò un cappello da cowboy scovato tra gli scarti di magazzino. Era un bel cappello, un po’ largo forse, ma perfetto per le mie serate a tema. Quella sera avevo un sacco di lavoro. Al momento del regalo la tipografia era gremita di gente – tutti volevano qualcosa da me, e non riuscii nemmeno a trovare il tempo di sfilarlo dalla plastica trasparente in cui era avvolto. Lo appoggiai su una mensola sopra la scrivania, tra i dizionari e le pile di documenti da spulciare.
Terminate le incombenze della sera, lanciai in giro una rapida occhiata e mi accorsi che non era venuto nessun a ritirare il materiale che avevamo stampato per l’House Keeping. Sfinita, senza più la forza di aspettare, lasciai la tipografia aperta e tornai in cabina, dove mi addormentai quasi subito guardando l’ultimo episodio di una saga famosa ai miei tempi, Ritorno al Futuro 3, abientato nel vecchio West dove tutti indossavano cappelli come quello che si trovava sullo scaffale sopra la mia scrivania, tra i dizionari e le pile di documenti, ancora avvolto nella plastica.

La mattina seguente entrai in ufficio alla solita ora, col solito thermos di caffè bollente in una mano e la solita bozza del giornale del giorno dopo nell’altra, non pronta ma rassegnata ad iniziare una nuova, faticosa giornata. La tipografia era ancora deserta – sono la prima ad arrivare – e i flyers per l’House Keeping erano stati portati via. Accesi la vecchia carretta che fanno passare per computer e attesi, consumando la mia colazione in un rilassato e prezioso silenzio. Non me ne ricordai che dopo alcuni minuti, quando il caffè cominciava a fare effetto ripristinando le sinapsi tra le mie cellule cerebrali: là dove avrebbe dovuto trovarsi il cappello, tra i dizionari eccetera, si trovava invece un vuoto eloquente. Il cappello era sparito.

Per prima cosa mi feci prendere dallo sconforto che di norma mi affligge quando perdo qualcosa, specialmente se di valore affettivo. La giornata iniziava male. I miei due colleghi e compagni di sventura, E. e M., non ne sapevano niente, e cominciammo a fare delle congetture. Dove poteva essere? Io ero assolutamente certa di non averlo portato fuori dall’ufficio; d’altronde, chi poteva essere entrato? Solo qualcuno con una ragione precisa per entrare. Nessuno sapeva che l’ufficio non era chiuso a chiave, tranne l’House Keeping, per via dei flyers da ritirare. Non volendo puntare il dito contro nessuno (e ritenendo l’accusa troppo assurda per essere presa in considerazione) lasciai fluttuare l’ipotesi qualche secondo fino a che non venne completamente risucchiata dai condotti di riciclaggio dell’aria, per liquidare poi l’intera vicenda in favore di cose più urgenti: la mia bozza, dimenticata sulla scrivania, gridava all’abbandono di minore.

Ma non riuscivo a togliermi dalla testa la faccenda del cappello. Chi mai poteva fare una cosa del genere? La tipografia non si trova in un luogo di passaggio. La porta era chiusa, anche se non a chiave, e nessuno avrebbe potuto passare lì davanti ed essere tentato di entrare per chissà che misteriosa ragione. Non aveva senso. C’era un’unica possibilità: qualcuno era entrato per cercare del materiale stampato, e, una volta dentro, aveva colto l’occasione per rubare il cappello. Probabilmente l’aveva già notato la sera prima, nel momento in cui J. me l’aveva portato. La plastica trasparente lo avvolgeva in modo da non renderlo immediatamente riconoscibile, e bisognava sapere che cosa ci fosse dentro – nessuno si sarebbe preso la briga e il rischio di ravanare in un sacchetto senza conoscerne il contenuto.

Questi pensieri mi giravano ancora in testa quando D., Assistant House Keeping Manager, comparve sulla soglia della tipografia, alla ricerca di altro materiale vomitato nel frattempo dalle macchine fotostampatrici.
“Oh, D., you know what happened tonight?”, cominciai, senza sfumatura di malizia, “somebody stole my hat”.
Non feci in tempo a finire la frase che lo sguardo del mio interlocutore scattò verso il luogo dove l’assenza del cappello troneggiava eloquentemente, sullo scaffale, tra i dizionari e i documenti da spulciare. Ma io non avevo indicato il luogo dove il cappello avrebbe dovuto trovarsi; D. doveva per forza saperlo per conto suo, dalla sera prima, forse. Si tradì definitivamente esibendosi, con un mezzo sorriso che lì per lì non riuscii a decifrare, in una sequela di domande e ipotesi una più stupida dell’altra, di che colore era il cappello? e di che tipo? e dov’era? forse l’avevano preso gli ispettori della sicurezza?
D. non si era ancora chiuso la porta alle spalle, che io, incrociando lo sguardo di E., capii che stavamo pensando la stessa cosa. I casi erano due: o D. non aveva mai visto il cappello, e allora le sue domande avrebbero avuto senso, ma non avrei saputo spiegare come mai avesse guardato così chiaramente verso il famoso scaffale; oppure D. sapeva del cappello, ne conosceva l’esatta ubicazione e di conseguenza anche l’aspetto, e sarebbero state le sue domande a restare inspiegate. Conclusione: D. aveva preso il cappello, oppure sapeva chi era stato, ed era stato presente al momento del furto.

Incredibile. Tra tutte le persone a bordo, di D. non avrei mai sospettato. Così... adulto, così rispettabile, in una posizione di responsabilità, correre un rischio del genere per un cappello da cowboy. L’ipotesi abbozzata quella mattina, uscita per il condotto di riciclaggio dell’aria, era rientrata prepotentemente dalla porta, scrollandomi di dosso la mia ingenua ottusità che tanto spesso veniva canzonata dai miei colleghi: “Tu ti fidi sempre troppo!”. Ma santissimo il cielo. Stiamo parlando di un cappello, non di una tiara di diamanti. E comunque, chiamatemi ingenua, ma certe cose in testa non mi ci si ficcano proprio. Persino dopo che D. si era tradito così palesemente, l’assurdità della situazione non cessava di sorprendermi, soppiantando la tristezza per la perdita del regalo.

La giornata proseguì regolarmente. Badai a raccontare l’accaduto ai miei amici più stretti – non avevo alcuna prova, ma almeno il mio gruppo doveva sapere con chi abbiamo a che fare; la vita di bordo è un gioco a squadre. Il mio spirito di competizione fa schifo, ma almeno compenso con quello di solidarietà.

Finalmente, con il giornale ormai stampato e consegnato, i flyers ritirati, gli archivi aggiornati e le carte in ordine, chiusi l’ufficio – questa volta a chiave – mi concessi una lunga doccia ristoratrice e mi diressi lentamente verso il Crew Bar. “Beer me up, Jeremy”, feci al barman che asciugava un bicchiere con il suo canovaccio da barman. Lasciai che il liquido mi lavasse la tensione della giornata, con i gomiti pesantemente appoggiati al bancone.

Qualche minuto dopo mi raggiunsero R. e A., due ragazzi della Security, tipi in gamba, indiani, molto tranquilli, due che non diresti mai che potrebbero fare i Security; al massimo i poliziotti di quartiere, di quelli che aiutano le vecchiette ad attraversare la strada. Raccontai loro brevemente la vicenda – omettendo il coinvolgimento di D. per mancanza di prove – e A. mi rispose che sì, aveva visto un cappello da cowboy nella garbage area, appoggiato sulle casse di legno affianco agli armadietti degli stewards! Mentre mi precipitavo a controllare pensavo che D. doveva essersi accorto di essersi tradito, e per non rischiare aveva abbandonato il cappello alla prima occasione disponibile. Ma una volta giunta sul luogo del ritrovamento, non vidi nulla che assomigliasse al mio cappello. Tornando indietro incrociai l’esercito dei Crew Stewards impegnati in un meeting informale in mezzo al corridoio, con il loro capo R. intento alla perfetta esecuzione di una mossa di break-dance, la testa sulla moquette e i piedi in aria in una posa plastica. Sono loro che si occupano della manutenzione dell’area Crew,  si intrufolano ovunque, nelle cabine, nei corridoi, negli uffici; sanno sempre tutto. R. è amico mio, non abbastanza da informarlo a proposito di D. ma abbastanza da volermi aiutare. Uno dei suoi ragazzi, in effetti, aveva trovato un cappello da cowboy nella spazzatura (per fortuna tra la carta e il legno). Ritenendolo troppo bello per venir sminuzzato dal tritarifiuti e divenire cibo per pesci, l’aveva raccolto dal bidone e appoggiato sulla famosa cassa di legno, affianco agli armadietti, proprio dove A. mi disse di averlo visto. Mi accompagnò nuovamente sul posto, ma il cappello, come già avevo notato, era nuovamente sparito.
Questa, finora, è la storia del cappello scomparso, che sta passando di mano in mano per tutta la nave e forse potrebbe raccontare questa storia da un altro punto di vista. Chissà se tornerà mai in possesso della sua legittima proprietaria?

