current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

giovedì 5 gennaio 2012

getting ready. a che punto siamo?

- passaporto: check. scambiata per una ricercata internazionale a causa di storia di famiglia: check.
- esami del sangue: check. scambiata per una tossica in disintossicazione dall'infermiera addetta ai prelievi: check.
- rx torace: check. approccio del tecnico - era una donna: probabile.
- fedina penale, pardon, casellario giudiziale: check. riporto letteralmente: "si attesta che nella banca dati del Casellario giudiziale risulta: NULLA". persa nei meandri irrazionali del palazzo di giustizia: check. annotazioni: nel palazzo banche, uffici postali, tabaccai, cartolerie, bar, ristoranti, edicole, negozi di caramelle. potresti non aver mai bisogno di uscire.

nella prossima puntata: scuola di sopravvivenza a torre del greco.



mi imbarco su questa nave. per quello mi servono tutte queste carte.

sabato 31 dicembre 2011

BILANCIO DEL 2011

LEZIONE DELLA SETTIMANA, ovvero,
il bilancio del 2011: "ci sono più cose in cielo e in terra, orazio, di quante ne sogni la tua filosofia".

è stato un anno dal pugno duro.   
per niente gentile, ha demolito molte delle mie certezze, cosicché ora "non so più niente, neanche quel che sapevo a memoria".   
mi ha costretta a spogliarmi e deporre abiti che erano diventati una seconda pelle, lasciandomi con la sensazione di essere nuda - per poi ridere anche di questa illusione.   
mi ha messo davanti al nuovo e all'inaspettato, e, soprattutto, mi ha posto di fronte a vecchi problemi disfandoli e ricomponendoli in modo diverso come se fossero puzzle surrealisti.   
mi ha preso in giro per i miei fragili equilibri, per poi bisbigliarmi all'orecchio con un misto di ironia, pietà e sufficienza che l'equilibrio non esiste e lasciarmi lì, a cavarmela da sola con questa rivelazione sconcertante.    

il bello è sempre difficile e faticoso. un anno che ti coccola non ti insegna nulla, è un anno sprecato.   
il 2011 mi ha ricordato che il valore di una persona sta - anche - nel sapere cosa si vuole essere, ma che gli obbiettivi particolari non sono sempre importanti: lo è, invece, sempre, la strada.   
mi ha tolto dalle spalle vecchi bagagli pesanti e logori - non che si butti via nulla, qui: al massimo si mette in soffitta - e mi ha ri-insegnato a camminare diritta, per vedere altro che non sia il suolo appena sufficiente per il prossimo passo.   
come regalo, mi ha permesso di ascoltare qualcosa di me stessa nelle parole dei miei simili, nascondendo in un semplice - ma non facile - indovinello questo messaggio: che in una canzone, un saggio, un cartellone pubblicitario, nelle confidenze di un amico, è all'opera un pezzo della mia stessa umanità. questa è la mia terra, la mia casa, abitata dai miei fratelli.


aspetta. non è stato il 2011 a fare tutto questo. sono stata io. forse questa è la lezione più grande.
fatti sotto, 2012.



--- disclaimer --- le lezioni non sono PerSempre! usale con cautela e curati di tagliarle e cucirle a tua misura e buttarle quando diventano piccole --- disclaimer ---

martedì 15 marzo 2011

?

"... have no fear for atomic energy, 'cause none of us can stop the time..."

sabato 12 febbraio 2011

once i said
"don't give me songs, give me something to sing about".
years later, i even lack the voice.

mercoledì 12 gennaio 2011

www.oralb.it - Cerchi un regalo innovativo? Scegli uno spazzolino elettrico!

cazzo ma siamo tutti impazziti. chi regalerebbe uno spazzolino da denti? no, peggio: chi diavolo è l'idiota a cui è venuto in mente di farci sopra una pubblicità?

non so voi, ma una cosa che mi manda in bestia è quado le pubblicità mi dicono di affrettarmi. affrettati! affrettatevi! perché questa cosa troppo figa non ce l'avrai mai se non ti affretti! tutti ma proprio tutti tutti la vogliono, devi essere tra i primi o rimarrai senza spazzolino da denti. ma ti è rimasto il cervello nell'affettatrice.