mercoledì 5 settembre 2012

centoundicesimo giorno di imbarco - Goodbye Bergen

Ufficio Picasso
 Tranquilli: ho avuto la meglio sulla tempesta. Altro che Conrad. Non siamo nell’Oceano Indiano, non siamo su una bagnarola che trasporta centinaia di clandestini cinesi, non siamo nell’800, ma anche noi abbiamo avuto il nostro Tifone – o quasi – e ci stiamo preparando ad affrontarne un altro! Anche stanotte, infatti, si prevede un bel charleston marinaro. Posso dire con una punta di orgoglio che non soffro particolarmente il mal di mare – almeno da questo punto di vista posso guardare da pari a pari i miei amici di macchina, i plumbers, i firemen e quei pochi ufficiali con cui parlo volentieri. Più che altro, il mare grosso mi fa dormire, muovendo la nave come se fosse la culla di un bambino.

Qui potete avere un'idea di come fosse conciato il mio ufficio stamattina (in foto e video). Le stampanti e le risme di carta bloccavano la porta dall’interno, tanto che per entrare ho dovuto puntellarmi con i piedi sul muro del corridoio su cui da il mio bunker, e spingere con la schiena. Poi ho passato un’ora a rimettere tutto a posto.

A parte questo, ho dimenticato di raccontarvi due piccoli aggiornamenti sulla vita di bordo.
Primo, molto importante, ho ricevuto un nuovo bigliettino dal mio engine dpt, dice “Ogni giorno sei sempre più bella – engine dpt

Secondo, la mia cabin-mate sta facendo il turno di notte, quindi da un paio di settimane ho la cabina tutta per me dalle 10 di sera alle 8 del mattino. È molto piacevole, ma c’è un prezzo da pagare. Durante tutto il giorno lei dorme. Inoltre l’altra notte si è dimenticata il cellulare in cabina, con la sveglia puntata alle 5.30 del mattino. Mi sono alzata, sono scesa dal trampolo che costituisce il mio giaciglio, ho spento il cellulare, sono tornata a letto a fissare il soffitto per un’ora, dopodiché mi sono vestita e sono andata a fare colazione, incazzata come un’ape. Alle 7 e mezza sono uscita sul ponte aperto per fumarmi una sigaretta e cercare di farmi contagiare dalla pace dei fiordi, e cosa mi becco? La manovra di attracco. Lorenzo, ufficiale deputato a questo compito, se ne sta di vedetta su una terrazzina di prua, tutto imbacuccato contro il freddo del mattino norvegese, con la radio in mano, vigile come una mangusta osservando da tutte le parti e gridando ordini a destra e a manca. Dal ponte di prua e di poppa vengono lanciati a terra dei cavi che servono a trainare a riva le cime – grosse come piccoli tronchi e probabilmente più pesanti, impregnate come sono d’acqua, infatti ci vogliono 5 uomini per trasportarle e legarle a grossi perni incassati nel terreno. Tutto questo mentre la nave è ancora in movimento, lievissimo, con i motori che danno scosse delicate ma continue per aggiustare la rotta e avvicinare il mostro galleggiante alla bachina quanto più possibile. L’inerzia è una brutta bestia, e si sa; la forza più infida nel gioco dell’universo. Ma non avevo mai concretamente riflettuto su quanto sia difficile fermare un colosso come la nave su cui mi trovo ora. Farla partire, certo, richiederà un gran dispendio di energia; ma fermarla, è ancora più difficile, perchè la manovra dev’essere precisissima, nonostante il vento, le onde e i kraken. Un colpetto indietro, un colpetto in avanti. Uno a destra – no, troppo, uno a sinistra, un altro indietro. E così via per diversi minuti. Intanto gli uomini a terra stanno issando le cime. Una volta assicurate, i marinai di bordo iniziano a tirarle sempre di più fino a che sono tese al massimo delle loro possibilità, e mano a mano che vengono tese rilasciano una pioggia scrosciante, come un asciugamano strizzato. Alla fine la nave è più o meno ferma e più o meno saldamente ancorata a riva grazie alla rete di cime. Si può montare la passerella che copre la breve distanza che ancora la separa da terra: non più di 3 metri, che ho percorso centinaia di volte senza pensare a tutto il lavoro significano.



martedì 4 settembre 2012

centodecimo giorno di imbarco, at sea


Mare grosso. Dagli oblò si vedono onde alte anche 10 metri o più, ma lo spettacolo a cui assisto all’interno della nave è altrettanto impressionante. Il mobilio ha preso vita; come in una parodia di un film Disney, armadi e cassetti si aprono secondo la propria volontà, le stampanti camminano, il getto della doccia sceglie tutti i percorsi possibili tranne quello che lo porterebbe alla mia pelle, assecondando l’inclinazione dell’orizzonte (o della nave, a seconda dei punti di vista); crewmembers e passeggeri girano come ubriachi nei saloni semideserti, camminando storti come alberi cresciuti sulle pendici di una montagna troppo ripida, o cozzando ora contro un muro, ora contro l’altro. Tutto risuona: le pareti scricchiolano; gli ometti appendiabiti dentro il guardaroba tintinnano l’uno contro l’altro; piatti e bicchieri continuano a cadere con un gran fracasso, in armonia con tutto ciò che non è saldamente fissato alle pareti. La nave stessa sembra mugghiare come una bestia. In questo bizzarro concerto si fa notare il quasi totale silenzio dell’essere umano, impegnato ad aprire la bocca il meno possibile per paura di quello che potrebbe uscirne. La situazione stomacale della crew è talmente disperata che uno di macchina è venuto a chiedermi se, per caso, non avessi delle pillole contro il mal di mare: non so cosa sia più utile a rendere l’idea della situazione, se il fatto che un marinaio mi chieda delle pillole contro il mal di mare, o il fatto che in infermeria le abbiano finite!

A causa del maltempo abbiamo dovuto saltare la sosta di oggi. Geiranger: un posto che con la sua gente, l’ambiente naturale e il bar più carino d’Europa, mi ha fatto seriamente prendere in considerazione l’idea di sbarcare e finire la stagione in questa landa sperduta della Norvegia. Un luogo che passa dai 250 abitanti d’inverno ai 10 mila d’estate; pieno di giovani che, nonostante l’apparente isolamento, sono intraprendenti, colti, tolleranti, che conoscono e amano il posto che l’universo ha assegnato loro, e non hanno nessuna voglia di andasene a vivere da un’altra parte. Geiranger è rapidamente diventato uno dei miei luoghi preferiti. Mi incuriosisce profondamente perché è diverso da qualunque cosa il mio paese abbia da offrirmi e soprattutto perché ospita elementi che non pensavo potessero trovarsi insieme nello stesso posto.
Questa è la mia ultima settimana in Norvegia, e oggi ero pronta all’addio; invece non ho potuto salutare né la città né le mie amiche che ci vivono e gestiscono il famoso bar.
Vorrà dire che dovrò tornare.

venerdì 31 agosto 2012

centoseiesimo giorno di imbarco, at sea

"The Golden Prison" - "Almeno..."

A volte lavorare qui è veramente difficile. Non per il lavoro in sè, ma per le condizioni in cui viene svolto. Ogni giorno stampiamo il programma di navigazione (un quotidiano di 4 pagine che contiene tutte le informazioni relative al giorno successivo) per 2900 persone, il 8 lingue; io personalmente mi occupo di 6 lingue, italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese e tedesco, mentre il russo e il giapponese sono di competenza dei madrelingua – causa di forza maggiore. Non so bene come darvi l’idea della mole di informazioni che vanno raccolte, tradotte ed impaginate ogni giorno. Raccolte le info, faccio la bozza in italiano, che deve passare il controllo del famoso DS e del Cruise Director; una volta finita, preparo le altre lingue, per sottoporle infine al vaglio delle hostess madrelingua. Naturalmente, non tutti i giorni devo fare 6 Today (questo il titolo del quotidiano) da zero; di solito parte delle informazioni è già stata tradotta o addirittura impaginata per la settimana precedente, quindi, quando gli itinerari si ripetono, mi basta prendere il programma della crociera scorsa e aggiornarlo.
Non sarebbe tanto male, se il computer non si bloccasse ogni dieci minuti. A volte, dopo un intero pomeriggio di lavoro, il monitor decide di spegnersi. Ma questo è il meno; credo che l’improvvisa sparizione dal desktop di tutte le icone e di tutte le finestre aperte, compresi i file su cui sto lavorando da ore – spesso tutti e sei contemporaneamente – mi abbia portaro ragionevolmente vicina ad un esaurimento nervoso, le prime due o tre volte che è capitato (dopodiché ho imparato a salvare tutto ogni 3 minuti). Lo stesso si può dire per altri eventi misteriosi legati alle strabilianti performance dei nostri computers: ad esempio, files che non vengono salvati nonostante amorevoli cure e numerosi “salva con nome”. Oltre a questi eventi catastrofici, si verificano continuamente piccoli ma fastidiosissimi intoppi dovuti all’età dei computer o alla qualità dei materiali che usiamo. Ad esempio, il programma di impaginazione ci mette un minuto e mezzo per avviarsi; il computer stesso, almeno 5 minuti per accendersi; se faccio più di 20 o 30 fotocopie in fila, la Ricoh si blocca e bisogna smontarla per togliere i frammenti di carta che rimangono all’interno; usiamo una versione di Word troppo vecchia e 2 volte su 5 non leggiamo i documenti che ci mandano; e via dicendo. Questo per quanto riguarda i materiali.

Poi c’è tutta la parte legata alla stupidità umana e al fatto che in questa compagnia è abbastanza facile fare carriera – sospetto che i migliori, appena trovano una strada che li porti via da qui, la prendano, col risultato che una buona percentuale di graduati è composta da grandi teste di cazzo.
Un grosso problema deriva dal fatto che le procedure lasciano grande spazio all’interpretazione: per citare un vecchio pirata, “il codice è più che altro una traccia”. Genova non desidera o non è in grado di centralizzare il comando, per cui ogni nave è un mondo isolato e funziona in modo diverso dalle altre. La decentralizzazione sarebbe una scelta vincente, se le navi fossero guidate (metaforicamente) da gente in gamba, ma considerando che le decisioni sono in mano alle suddette teste di cazzo, finisce che è persino difficile stabilire cosa è importante e cosa non lo è; finisce per essere tutto di importanza vitale, tutto uno stress, una calamità, tutto questione di vita o di morte, per esempio: il menu riporta mezzopollo alla griglia con insalata, mentre il cuoco servirà mezzopollo alla griglia con insalatina di stagione: “How comes!?!”, come è possibile!?! Bisogna ristampare 2700 copie con la nuova dicitura. L’esercitazione è alle 18.10 invece che, come da programma, “alle 18 circa”: non sia mai. E allora, riaccendi il computer, riavvia il programma, dialoga con la stampante per convincerla a obbedire, riprogramma le impostazioni di stampa che regolarmente vanno perse ogni volta, e via dicendo; tutto per una stronzata, tutto perchè, quando la persona che comanda non ha esperienza, controllo e prospettiva, si fa venire i capelli bianchi per ogni cosa, e li fa venire anche a chi è così sfortunato da lavorare per lui.

Con un armatore così assente, ti rendi conto di quanto tu sia solo. Quello che succede in nave resta sulla nave; o sarebbe meglio dire, di quello che succede in nave, a Genova non importa un fico secco, fino a che i conti tornano. Se manca la carta igienica e il budget del mese è finito, cavoli nostri (sto esagerando; la carta igienica non manca mai, tranne quando l’Omino delle Cabine si dimentica di distribuirla. Ma il discorso vale per altri generi di prima necessità quali, ad esempio, pasta, o limone, o inchiostro, o sigarette, o carta, e via dicendo). Se ho un problema per il quale necessito l’aiuto o la supervisione del mio corporate, affari miei. Gli uffici di Genova non sanno assolutamente niente della vita di bordo - e come potrebbero, quando nemmeno i capi sanno niente della vita del loro equipaggio, visto che conducono una vita separata dalla nostra, in suite con coperte in piuma d’oca, tra frullati di frutta fresca e aragoste al vapore, mentre noi dividiamo un bagno in 4, mangiamo riso bollito tutti i giorni e camminiamo su pavimenti sporchi tirandoci dietro nugoli di polvere vecchi di settimane?
Qui c’è da sbrogliarsela con quello che abbiamo a bordo, che si tratti di un guasto al motore o alla stampante, di un problema al satellite o al consumo di pomodori, come anche di organizzazione e di rapporti interpersonali. Inutile sperare in un aiuto da Genova, e in questa terra di nessuno ciascuno cerca di cavarsela al meglio giocando il proprio vantaggio a discapito degli altri; specialmente i capi dipartimento, cioè la piccola nobiltà, sempre impegnati a lucidare le apparenze e a consolidare il proprio prestigio. Se il ponte B è sporco, fa niente. L’importante è che “di sopra” nessuno se ne accorga. Dire sempre “sì” e poi fare di testa propria. È molto facile: ai capi, come a Genova, non importa nient’altro che ciò che appare ai passeggeri.


lunedì 27 agosto 2012

centoduesimo giorno imbarco, Tallin - antico cantico medievale in onore del Banchetto di Milady


La canzone della tavola imbandita
Del piatto, del coccio, della carne condita
Del boccale e del cucchiaio
Dei ghiotti frutti del granaio
Benvenuti all'Olde Hansa, taverna medievale di Tallin.
Niente da invidiare al Puledro Impennato, anche qui la servono in pinte.
Direttamente in vasi di terracotta.

 Del formaggio e dell’arrosto
Del sugo che cola sul segnaposto
Del burro, del miele, della marmellata
E delle pietanze a cui va accompagnata
Qui potete osservare Milady prima del Banchetto.
Non ci sono foto di Milady dopo il Banchetto,
non avevamo il grandangolo.

 Dei nasi che svaniscono dietro alla pinta
Dei fori ormai inutili della cinta
Del buco ventrale che sempre avanza
Per fare spazio alla dolce pietanza
Che ci importa se fuori imperversa il diluvio? Da bravi viandanti,
ci lasciamo scaldare dallo stufato di maiale e dal dolce alla mela...
e da tante altre leccornie che per ragioni di spazio non riportiamo qui.

Della pancia ormai pesante
Del sonno grasso del viandante
E della consorte del grasso oste
Che grazie al viandante ci paga le imposte.
 
Arrivederci Tallin, grazie per averci accolti, e a presto.



venerdì 24 agosto 2012

novantanovesimo giorno di navigazione - at sea

lettere d'amore ne ho già ricevute, ma mai da un intero dipartimento! grazie engine dpt! vvb!

lunedì 20 agosto 2012

Novantacinquesimo giorno di navigazione, Stavanger


Ormai sapete che, quando dormo, nel mio cervello si sviluppano trame degne del miglior regista che abbia mai imbracciato una videocamera. Nel sogno, tutti i miei sensi sono all’opera: tocco, gusto, annuso persino. Non vi dico che figata quella volta che ho sognato di mangiare il risotto alla milanese!

Stanotte però ha fatto due sogni tra i più strani di sempre. Nel primo, complice un’ambientazione da Signore degli Anelli, si scontravano due tribù di orchi: una, quella dei Buoni, era “vegetariana” cioè non mangiava carne di esseri umani o di altri orchi; l’altra invece era composta da individui sadici e crudeli, che non esitavano a divorarsi l’un l’altro, se la situazione lo permetteva, dediti alla guerra e alla violenza. Anche i buoni erano guerrieri, e durantre il sogno si battevano contro i cattivi al limitare di una foresta. Spade sguainate, scudi frantumati, una battaglia in piena regola.