martedì 17 agosto 2010

appunti privati

giorno dopo giorno continuo ad imparare cose nuove. la scoperta più sensazionale dell'ultimo anno è l'umiltà. non mi pare vero quel che si dice: nessuna sottomissione né modestia, la semplicità c'entra come il cacio sul pesce al vapore. e mi immagino cercare di convincere l'agente a non arrestarmi, mentre sono "d'umiltà vestuta".

altri:
fare una scelta vuol dire avere un'alternativa. fare una scelta sbagliata apre nuove possibilità di scelta. non fare nessuna scelta è una scelta. solo quando non esistono possibilità ci è concesso di non fare scelte, ma è una condizione abbastanza triste e anche piuttosto improbabile. è più facile che le alternative siano talmente misere da trasformare la scelta in obbligata.

un particolare tipo di scelta è quella morale. esperimento.
la nostra cavia deve prendere un oggetto tra i molti che si trovano divisi in due scatoloni di fronte a lui. uno scatolone è etichettato "giusto", l'altro è etichettato "sbagliato".
la cavia può: a) non saper leggere/non provare alcun interesse per la situazione; b) essere stata addestrata con vari mezzi (fede, abitudine, tradizione, ecc...)a scegliere uno dei due scatoloni; c)pur riconoscendo il significato delle etichette, non fidarsi, perché l'opacità degli scatoloni le impedisce di riconoscerne il contenuto: quindi guardare bene dentro entrambi e cercare di conoscere gli oggetti con i vari sensi, prima di prenderne uno.
tesi di studio: solo nel caso c) c'è scelta morale, determinata dalla compartecipazione di varie componenti della cavia, che inoltre imparerà come buona parte degli oggetti siano stati ripartiti nei due scatoloni un po' a caso e un po' dall'abitudine.
da approfondire.

tutto passa, di consuma, svanisce in altro; ciò rende gli sforzi dell'uomo efficaci come cercare di trattenere la sabbia stringendo il pugno. "inutile" è la parola che fa eco nei miei pensieri. da quest'angolo sono costretta a notare che gran parte di quello che vedo è completamente privo di senso, e quindi non capisco quale assurda illusione spinga un essere umano a rompere le uova nel paniere di un altro. specie se il paniere è il mio; non chiedo altro che poter mangiare in pace all'ombra di un bell'albero godendomi un bellissimo panorama.

qualcosa che ha ancora senso: la bellezza.

martedì 23 febbraio 2010

lo zen e l'arte di piallare una porta

“E cosa sei, allora?”
Me lo chiede così, Cosa sei, come si chiederebbe se sono vegetariana, o dove ho studiato, o se preferisco il mare o la montagna. Me lo chiede così Luis, mentre allunga una mano verso il bicchiere vuoto e l'altra verso una scura bottiglia senza etichetta di vino rosso, stappata. Il tavolo di legno grezzo porta la testimonianza di innumerevoli conversazioni conviviali, cerchi perfetti o spezzati, che si toccano, che si incrociano, che profumano il tavolo di botte, impronte di spiriti dipartiti, evaporati; una goccia sta già sanguinando dal collo della bottiglia, mi dice che anche questa volta rimarrà un segno, un'altra tacca su quello strambo calendario della vita di Luis.
Cosa sei?, mi chiede.
Un essere umano, sono. Nella fattispecie una donna. Naturalmente questo lo sapeva già (Luis non è tipo da lasciarsi sfuggire certi dettagli), ma non gli basta. A quanto pare, sembra non bastare mai a nessuno. Ma c'è quacosa di nuovo nella domanda di Luis, qualcosa che non c'era nelle domande dei milioni di Nessuno che me l'hanno chiesto, molti dei quali immaginari (nemmeno il mio perverso gigantico Io arriva a pretendere di avere milioni di questori al proprio attivo).
Cosa sei?
Avrebbe potuto chiedermi Cosa fai per vivere?, o forse, cosa fai nella vita?, nel suo caso, essere uno scrittore non ha mai significato fare qualcosa per vivere, piuttosto cacciarsi nelle fauci del leone per vedere se è tanto difficile morire (nel suo caso lo è). Il vivere di per sé non è rilevante, bisogna fare qualcosa di questa vita, modellarla come un blocco di argilla, homo faber, fare di sé un'opera d'arte. Homo sculptor più che faber, che possa guardare occhi negli occhi quel fottuto genio di Buonarroti.
E dai. Ancora con questa storia.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri per trovarmi sempre di fronte allo stesso uomo che mi fa la stessa domanda.