Il secondo sogno è stato ancora più bizzarro del primo.
Mi trovo nell’androne del palazzo dove abitavo da bambina, un luogo che nei miei ricordi infantili è permeato di quiete, fresco, rumori lontani, penombra, un pizzico di mistero, colori caldi impreziositi dai riflessi dorati, verdi e blu delle decorazioni lucide e dei vetri colorati delle finestre. Appeso al muro davanti a me c’è un grande specchio (che attualmente si trova del bagno di casa mia a Milano, ma che è più vecchio di me e fa parte dell’arredamento da quando sono nata). Accanto allo specchio ci sono i miei genitori. Tutto sembra sospeso nel tempo. Dalle scale guardo verso lo specchio, mentre mia madre lo sta coprendo con un lenzuolo bianchissimo, bagnato, in modo che l’acqua faccia aderire la stoffa al vetro. Tutto qua. Non pensavo e non provavo assolutamente nulla, io che nella vita reale non sono in grado di smettere di pensare nemmeno se ci provo; in quel momento, la mia mente era vuota, bianca come il lenzuolo.

È la prima volta che il cinema della mia mente produce un film di nicchia surrealista...

venerdì 17 agosto 2012

Novantaduesimo giorno di navigazione, at sea


Rieccomi dopo molti giorni di assenza.
Il satellitare fa i capricci e va ad aggiungersi alla lunga lista delle Cose Che Non Funzionano, rendendo l’aggiornamento del blog una materia complicata (erano previste delle immagini per gli ultimi due post, ma la connessione la pensa altrimenti); inoltre me la sto abbastanza spassando, attività che rosicchia quasi tutto il mio tempo libero. Non ci sono grandi novità, dopotutto; il lavoro procede con una monotonia rassicurante che mi lascia il tempo di leggere, pensare, festeggiare e, se avanza qualcosina, dormire un po’! In realtà dormire diventa sempre più difficile mano a mano che festeggio, perché festeggiando stringo legami, legami che poi richiedono tempo per approfondirsi; desidero passare più tempo possibile con le persone che mi piacciono, specialmente considerato che le amicizie, qui, hanno una data di scadenza.

La settimana che si conclude con oggi (qui le settimane iniziano di sabato, che è il giorno di imbarco) non mi ha offerto grandi spunti per un racconto, quindi; solo episodi di vita quotidiana che, come mi sto accorgendo con una punta di preoccupazione, rientrano in quella che per me è diventata la normalità. 3 mesi; è il tempo che ci vuole ad abituarsi a questa vita. Il corpo ha preso i ritmi e si è adattato alla luce, all’aria, all’acqua; le giornate di navigazione non mi pesano più, non sento quasi più l’esigenza intransigente di scendere a terra, come all’inizio, specialmente se approdiamo in porti che ho già visitato 5 o 6 volte – salvo poi percepire un gran senso di sollievo e libertà (illusione!) quando qualcuno dei miei amici mi trascina a terra, strappandomi al mio sonnellino pomeridiano. Comincio a capire cosa volevano dire i miei colleghi quando mi spiegavano che questa vita è assuefacente. Sostengono anche che, nonostante dopo 6 mesi di contratto non vedi l’ora di sbarcare da questa prigione, una volta a terra ti manca. Non so se sarà il mio caso; certo è che la capacità di adattamento che dimostriamo è un aspetto davvero interessante della nostra natura. Io però non sono certa di volermi adattare del tutto alla vita di bordo. Ci sono cose a cui sarebbe meglio non adattarsi; ad esempio, la totale mancanza di rispetto della compagnia, che ci munge come mucche da latte e non ci considera degni nemmeno di un buon pasto. Ma è solo un esempio.

A proposito di pasto.
Dopo le feste, i crewmembers più nottambuli sono soliti concludere la serata con una spedizione ninja in cucina o in panetteria per fare incetta di focaccine. È vietato, naturalmente, ma questo non sembra aver mai preoccupato nessuno. Purtroppo, questa settimana uno dei nostri non è stato abbastanza ninja e si è fatto beccare dallo Chef, il Re del grande Galley Kingdom. Il Re ha riportato la cosa, e siccome tra le fila più umili dello stato maggiore è recentemente è imbarcato un nuovo Cerbero, l’assistente del DS (il Direttore dei Servizi è resposabile food&beverage), lo sfortunato crewmember si beccherà un warning; ma questo è il meno. Temo che in futuro solo i più coraggiosi oseranno avventurarsi nottetempo nel Galley Kingdom, anche se in una provincia sperduta come quella della Panetteria; col risultato che ci sarà meno da mangiare per tutti.

Già prima di imbarcare mi era giunta notizia dello stato di fame perenne della ciurma. Durante il corso al CMA di Genova Pegli, ad esempio, la mia compagna di stanza usava raccontarmi con nostalgia delle lasagne di sua mamma; un collega cantava le lodi della pizza che aveva mangiato l’ultima sera prima di partire, un altro si commuoveva al pensiero del filetto che lo aspettava una volta tornato a casa. Mano a mano che incontravo nuove persone, mi rendevo conto che c’era uno schema in questi episodi. I nuovi imbarchi non parlavano mai di cibo (non sapevano ancora a cosa stavano andando incontro). I naviganti con pochi contratti alle spalle, da uno a 5 anni, parlavano continuamente di cibo. I veterani non ne parlavano quasi più.

Il punto è che i pasti della mensa superano per un soffio la soglia della commestibilità; e cioè che è quasi gradevole ci viene propinato tutti i giorni, un pasto dopo l’altro, fino a perdere ogni attrattiva.
I crewmembers hanno sempre fame. I commensali – specialmente gli italiani – ricordano con rimpianto la cucina casalinga come dannati in un girone dantesco. Rubare cibo dal Kingdom è quasi una forma di ribellione, quel briciolo di ribellione travestito da bravata di cui ancora sono capaci coloro che si sono abituati.

lunedì 13 agosto 2012

Ottantottesimo giorno di navigazione, Tallin - Cantico Semiserio In Onore Dell'antica Pratica della Fermentazione Di Bevande Alcoliche A Base Di Cereali


Jacopo, Eva e Irene
Per alleviar le loro pene
Come veri marinai
Nella pinta affogaro lor guai.

Antica birra dal dolce sapore
Dorate di miele trascorron le ore
Nel sole d’estate che non vuole andar via
Risveglia nel cuore la nostalgia
Con la leggerezza di vele al vento
Che porta profumi e dilata il tempo.

Ma è solo illusione e il tempo vola
Al mare volgere ancora la prora
Verso l’altissimo mar che inghiotte
Il cuore, il tempo, il sole e la botte.

Levare l’àncora, prender la via;
è il nostro destino, la nostra ora.

Orsù miei prodi, non disperate!
Un altro porto d’ore dorate
Aspetta a levante le nostre grida
Di sbronza, di gioia, di vera vita.

lunedì 6 agosto 2012

Ottantunesimo giorno di navigazione, Geiranger

 
Amo la Norvegia. D’estate s’intende – se ‘estate’ si può chiamare.

Per quanto mi sconvolga che l’uomo abbia potuto colonizzare luoghi così freddi e inospitali, contro ogni logica previsione (estinzione, suicidio di massa, epidemia di orsi polari e via dicendo) il risultato è ottimo. La gente è allegra e ospitale, l’architettura è piacevole e rispettosa dei luoghi e delle persone, le città sono pulite, ordinate, curatissime, il Paese prospera. Si respira un’aria di grande rilassatezza che contagia anche noi marinai, spossati dai ritmi di bordo, se riusciamo a resistere alla tentazione di fiondarci nel primo internet point disponibile (per me è facile, visto che ho un 'portatile per modo di dire').

Oggi mi sono fermata a leggere appollaiata sul tronco di un albero in riva ad un lago; poi, quando si è messo a piovere, ho proseguito in un piccolo caffé del centro (come se esistesse una periferia...).
Mentre guardavo fuori dalle vetrate, con una tazza di cioccolata tra le mani, consideravo che per essere reduce di un birthday party a base di tequila sale e limone, con successiva sveglia alle 7:30 e mattinata di lavoro come d’abitudine, non me la stavo cavando troppo male. E allora un pensiero mi ha attraversato la mente: non capita a tutti di bersi una tazza di cioccolata in Norvegia durante la pausa pranzo, per essere il giorno dopo a Copenhagen, Soccolma o Sanpietroburgo...


sabato 4 agosto 2012

Settantanovesimo giorno di navigazione, Copenhagen


Oh, Copenhagen. È sempre questa città che mi accoglie e mi consola nei momenti più duri del mio viaggio.

Oggi è sbarcato Mau. Anche se la vita quotidiana non cambierà di molto – in termini quantitativi, almeno, visto che in media passavamo insieme 15 minuti al giorno – tutto è diverso. 

In nave è difficile entrare veramente in confidenza con qualcuno; è difficile avere il tempo per conoscersi reciprocamente e fondare un rapporto un po’ più profondo della semplice simpatia. Ci capita di condividere con compagni occasionali momenti di grande allegria, grande intensità, in cui convogliamo bulimicamente il nostro bisogno di amicizia, con risultati esplosivi; ma il momento passa, una, due ore al massimo, la sera, dopo che tutte le attività sono finite, una chitarra, un pacchetto di sigarette, una birra strappati al sonno; una notte gogliardica; momenti che sono tanto più preziosi quanto sfuggenti. Il tempo, sempre il solito tiranno, ci riporta via reclamando lavoro – tanto – e riposo – appena sufficiente per alzarsi al mattino. Così si intrecciano rapporti che potrebbero anche sfociare in belle amicizie, ma che rimangono embrionali, fatte alcune poche – ma importantissime – eccezioni. Mau è una di quelle eccezioni, la prima, quella che mi ha accolta quando sono arrivata. La sua presenza sulla nave, anche se in differenti faccende affaccendata, anche in quei giorni in cui non ci si incrociava che per un saluto sulle scale, sempre di corsa naturalmente, modificava in qualche modo misterioso la natura stessa di questo mostro di ferro, rendendolo più amichevole ed ospitale.

Tra le menzionate eccezioni, Mau è il primo a sbarcare; a ruota seguiranno le altre, anche se per fortuna manca ancora un po’ di tempo. Ma alla fine, come un Highlander, ne rimarrà solo uno, io! Sarò l’ultima del mio gruppo a lasciare la nave.

Queste riflessioni mi hanno accompagnata per tutto il giorno. Ormai il mio amico dovrebbe essere arrivato a casa, e ora starà cenando con la sua famiglia, oppure avrà fatto una scappata al solito pub e starà brindando smoderatamente al suo ritorno, giocandosi la paga in bacco, donne* e gioco d’azzardo come i veri lupi di mare.



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* scherzo Valeeeeee!

sabato 28 luglio 2012

Settantaduesimo giorno di navigazione, Copenhagen


Sono giorni di calma al lavoro. Non mi fido: si sa che la calma prelude alla tempesta, e a maggior ragione, qui, mi trovo nella circostanza di dover prestare particolare attenzione alle condizioni atmosferiche.
Tuttavia vorrei approfittarne per parlare di un argomento su cui non so prendere una posizione.

Vivo su una Babele galleggiante in cui si parlano, se non tutte, una buona parte delle lingue del mondo. Dalla Siberia al Sudamerica, dal Canada all’Australia, con tutto ciò che il Planisfero pone in mezzo: sono poche le etnie prive di rappresentanza. E, com’è inutile precisare, ciascuno di noi si porta dietro un bagaglio di modi di fare e stili di vita personali, famigliari, nazionali e storici.
È naturale che questo dia luogo a delle frizioni. Già tra fratelli o tra vicini di casa possono esserci differenze inconciliabili, per non parlare di quelle che ci sono tra individui di città diverse, mettiamo Milano e Napoli (due a caso). Tra me e un francese corre un mondo (paradossalmente posso essere più simile a un rumeno, che pure vive più lontano); tra me e un sudamericano una galassia; tra me e un russo c’è la distanza di un intero universo. Ma anche questa distanza è un granello di sabbia, se confrontata con quella che mi separa da un filippino, da un indiano, da un cinese.

Fatevelo dire da una che fa amicizia anche coi muri: capirsi è praticamente impossibile. Non solo per via della lingua (si parla tutti inglese, chi più, chi meno, chi molto meno), ma soprattutto per via del gap culturale (ricordate l’episodio dei cinesi e della porta?).

Già una banale conversazione da sigaretta pone i primi problemi. Ad esempio, gli indiani non parlano, sussurrano: personalmente mi manda in bestia, mi costringe a ripetere in continuazione “Come? Cosa? Once again please?” e ad avvicinarmi al mio interlocutore in un modo che potrebbe urtare la difesa dello spazio personale, sia mio sia suo (tasto dolente nello scontro tra culture). Esasperata, a volte decido di lasciar perdere e annuire con un sorriso senza aver sentito nulla; fortuna che i discorsi di bordo sono sempre abbastanza semplici, famiglia, di solito, lavoro (“quanti contratti hai fatto/farai” o la declinazione “quanti mesi hai a bordo/ti mancano”), progetti di vita – aprire un negozio o un fast food o un pub – oppure il gallo da combattimento che Ronald (filippino) tiene in cortile: basta cogliere alcuni dettagli chiave e il gioco è fatto. D’altra parte gli italiani (io, per esempio) gesticolano a tal punto che, agli occhi degli Altri, sembra non siano in grado di esprimere un concetto con il solo uso del logos, ma abbiano bisogno dei gesti come le scimmie.

Proprio il gallo da combattimento di Ronald ha fornito lo spunto per uno studio antropologico interessante. Io ho sgranato gli occhi quando me l’ha raccontato: e molti occidentali (soprattutto occidentali femmine) hanno puntualizzato che dalle nostre parti è illegale, oltre che, dettagli, lesivo dei diritti animali. È una pratica barbara e crudele. Dio ha creato i galli perché li mangiassimo, non perché li facessimo combattere fino alla morte come gladiatori. Lo sappiamo fin da bambini, perché il WWF, Greenpeace, la LIPU, la LAV, eccetera, venivano in classe e ci spiegavano che nel rossetto c’è l’olio di capodoglio (e quegli stronzi di giapponesi, che praticano la caccia alla balena!), che la Cina, dove è prodotto il 90% del tuo parco giocattoli, non ha firmato il protocollo di Kyoto, e che se fai combattere i galli, insomma, sei una brutta persona. Lo sappiamo da così tanto tempo che ci sembra una legge umana e naturale.
Ronald invece si considera tutto sommato un brav’uomo, e nel suo paese il dubbio sull’eticità del combattimento dei galli non se lo pone nessuno.

Un’altro esempio. Tra gli indonesiani è abitudine comune fare un piccolo inchino con la testa quando passa qualcuno di Noi. Ci chiamano “Madam” e “Sir”: Yes Madam, Goodmorning Madam, I apologize Madam... per rendervi l’idea, non è che si rivolgano a un’anziana e distinta signora imbellettata, o al Comandante; si rivolgono a me, la mattina alle 7 quando rotolo giù dal letto coi segni del cuscino in faccia e la voce impastata, o al Mario Rossi di turno ubriaco fradicio che balla accanto a loro al crew party. Molti di Noi hanno (ri)cominciato a pensare che il legittimo ruolo degli indonesiani sia quello che loro stessi, apparentemente, si assumono: servitù, e per questo motivo la maggior parte di loro lavora nelle pulizie o nel servizio in cabina.
È molto interessante e osservare il distacco tra questo (apparente?) servilismo e l’orgoglio nazionale di questi miei colleghi, i cui paesi di origine, magari, hanno affrontato nel passato recente guerre di indipendenza che hanno lasciato un vivo sentimento di solidarietà interna, di cui Noi (chi più, chi meno) abbiamo appena un vago ricordo. Tutte le nazionalità esotiche festeggiano questa o quell’altra festa con bagordi o addirittura spettacoli teatrali a tema; gli europei no.