Ho nemmeno 8 anni e i lavori di casa sono un gioco: non rassettare, lavare, fare il bucato...quelle robe lì non mi hanno mai emozionata, non ho mai avuto il Dolce Forno, e se lo avessi avuto l'avrei usato per mettere insieme qualcosa di simile alla versione per bambini di una bomba atomica. Alla fine ho imparato lo stesso a cucinare, metto tutte le mie arti femminili nell'impasto e nel sugo, ma ho imparato per vie traverse: infilare una presa di menta nel sugo della nonna è il mio modo di essere creativa, un modo che produce un ambiguo compiacimento macchiato timore nelle mie cavie.
Comunque, dicevo, ho nemmeno 8 anni e mio padre ha deciso che noi vogliamo ristrutturare il bagno. Un gioco; in realtà preferisco scegliere da me le mie attività ricreative, ma non l'ho ancora capito; ancora, la voce di mio padre è la voce della Verità, e se lui dice che noi vogliamo, di sicuro è quello strano fastidio nelle braccia, come un accenno di noia e impazienza, ad essere in errore.
Quindi sto piallando lo stipite della porta con carta vetrata per toglierne l'orrendo strato di smalto color crema. In realtà era bianco, in principio; ora è ingiallito di tempo, ma noi lo chiamiamo crema, è più chic. Se la borsa di mia nonna può essere vintage, lo stipite della porta può essere crema, e nessuno protesti. Ma adesso lo togliamo. Il problema è che non è d'accordo. Lo smalto, intendo: non è d'accordo a lasciare il legno su cui ha prosperato per tanti anni. Ad ogni passata, ad ogni sfregamento, fa un rumore come un attutito urlo gracchiante; ad ogni incisione della paletta, ne cadono riccioli che precipitano come paracadutisti all'assalto. Insomma: il popolo dello Smalto è così ancorato alle proprie radici, che il mio costruito entusiasmo non regge alla prova e ben presto le mie dita accarezzano svogliate la superficie con la carta vetrata, come se invece della porta levigassero la superficie dei miei pensieri ormai slegati, con movimenti ampi e leggeri. I pensieri di una bambina sono puledri che giocano tra le nuvole, e rompono con gli zoccoli piccoli ciuffi di schiuma vaporosa e di panna montata. Credo ci siano anche degli arcobaleni, qua e la.
Mentre vagheggio ormai appoggiata alla porta, ci pensa mio padre a rimettermi le briglie:
"Stai attenta. Se percorri superficialmente una zona così vasta, certo, lascerai segni su tutta la porta, ma da nessuna parte arriverai a scoprire il cuore del legno. Per liberarlo devi concentrarti su un pezzettino alla volta, passando tutti gli interstizi, tutte le pieghe e le nervature con piccoli movimenti precisi ed energici, che sanno il loro scopo. Non importa quanto sia piccolo il tuo pezzettino; ad una bambina piccola corrisponde un pezzetto piccolo; ma deve essere perfetto, perché quel pezzettino sei tu. (Corollario: un pezzettino tu, un pezzettino io, un pezzettino il prossimo, alla fine la porta sarà perfetta e avrà qualcosa di nuovo, un valore aggiunto, poiché il tutto supera la somma delle parti.)"
È che mio padre ha sempre cercato di insegnarmi lo zen, e lo faceva facendomi levigare le porte.