Non basta. Come forse vi ho già raccontato, esclusi gli ufficiali il personale si divide in staff e crew. Gli staff sono prevalentemente europei o occidentali in generale, ricoprono ruoli di maggior prestigio (prestigio comunque molto discutibile) e hanno alcuni privilegi. I crew sono tutti extraeuropei, hanno mansioni più umili, come cleaner, cabin stewards, lavapiatti eccetera, hanno diverse restrizioni (ad esempio non possono andare nei saloni), vengono pagati in dollari invece che in euro. Staff e crew mangiano in due mense separate e hanno due cucine separate: gli staff, se vogliono, possono mangiare nella mensa dei crew, ma non viceversa.
Sebbene questa ghettizzazione dei crew in stile apartheid sia un richiamo all’insurrezione internazionalista, non è questo il peggio. Il peggio è che, dopo alcune settimane, un membro dello staff mediamente tollerante e ben educato ringrazia l’azienda di non dover mangiare accanto a quelli che ha imparato a chiamare “mambrucchi” (dal dizionario di bordo, “gente colorata”, non in quanto colorata ma in quanto portatrice di abitudini intollerabili). Che si mettono le dita nel naso, che non si lavano, che non usano la cartaigienica, e così via. In effetti, ora che me lo fai notare, molti di loro si mettono le dita nel naso, hanno un rapporto cordialmente distaccato con il sapone, mettono il cibo in bocca con le mani, si grattano il sedere prima di riempirti la ciotola. Quando la mensa dei crew chiude, è impossibile sedersi senza impiastricciarsi la divisa di succo di mela, o fare un passo senza spiaccicare una polpetta di riso. Sulla carta igienica non so, non ho informazioni di prima mano.

A sua volta, la ghettizzazione produce una distanza che pone i crew in posizione di difesa: si sentono sfruttati, oppressi, sottopagati (piccola digressione. Io sono pagata 6 euro lordi all’ora. Un onduregno che ricoprisse il mio ruolo verrebbe pagato, nella migliore delle ipotesi, 6 dollari all’ora. La maggior parte dei crew lavora per meno di 800 euro al mese, con un orario che, come il mio, oscilla tra le 8 e le 15 ore al giorno. Il paradosso è che, nonostante il taiwanese prenda la metà del mio stipendio e si senta sottopagato, ci mantiene una famiglia da 6 persone e si compra 2 ville in 5 anni. Io...beh.). Negli ultimi anni la compagnia ha assunto sempre più personale extraeuropeo, per risparmiare, e ormai gli italiani sono davvero pochi. Filippini, indonesiani e indiani vanno per la maggiore, seguiti dai sudamericani (questo discorso non vale per i brasiliani, che per certi versi sono più simili a Noi) e qualche cinese. Siccome tutto il mondo è paese (contrariamente a quello che argomenta questo post), queste etnie sviluppano forme di razzismo più o meno esplicite nei confronti degli italiani: è evidente soprattutto in cucina. I vertici della main galley sono un tedesco, un filippino e un cinese. La manodopera è prevalentemente indiana. I pochi italiani che ci sono vengono costantemente insultati e mobbizzati (ad esempio Nico, posizione 2nd chef, mi ha raccontato che gli rubano l’olio, le padelle, gli spengono la friggitrice e cose del genere, e inoltre gli tocca lavorare tutto il giorno con un coretto di sottofondo che esplora tutte le possibili declinazioni di “Italiani di Merda”) e diventano ancora più razzisti, chi sinceramente depresso, chi aggrappandosi alla pia illusione di dover essere trattato meglio perché “in fin dei conti siamo su suolo italiano e questi sono a casa mia”, chi travolto da una cieca rabbia xenofoba. Quello che vi ho raccontato per la cucina vale in tutti i dipartimenti: è un gatto che si morde la coda.

Insomma, discriminare il prossimo per via di una banalità come il colore della pelle o la forma del naso è da sempliciotti ignoranti. Molto più raffinato, invece, è discriminarlo perché le sue abitudini ti urtano il sistema nervoso.

Personalmente, vado d’accordo con tutte le etnie, in particolar modo con i filippini, che mi hanno presa in simpatia sia perché assomiglio ad un personaggio della tv filippina, tale Pia Magalona, sia perché nonostante la mia posizione tratto tutti allo stesso modo (per la verità non sapevo neanche di averla, una posizione. Mi sento maltrattata come tutti gli altri). Per ora, a parte frizioni con i ritmi di lavoro sudamericani e un iniziale scontro con i modi duri di Grande Madre Rusia (risolto in una bella amicizia), non ho avuto problemi con le diverse nazionalità (e bisogna stare attenti a non imputare ad un’intera etnia i difetti di un individuo in carne ed ossa).
Ma ho smesso di mangiare in crew mess...

lunedì 23 luglio 2012

Sessantaquattresimogiorno di navigazione, Oslo

 Il porto di Oslo è una grande baia che si infila nel cuore della città, o forse è meglio dire che la città è stata costruita lungo la baia, nei secoli, fino a coprirla tutta. Guardando il porto dal mare aperto, il tempo scorre virtualmente da dritta a sinistra. Sul lato destro, una collina a strapiombo sul mare dove sorge un’antica cittadella con il suo castello – più una fortezza che un castello vero e proprio – circondati da un parco verdissimo. Al vertice della curva c’e il municipio e, procedendo verso sinistra, le costruzioni si fanno sempre più moderne fino ad arrivare a grattacieli di vetro e acciaio che brillano al sole – credo, il sole in norvegia non l’ho mai visto – e in cui si riflettono il mare e il cielo.
 Oggi ho fatto un giro nella cittadella. È bellissima. Il parco inizia ai piedi della collina, circondato da una muraglia di tutto rispetto, posti di vedetta (tuttora in uso, abbiamo assistito al cambio della guardia), torri, camminamenti, passaggi e via dicendo. È verdissimo. La terra è soffice e l’erba è fresca. Gli occhi riposano. Mi rendo conto che sembra la descrizione della gita domenicale in un tema di seconda elementare, ma dovete capire che io vivo in una casa di ferro dove tutto è artificiale, l’aria, l’acqua, la luce, tutto. La sensazione semplice e genuina di un prato o di un albero, a confronto con l’ambiente inospitale della nave, supera di gran lunga la mia abilità retorica.
 Poi, la vista che si gode dalla cima della collina è mozzafiato. Non solo per lo spettacolo naturale, che, pure, ha tutte le carte in regola;  la cosa più curiosa è la sensazione di trovarsi nel medioevo e di osservare il ventunesimo secolo che accade sulla sponda opposta della baia. È come se le due sponde si trovassero in due epoche diverse, e dall’una fosse possibile scorgere l’altra.

Eva ed io coroniamo la passeggiata con una birra norvegese consacrata al dio norreno del mare – perdonatemi, non ne ricordo il nome – che, apparentemente, oltre a fare il bello e il cattivo tempo faceva anche la birra.


p.s. c’è mare grosso, il ponte di comando ha mandato un ordine a tutti i reparti di assicurare con delle cime tutto il materiale che potrebbe cadere o rovesciarsi e fare male a qualcuno. La nave beccheggia, scricchiola e muggisce come un grosso animale, con le paratie che si contraggono e si deformano – anche se impercettibilmente, se non fosse per il rumore – a causa della pressione. Superato il problema del mal di mare (ormai, quasi non mi accorgo neanche più che ci stiamo muovendo), in questi casi la nave agisce come una culla e mi fa venire un gran sonno.









sabato 21 luglio 2012

lunedì 16 luglio 2012

Cinquattottesimo giorno di navigazione, Flåm.


Ho ricevuto un sacco di risposte all’enigma dei Fachiri di Copenhagen: mi avete mandato spiegazioni, video, foto, racconti di “ah sì, li ho visti anche a Barcellona”, hanno riscosso un grande successo. Ricordo di aver scritto “vorrei tanto sapere come fanno”, e voi mi avete risposto! Vi ringrazio.

Ma devo confessarvi una cosa. Il sospetto che ci fosse il trucco non mi ha nemmeno sfiorato. Sono fermamente convinta che il Fachiro Numero 2 stia effettivamente levitando sul Fachiro Numero 1, e non sento alcun bisogno di andare a cercare su youtube una spiegazione diversa. Proprio grazie alle vostre risposte, mi sono resa conto che io credevo di voler soddisfare la mia curiosità; invece, desidero soltanto la conferma alla risposta che preferisco. Per me non è di alcun interesse sapere che i due tizi sono appesi con dei cavi ultrasottili ai tralicci dell’elettricità, o che sono sostenuti da una struttura di ferro, o che quello sopra in realtà è un pupazzo, o altro.  

Buffo. Vi chiedo scusa se siete andati a cercare delle risposte che io non leggerò, ma vorrei comunque rassicurarvi perché grazie alla vostra iniziativa ho scoperto una cosa molto più interessante dell’enigma dei Fachiri di Copenhagen.

Nel frattempo, oggi ho strappato un’ora d’estate con Valeria, Alessia, Jacopo, Elisa e Valentina, come in figura. Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh...

P.s. sulle politiche aziendali. Sapete che non si può scrivere sul menu “pasta alla puttanesca”? Me l’hanno fatto cambiare in “pasta alla bella donna” (il che è discutibile). In compenso, stasera c’è la Sexy Night, domani sera l’elezione di Miss Costa Luminosa con balletti e strusciamenti vari, persino l’animazione teenager prevede attività da veline e tronisti.

domenica 15 luglio 2012

Cinquantaseiesimo giorno di navigazione, Magic happens in Copenhagen


Siamo a Copenhagen tutti i sabati fino alla fine dei giorni (cioè fino a settembre), eppure non credo che mi annoierò di questa città. Fin dalla mia prima visita (quella in cui mi sono persa!) mi è sembrato che, nonostante la lingua aliena, mi calzasse a pennello. Ci sono quei luoghi che, senza un motivo preciso, risultano istintivamente familiari: e così mi succede con Copenhagen, devo averci vissuto in una delle mie vite passate.
Ogni volta che ci vengo succede qualcosa di bello. Oggi, tra incontri e incantesimi, ha spazzato via in poche ore una settimana da manicomio. Come sempre mi prendo il mio bel trenino che collega la città col porto, scelgo una fermata della metro e faccio un giretto per le vie. Mi concedo un po’ di shopping (surrogato delle coccole, vero P?) e un hot dog in un tipico chioschetto di hot dog danesi, con le cipolle croccanti, cetriolini e salsine varie. Compro anche una bibita a caso, tanto non capisco gli ingredienti: è disgustosa.

Mi imbatto in un sit-in di are krishna che suonano e cantano e offrono cibo gratis ai passanti. Non ho osato (non vorrei contenesse ananas, non sono abbastanza curiosa da rischiare uno shock anafilattico mentre sono in giro da sola per le strade d’Europa). Sigarettina seduta su un muretto al sole timido di Danimarca. Altro giretto: incontro i due tizi in figura, non sto neanche a dirvi quanto avrei voluto sapere come accidenti fanno. Sono rimasta a guardarli mezzora, ho anche messo gli occhiali: vi assicuro che non c’erano cavi, impalcature, niente. Faccio per tornare sui miei passi quando mi ferma un conducente di risciò. Accetto il passaggio e per 300 corone mi scarrozza un’oretta in giro per la città, mi porta al palazzo reale (la bandiera è issata, vuol dire che qualcuno della famiglia reale è in casa), al porto cittadino, un parco, altro giretto, un altro grande parco dove c’è la famosa Sirenetta, fino al grande porto (Norrhavn) dove è ormeggiata la mia prigione dorata. Il tutto corredato da chiacchere, mandorle al caramello tostate al momento da una vecchina nel parco, e bibita al caffè “perchè sei italiana”. Mi racconta che un tempo con questo lavoro si guadagnava un sacco: scarrozzava turisti tutta l’estate e guadagnava abbastanza per sopravvivere durante il lungo e buio inverno, finché l’apertura delle frontiere ha complicato le cose, portando gente da tutto il mondo, soprattutto dall’Europa dell’est e dall’India, che lavora per la metà del compenso. Ora non riesce più a trovare tanti clienti, e gli tocca lavorare anche d’inverno, mannaggia; ma non fa certo il tassiciclista nel vento del nord: quando non può pedalare, fa il terapista. Che tipo di terapista? Sei uno strizzacervelli? No, una specie di terapista che cura il corpo e lo spirito insieme, massaggi, terapia verbale, una cosa del genere.

Insomma, Copenhagen riserva sempre qualche sorpresa.
Per il resto le cose vanno abbastanza meglio, cerco di non stressarmi troppo, lavoro un sacco, c’è stata qualche seria frizione con uno dei miei capi, ho avuto aiuto da luoghi inaspettati proprio quando mi serviva, ho bevuto e conversato di filosofia e politica in compagnia dei plumbers (gli idraulici di bordo, uno squadrone di maschiacci con le braccia tatuate a suon di “rosy ti amo”, “mary ti stimo”), tutto regolare.

martedì 10 luglio 2012

Cinquantunesimo giorno di navigazione, San Pietroburgo

Oggi niente post, solo questo schizzo di San Pietroburgo che ho fatto la scorsa volta che sono stata qui (oggi non ho fatto in tempo a scendere a terra). Il fiume è navigato da moltissimi grossi velieri, davvero suggestivi. Il disegno mostra come gli alberi siano parecchio più alti dei ponti, e mi chiedevo cosa ci facessero così tanti vascelli in acqua, se non potevano andare da nessuna parte. Oggi la mia amica Olga mi ha rivelato la risposta. Sono tutti ponti levatoi, e di notte si alzano, rendendo il fiume navigabile e tagliando a metà la città: dopo una certa ora non si può più andare da una parte all'altra. E'ancora più strano di un fiume non navigabile, bisognerà approfondire.
La filosofia è così: ogni risposta reca seco una nuova domanda.


(p.s. Oggi va un pochino meglio e sono riuscita a prendermi una pausa. Ho dormito un'oretta al Crew Beach, nome pretenzioso per una terrazzina con un paio di sdraio in prua alla nave. Un'oretta. Ovviamente mi sono scottata. In Russia. Persino le infermiere mi ridono dietro.)

lunedì 9 luglio 2012

Cinquantesimo giorno di navigazione, Hell-sink-i, ovvero, un inferno in procinto di affondare


E mai nome di città fu incipit più adatto.
Negli ultimi quattro giorni ho passato alcune delle ore peggiori della mia vita, diciamo nella top 20 dei momenti da dimenticare (in realtà qui non si butta mai nulla, è solo un modo di dire).

Dovete sapere che i passeggeri danno un voto a tutti i servizi alla fine di ogni crociera. Il rating (cioè le valutazioni) della Luminosa sono ai minimi storici; soprattutto per quanto riguarda le vendite – in pratica non entrano soldi. Ragione per cui Genova si è incazzata e ci ha mandato a bordo i corporate (dal dizionario di bordo, un corporate è il responsabile a terra di un dipartimento. Si occupa di tutti gli aspetti organizzativi, delle procedure, dei problemi che possono sorgere in ambito lavorativo. È una specie di ministro con portafoglio e può anche deliberare assunzioni e licenziamenti. I corporate sono più potenti dell’Hotel Director e, sotto certi versi, persino del comandante), dicevo, Genova ci ha mandato a bordo i corporate di ogni dipartimento. Tutti i manager sono sotto esame, e qualche testa dovrà saltare. Indovinate un po’ chi ne fa le spese? Perchè, se un capo intelligente cerca di sfruttare i propri schiavi in modo intelligente (magari puntando alla qualità), un capo stupido non fa altro che vomitare la propria pressione sui suddetti schiavi, mungendoli fino allo sfinimento come vacche da latte in un allevamento intensivo.

Ho lavorato round the clock (12 ore di fila) per quattro giorni di seguito; ma non solo.
Non essendoci stato il tempo per un vero training, quando siamo di corsa Eva ed io ci dividiamo il lavoro in modo che io faccia solo quello che so già fare (almeno riusciamo a chiudere l’ufficio alle 11 invece che all’una del mattino). Che sarebbe, in pratica, battere a macchina. Taptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptaptap, tutto il giorno, 3 menu per il pranzo e 3 per la cena. Ricevo il menu dai cuochi di mattina, intorno alle 9; lo traduco in 5 lingue e lo metto nel layout; e poi prego. Se sono fortunata, devo solo convocare le hostess (Madre de Dios...) per correggere le traduzioni – ho problemi soprattutto con le declinazioni del tedesco. Se il fato mi è avverso, lo chef tornerà due, tre, anche quattro volte con cambi e aggiornamenti. Ieri mi hanno fatto cambiare le patate prima in fritte, poi in crocchette, poi in brasare, poi in fritte di nuove. E ogni volta io, da brava scimmia ammaestrata, cancella, traduci, copia, incolla, in tutte le lingue. Ma nel frattempo, ecco che sopraggiunge una nuova versione ancora. Così, i cambi si accumulano e si accavallano, e ci scappa l’errore, specialmente dopo svariate ore che sono davanti al pc senza una sosta. E la s t a n c h e z z a. Cronica. Se non fosse che mi mangiano il poco tempo libero che ho, sono quasi contenta quando ho dei tempi morti, in cui mi tocca fermarmi per aspettare i comodi altrui. Stessi almeno salvando dall’estinzione una specie molto rara di balena, contribuendo a trovare la cura contro l’aids o inventando il teletrasporto; ma no, sto cambiando i cavolfiori al vapore in melanzane ripiene. E nemmeno la soddisfazione di mangiarle, visto che la mensa della nave è tra le Setta Cose Più Tristi Dell’Universo Conosciuto. (Prima si mangiava meglio, da un paio di settimane anche questo aspetto è andato degenerando).