Cosa sei? Un pezzettino di legno?
Da bambina volevo fare (essere?): la ballerina, l'inventrice della macchina del tempo, batman, l'astronauta, la maga, l'architetto di case per la Barbie, la cacciatrice sioux, la pittrice.
Poi sono cresciuta, e: la psicologa, la scienziata, l'archeologa (come Indiana Jones), il pilota di aerei, l'attrice.
Poi ho continuato a crescere: la scrittrice, la cacciatrice di tesori, il pirata al tempo della Compagnia delle Indie, la professoressa, la giornalista, il fisico teorico, la ricca ereditiera.
Infatti mi sono iscritta a Filosofia e ho passato quasi un decennio a fare tutto e niente, accettando più o meno tutti i lavori che il destino metteva sulla mia strada, prendendo pochissime decisioni, occupandomi più che altro di imparare e sciogliere i nodi dell'essere umano, unica mia grande passione e decisamente meno problematico della dimostrazione del teorema di Fermat. L'incontro con il limite mi portava a cambiare direzione con noncuranza. Non un fiume che scava le terre, quindi, piuttosto una pioggia che le accarezza e che si raccoglie in rigagnoli vivaci ma docili, che ne seguono le asperità senza forzarle. Accettazione.
C'è da dire che a 19 anni ho avuto un incontro scioccante con un sedicente Archetipo che per me si è rivelato più solido di un blocco di pietra da 16 tonnellate. Mi ci sono scontrata alla stessa velocità con cui una macchina in corsa si schianta contro un muro, o, secondo una comune convinzione, alla velocità con cui il corpo di una persona che cade dal quarto piano di un palazzo si schianta al suolo. Uno schianto dura solo un attimo; il rumore che produce dura tanto quanto le onde sonore riescono a propagarsi in cerchi concentrici sempre più rarefatti mano a mano che si allontanano dalla sorgente; anche incontro è una parola che richiama ad una durata temporale limitata, un breve cenno, un saluto, come sta la famiglia?, poi tutti tornano alla loro vita. Ma conseguenze, invece, è una parola eterna. Il sedicente Archetipo è arrivato, ha scambiato il suo posto con quello di mia sorella e non se ne è più andato. Conviverci succhia gran parte delle mie energie, perché diciamolo, non è una persona molto energica, ha continuamente bisogno della vitalità altrui.
L'apprendimento del peso delle conseguenze ha aggravato il mio handicap originario, rendendomi del tutto cieca al dopodomani, o, al massimo, alla settimana prossima. Accettazione passiva del domani perché occuparmi dell'oggi era (è?) tutto quello che riuscivo a fare.
Tutta la mia vita è stata come una cena cinese: innumerevoli abbondanti saporite portate sbocconcellate e poi accantonate per una nuova. Innamoramenti, sentieri imboccati con entusiasmo e poi abbandonati, a cavallo dei puledri imprevedibili dei miei pensieri capricciosi e tormentati. Finisce sempre allo stesso modo: ad un certo punto, mi annoio.
Tutta la mia vita è stata come quel pomeriggio con la porta.

Ho viaggiato più di 10mila kilometri, ma mi trovo ancora davanti a qualcuno che mi chiede quale pezzettino di legno io sia. Sia, non faccia, come mi chiedono i milioni di Nessuno di cui sopra. È proprio da Luis. Per questa sua cattiva abitudine di andare a caccia di malvagi, di mostrarli per quello che sono con gesti eloquenti e inequivocabili, di additarli (non gli importa di essere maleducato); per questa sua dirompente forza che è il contrario di me, un fiume a cui più volte hanno imposto dighe contenitive e che le ha sempre inevitabilmente distrutte apparentemente senza fatica; per aver incontrato l'Archetipo e averlo salutato come un fratello; per tutto questo e altro ancora, Luis non fa delle cose; ogni secondo della vita di Luis è tutto Luis.