Ho così tante lamentele da fare che non comincio nemmeno (ho già cominciato, ma voi non fatemelo notare, per favore...)

Ho una responsabilità enorme, perché sono l’interfaccia che collega gli ospiti con un meccanismo composto da un migliaio di rotelline; ma il meccanismo non funziona, e l’interfaccia ci rimette la faccia, appunto. In più, il direttore dei servizi, non so se più pazzo o più stressato o più stronzo, mette una cura tutta particolare nel tentativo di renderci la vita un inferno, e con discreto successo, bisogna riconoscerlo. Nella fattispecie è lui che ha deciso che è un mio problema se le fotocopiatrici non funzionano. È lui quello che mi sta costringendo a turni massacranti. E non contento, è anche riuscito a dirmi cose tipo “sei una bugiarda”, “no, non ho tempo per un parlarne, sono troppo impegnato” e “non contestare i miei ordini, esegui”.
Tra parentesi, eseguirei, se mi fidassi; ma è la stessa persona che dovrebbe fornire a tutto lo staff il programma della settimana, e non ha detto a nessuno che oggi arrivavamo al porto alle 9 invece che alle 14; la stessa persona che ci fa riscrivere il giornale 4 o 5 volte perché si sbaglia a correggere le schedule dei ristoranti; la stessa che ieri se ne esce con un clamoroso “ma nessuno mi ha detto che stasera era serata di gala” (chi lavora in nave sa che è lui a decidere quando è gala, e che normalmente il secondo giorno di crociera è comunque sempre gala).


Perilresto.
Ho una nuova compañera de quarto. Peruviana, si chiama Bethsy Rojas, che suona un po’ come “pettirosso”. È davvero un uccellino, 22 anni, dolce e ciarliera, mi ha preso per la sua sorella maggiore e se ne arriva a qualsiasi ora attaccando bottone in uno spagnolo a velocità warp. Non mi sembra turbata dal fatto che io lo spagnolo non lo capisca, semplicemente ha deciso che lo imparerò. Anche se a volte è faticoso seguirla, ed è più disordinata di me, mi ci trovo molto bene. Ogni tanto piange, soprattutto di rabbia, e la capisco. Oggi una tour leader le ha detto che era “inutile”. 
Mi ha fatto tenerezza. Probabilmente, durante i miei primi giorni dovevo assomigliarle parecchio, a lei così come a tuttiquelli che arrivano per la prima volta: gli occhi sbarrati, incapaci di stare fermi, col volto distorto dal panico nel rendersi conto che non c’è nessuno che ci guidi e che siamo soli in mezzo all’oceano, senza patria, senza diritti, senza limoni in cambusa.
Grazie a lei mi sono resa conto che non sono più “quella nuova”.

venerdì 6 luglio 2012

quarantasettesimo giorno di navigazione, Stavanger. Post-umi di una brutta giornata.


Ahhhhhhhhhhh.
So che a voi, amanti delle avventure, piace leggere di pirati, arrembaggi e saccheggi, ma, purtroppo, la vita di bordo non è sempre così romantica. Piuttosto, come ha giustamente osservato un amico di penna, abbondano i momenti prosaici, noiosi, stressanti o, a tratti, addirittura insostenibili.
Perciò vi chiedo scusa in anticipo, ma stasera dovrete accontentarvi del post-umo di una brutta giornata.

Abbiamo un po’ di problemi in tipografia. In ordine sparso: io sono nuova e non ho ricevuto un training, non so fare il lavoro; non conosco le procedure, quindi i miei doveri, ma nemmeno i miei diritti (se non quelli generici di lavoratore, che vengono comunque quotidianamente violati); le stampanti non funzionano; non ci sono abbastanza computer per tutti; culture diverse, modi di fare diversi, sotto pressione sono micce che attendono solo un pretesto per essere accese e far esplodere i conflitti (ad esempio, il mio assistente è sudamericano e, pur essendo molto competente, ha questo modo di fare da Posapiano “No hay problema” Rodriguez che a giorni alterni mi fa venire voglia di abbracciarlo o dargli una pacca sulle spalle con un oggetto contundente; proprio come la mia impronta milanese manda lui in bestia); puoi avere degli amici sulla nave, ma quando sei in bratta (dal dizionario di bordo: “bratta” può voler dire sbattimento pesante, fretta, troppa pressione, troppo lavoro, problemi con le attrezzature, i corporate a bordo, qualsiasi tipo di problema lavorativo per cui si rende impossibile essere educati con gli altri perchè ogni parola superflua è uno spreco di energia), dicevo, quando sei in bratta esisti solo tu; e via dicendo.

Molti di questi problemi sono legati al fatto che lavorare con gli altri non è mai semplice. Non è spiacevole, se ho a che fare con persone intelligenti che, come me, cercano di fare bene il proprio lavoro. Non è sempre così. Ad esempio, l’altro ieri ho litigato con l’hostess giapponese. Questa caricatura di essere umano ha avuto il coraggio di farmi aspettare 4 ore una traduzione urgente – 4 ore! Cellulare spento, in cabina non c’è, non si trova da nessuna parte. Ad un certo punto qualcuno mi riferisce che è alla Spa a farsi una sauna (e probabilmente capelli, unghie dei piedi, plastica facciale). Alla fine riesco a chiamarla e a trascinarla in ufficio. In pratica sì, lei la traduzione l’aveva fatta da 3 ore, ma non me l’aveva portata perchè non voleva venire in ufficio, visto che ogni volta che entra c’è qualcuno che le urla addosso (il che è onestamente un’esagerazione, ma comunque, si faccia qualche domanda. Se le danno tutti contro, è solo perché è una rincoglionita). Non so, è come andare dalla maestra a dirle “sì, io i compiti li ho fatti, ma li ho lasciati a casa se no la cartella pesava troppo”. Le rispondo che se ha troppa paura di noi può tranquillamente usare il disco condiviso che collega tutti gli uffici della nave, compreso il suo. Non sapendo come ribadire a questa ovvietà, se ne esce con un “ma tu non mi avevi detto che fosse urgente”.
Ma naturalmente è impossibile, visto che io sono responsabile del suo lavoro e delle scadenze, e conoscendola le avevo chiesto la consegna con largo anticipo. Semplicemente, le ho risposto: “Se stai insinuando che ti stia mentendo, questa conversazione finisce qui. Ma non osare mai più farmi aspettare nemmeno 5 minuti.”
Ringhiavo, ma ero calma. Probabilmente se mi fossi guardata allo specchio avrei visto mia madre, in uno dei suoi momenti di massima efficenza, quando qualche famosa puttanona di cui non facciamo nomi (B.B.B) supera la soglia della decenza. E mentre me ne rendevo conto, l’incazzatura ha lasciato momentaneamente il posto ad una sensazione molto piacevole e rigenerante, quella di avere mia madre al mio fianco, che mi leva un problema dalle spalle. Ad ogni modo, qualcosa nel mio aspetto o nella mia voce deve averla spaventata e non ha più osato rispondermi.

Altre volte si discute perchè la pressione è alta e siamo lasciati soli a noi stessi. L’unica preoccupazione dei nostri capi è darci delle scadenze, senza badare al fatto che non abbiamo gli strumenti per rispettarle. Fosse per loro, potremmo scrivere anche a mano, col sangue, di notte, non importa, basta che consegnamo il materiale all’ora stabilita. Può darsi che sia così in ogni azienda, ma io ci vivo insieme. Immaginate: avere il vostro capo come coinquilino. Oggi ho litigato con uno di loro: non sto a raccontarvi tutta la vicenda perchè sono quasi le 2, ma in poche parole voleva che gli stampassi un documento, immediatly. Per diversi problemi tecnici non era possibile; ho provato a spiegarglielo, ma mi ha detto che non lo riguardava, che era un mio problema e che io dovevo risolverlo. Non so bene come improvvisarmi capotecnico, ma vedrò di rompere definitivamente le macchine, così diventa un suo problema, eccome.