“Una volta ho piallato una porta”, gli dico.
Luis fa un mezzo sorriso, non capisce, e come potrebbe: non è nella mia testa (o sì?) e tutta quella tiritera su mio padre e sulla carta vetrata è riuscito a scamparsela, buon per lui.
“Una volta ho piallato una porta, ma immagino che questo non faccia di me un falegname.”

giovedì 10 dicembre 2009

Faccio un'eccezione alla mia regola di andare a letto entro l'una e so che la pagherò domani, lottando per una causa persa; sul tram la pagherò, piantando le unghie nelle mie ore mentre mi vengono strappate come la tela da un sarto negligente.
Faccio un'eccezione per quello che ho visto e sentito.
Una compagnia di pensionati allegri, divertiti dalla serata, con il piede operato che non fa poi tanto male stasera, l'inverno che è più mite stasera, i capelli che non sono grigi ma d'argento, il cappello nuovo come nei ruggenti '20, parlare di un vecchio lavoro, della pensione, di cose perdute da talmente tanto tempo che se ne è perduta persino la nostalgia, mentre il tram corre nella notte che è più giovane di loro ma non sembrano accorgersene, come non si accorgono di me. Questo è quello che ho visto.
Quello che ho sentito è stato: tristezza.
Nei miei anni forti quello che agogno è il sonno, sono stanca, stiracchiata, spalmata, strappata, stanca come se avessi combattuto due guerre e fatto i conti con la ricostruzione; sonno, dormire, dormire e non pensare al fatto che domani pagherò ogni battuta di questo testo. Sono stanca perché lotto in continuazione, mi dibatto come uno che sta per essere risucchiato dalle onde, in un fluido che è più vischioso del petrolio, un fluido burocratico, un fluido di convenzioni, aspettative e doveri e fini in cui non basta qualche colpetto di fortuna per stare a galla. Mi dibatto con tanta forza che non me ne resta più per la poesia: sono stanca, devo dormire, riposare, recuperare le energie per ricominciare a battermi tra sette ore, perciò non ho tempo di guardare i capelli d'argento dei vecchi, di ascoltare la voce del tram, di capire cosa mi sta dicendo; niente domande, niente parole, no, voglio solo chiudere gli occhi e lasciarmi andare al nulla del sonno.

Stasera mi concedo una deroga, domani tutto sarà ancora più difficile e mi farà male, e mi dirò “perché non sono andata a letto alle 9?”... ma devo: come quando dibattendoti per la vita riesci a cacciare fuori la testa un attimo, devi respirare.

E forse, mi basterà solo un'altra boccata e riuscirò a spiegarvi cosa ho sentito.

mercoledì 6 maggio 2009



lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì sole. sabato domenica pioggia. lunedì martedì mercoledì giovedì sole. venerdì sabato domenica pioggia.


(lo fanno apposta?)

lunedì 20 aprile 2009

continua dal post precedente

e finalmente ho finito! dopo "solo" 2 settimane, anche l'ultimo scatolone di roba è stato smistato. ieri notte.

considerazioni post-trasloco:
1) ho veramente un sacco di roba!
2) ho cominciato a mettere via i libri prima che i vestiti, la prima sera. ho finito ieri sera. me li sono coccolati per bene, uno ad uno, e li ho messi al loro posto belli larghi in attesa dei prossimi arrivi, che non tarderanno. e ho un bel po' di doppioni: regali azzeccati, ma in ritardo :)
3) la mia vicina è adorabile. son due settimane che sposto mobili a tutte le ore e lei ci ride sopra, anzi, sotto.

domenica 12 aprile 2009

stanotte non si dorme

168 ore dopo, 12 sacchi di cianfrusaglie e vecchi vestiti scaricati in via corelli dopo, migliaia di carte sfogliate tra diarifotoricordicartolinebiglietti e non so più quanti cartoni di roba dopo, tra quattro mura dipinte di fresco, tra il vecchio e il nuovo, tra il prima e il dopo, ma soprattutto dopo, dopo tutto quello che c'è stato prima: ecco dove e quando sono.

via mecenate 7

non è la mia casa di bambina. non è la mia casa di adulta. è una casa di mezzo, e l'ho sempre sentita come un luogo di passaggio. così difficile da abitare. una casa ostile o forse incompresa.
piena di brutti ricordi e di fatica.
tutti quelli che ne calpestano le piastrelle fredde fanno fatica, come se l'aria contenuta tra le pareti fosse vischiosa e resistente. ma forse la casa fa del suo meglio, e la resistenza è nostra. una resistenza che sfiacca.

mi spiego un po' meglio: sono tornata a casa dei miei genitori dopo quasi 3 anni di assenza. l'ultima volta ho abitato qui, per soli 2 mesi, tornata da londra, prima di trasferirmi in via sangallo, che ho lasciato, appunto, da 168 ore.
mi mancano un sacco di cose. ma il peggio non è la nostalgia, il peggio è aprire scatole che ho chiuso alla cieca quando me ne sono andata, pacchi pieni di ricordi belli e brutti che non si possono eliminare ma a cui non so trovare un nuovo spazio nella mia vita. sono 168 ore che spacchetto e rimpacchetto, divido, separo l'essenziale dal superfluo e poi cambio idea e recupero qualcosa dal superfluo, e quando vedo che non c'è più spazio cambio di nuovo idea ma a quel punto non so più cosa voglio tenere e cosa no e ho voglia di buttare via tutto, e alla fine salta fuori quel bigliettino, quell'orsacchiotto, quel cd, che mi fa commuovere e riapro i sacchetti un'altra volta. ho passato intere giornate in ginocchio sul pavimento a leggere vecchi diari e lettere. è tutto di un altro tempo.

non sono felice. non ho voglia di dormire da sola. non ho voglia di rievocare il passato. non ho voglia di pensare. non ho voglia di scrivere. non ho voglia di parlare solo con me stessa. tecnicamente sono in vacanza, ma mi serve una vacanza dalla vacanza. pensavo che tornando a vivere con i miei almeno avrei smesso di preoccuparmi, ma avevo torto.

giovedì 12 marzo 2009

ran-din don

seduta sulla panchina nel cortile della scuola, al sole, mentre sfoglio distrattamente le pagine di un libro con la sigaretta tra le dita. ancora un tiro: ecco, ora la butto. sì, ma dove?

in questi giorni ho pensato spesso che le regole sono utili, quando non sai cosa fare.

toh, un tombino. andrà benissimo.

mercoledì 11 marzo 2009

let's face it: you're having a pretty harsh time (harsh as only the light of the day can be)

a proposito di citazioni, eccone una per un vecchio amico - the harsh light of the day. un amico che non leggerà queste righe, ma che è congelato nella ragnatela dei miei ricordi con le altre cose che sono rimaste indietro.

grandi speranze.
amicizie.
giocattoli.
promesse.
occasioni.
ma anche sofferenze.

per una ragione o per l'altra non sono riuscita a portarmi tutto dietro. per la verità ho lasciato andare molto, e il resto ha lasciato me. in parte è un sollievo.

e così siamo arrivati a oggi. mi sembra di essermi svegliata da un sogno - bello e brutto - e aver appoggiato i piedi giù dal letto, partendo da quello sbagliato, ovviamente. ora mi alzerò e andrò a lavorare con il sorriso dell'impiegato sulle labbra.

perché?

perché, come dicevo, mi piace fantasticare. continuerò a farlo, anche se non ha più lo stesso sapore da quando mi sono svegliata. perché mi sono guardata allo specchio e ho visto una persona normale, e mi sono perdonata per questo. e non è una cosa facile. il sorriso è per me, perché quando i miei genitori mi guardano e si accorgono che non sono quella che pensavano, mi aiuta a sostenere la loro voce e quando scuotono il capo delusi è ciò a cui mi aggrappo per ricordarmi che c'è sempre una persona che avrà stima di me, nonostante tutto. io stessa.

questo è un punto fondamentale, e vorrei soffermarmici a costo di risultare noiosa.
il mio egocentrismo smisurato divide le persone in 4 categorie.
quelle che mi mettono su un piedistallo perché mi amano troppo per vedere-barra-accettare i miei difetti (e quando lo fanno sono amaramente deluse).
quello che mi conoscono abbastanza poco da dare per scontate le qualità che sono appiccicate come etichette sulla mia confezione e a cui non importa aprirla perché, ammettiamolo, ognuno è occupatissimo con la propria vita e ci sono molte cose più interessanti da fare (in questa categoria devo scrivere il nome di amici che non avrei mai voluto metterci, e farlo mi costa più di quanto possa dire).
quelle a cui sto sul cazzo, alleluja. è perché sono troppo intelligente e a tratti arrogante in maniera insopportabile, e mi diverte.
quelle a cui non frega un cazzo e ignorano la mia esistenza (ok l'egocentrismo, ma siamo realisti).
io sono l'unica a conoscere i nefandi segreti della mia anima, e nonostante questo, vivo con me stessa e abbiamo un buon rapporto.

in queste parole non c'è dolore, ma accettazione e una tristezza attutita come sono i suoni che passano attraverso spessi tappi di lattice.

*oh shut up, i'm allowed to freak out on my own blog.

giovedì 5 marzo 2009

ran-domus

mi piace crogiolarmi nelle illusioni. so perfettamente che quel desiderio non si avvererà ma scelgo deliberatamente di ritardare il più a lungo possibile il momento di prenderne atto per cullarmi in un sogno. lo chiamo fantasticare.

venerdì 20 febbraio 2009

TANTA NOSTALGIA DEGLI ANNI 90

caro diario,
ieri è stato il mio compleanno e ho passato proprio una bella giornata. sono andata a scuola e ho lavorato con lucas e lele ad una storia su delle tartarughe cicliste. lele impara in fretta ma non sta mai attento a quello che fa, e lucas è così timido che a volte passano vari minuti prima che abbia finito di raccogliere il coraggio sufficiente a tirare fuori dalla gola una flebile vocina, però siamo riusciti a finire il lavoro e ci è avanzato del tempo per giocare ai quiz (ho vinto io). c'era il sole e filtrava dalle finestre polverose dell'aula proiettando strane figure sui muri, e l'aria sapeva di vinavil, gesso, vecchi libri e quaderni di cento generazioni di studenti.

ho ricevuto in regalo un sacco di libri, dei quaderni, delle bollicine per fare il bagno, delle rose che sono bellissime ma moriranno e per questo mi dispiace molto, una libellula di legno che sta in equilibrio sulla punta ovunque l'appoggi in modo che sembra volare, due torte che la cuoca ha fatto proprio come gliele avevo chieste io. i miei amici mi hanno regalato un cellulare perché erano stufi di telefonarmi e non sentire nulla ("pronto?" CHHHHHHHHHHHHCHHHHHHH "ehhhhhhhhh? cosa???????????" CHHHHHHHHHHHHHHHHHCCHHHHHHHHHH CHHHHHHHHHHHH "non ti sentoooo!!!" "ireeeeeeeee!!!ci sei?" CHHHHHHHHHHH "prontoooo..." CLICK. eccetera).

ora però sono triste perché dovrò aspettare 365 giorni prima che sia di nuovo il mio compleanno.

vorrei che l'anno fosse fatto così: un mese di inverno (niente pioggia, solo freddo - non troppo - con natale e la vigilia del nuovo anno e il giorno dopo per fare buoni propositi da non rispettare), 4 mesi di primavera (pioggerellina ogni tanto - ma breve!, soprattutto sole tiepido che diventa dolcemente più caldo giorno dopo giorno, e a carnevale tutti sono obbligati a travestirsi), 3 mesi d'estate (in cui non lavoro ma vengo pagata lo stesso, c'è quasi sempre il sole, e quando diventa troppo caldo intervengono quei bei temporaloni estivi con un sacco di lampi e tuoni, le nuvole esauriscono le tonalità di grigio e si muovono veloci cambiando continuamente forma, e subito prima l'aria è elettrica e frizzante; e qualche volta un vento leggero rinfresca l'aria e la pelle riscaldata dal sole) 4 mesi d'autunno (dolce back to school/work, si fa leggermente più freddino ogni giorno che passa, il vento colora il cielo di rosso, giallo, verde e arancione con pennelli fatti di foglie, l'aria profuma di umido e di resina e c'è halloween)e poi tutto da capo.

e poi voglio più giorni speciali in cui apro i regali e ho tutte le attenzioni per me e un sacco di coccole. diciamo dieci. o dodici. uno al mese.


(tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l'arca e noi eravamo noè: non si sapeva dove e come, ma si sapeva almeno perché.)

sabato 14 febbraio 2009

sono una sfigata che va alle feste sui tram e si fa venire il mal d'auto.

mercoledì 11 febbraio 2009

leggendo la trilogia millennium di stieg larssen ho imparato che...

...gli svedesi si nutrono solo di caffè e tramezzini.

martedì 10 febbraio 2009

memorie di una ragazza innamorata - capitolo sesto

cominciavamo ad essere grandicelli e ad avere i nostri piccoli giri. a quel tempo si chiamavano "gruppi dei segreti", e come dice il nome, quello che ci univa era la condivisione di intime confidenze. io mi confidavo con Sa e con Mara, mie storiche migliori amiche, e parlavamo soprattutto di ragazzi, oltre ad aver fondato una rock band chiamata Scosse, nome deciso a tavolino che stava a indicare quanto fossimo elettrizzanti e piene di vita (abbiamo all'attivo un singolo, la cover di "Ci vorrebbe un amico" con testo nostro). qualche volta parlavamo anche di cose serie, ad esempio Mara ci teneva un corso di catechismo. i miei genitori non mi hanno introdotta a nessuna religione, e ho cercato dio per i fatti miei nei posti più bizzarri.

dopo la ricerca sull'Abruzzo Lu mi chiese di far parte del loro gruppo dei segreti; ho ancora oggi il dubbio che lo fece sotto suggerimento di Mara (che era al corrente dei miei sentimenti) ma il solo fatto che lui si fidasse di me fino a quel punto mi rendeva felice. il primo giorno però appresi una notizia che mi sconvolse: Lu era innamorato di C., una nostra compagna di classe, più o meno dalla prima elementare (al contrario di F., Lu è stato sempre molto costante nelle sue passioni, e ha continuato così fino ad oggi, che io sappia: il suo è un amore fedele e duraturo, anche se per due decenni ha avuto l'insopportabile tendenza a diventare il migliore amico di tutte le donne di cui si innamorava; ma questa è un'altra storia). accolsi la notizia con fredda ironia. forse lo presi anche in giro ("uhhhhhhhhhhh, Lu e Ca si sposanoooooooooo e fanno tanti figliiiiiii!!!"). non avevamo perso l'abitudine di scherzare sul sesso, pur continuando a non saperne nulla, e io in particolare ho sempre reagito nel modo peggiore alle situazioni imbarazzanti. un esempio: in seconda media un mio compagno e carissimo amico mi chiese se avessi un foglio da prestargli. glielo diedi e lui con leggerezza mi disse "grazie, ti voglio bene!". avrei dovuto semplicemente rispondergli "prego, anche io!" con la stessa naturalezza, ma tutto quello che mi venne fuori fu un verso che voleva significare "non prenderti queste confidenze", e lui se ne andò offeso (gli passò subito per fortuna). ripensandoci mi dispiace ancora, perché per un motivo stupido ho perso l'occasione per dire a un amico che gli volevo bene; a mia discolpa posso solo commentare che sono un'imbranata cronica, e quando i miei sentimenti vengono messi in piazza, di solito non ne combino una giusta. va ancora peggio se in qualche circostanza dimostro i miei difetti: quando me ne accorgo li ingigantisco e praticamente mi metto alla gogna da sola, ribadendo a mo'di giustificazione quanto sono scema, così che se il mio interlocutore per caso non li aveva notati, in questo modo non gli sfuggono di sicuro. l'imbarazzo è una brutta bestia, e ho io ho sprecato un sacco di tempo a sentirmi imbarazzata.

ma quella sera, da sola nella mia stanza, rimasi sveglia a lungo a pensare al segreto di Lu. dopo un paio d'ore mi alzai e mi misi davanti allo specchio. l'abat-jour nella camera dei miei genitori era accesa: una luce calda filtrava dalla porta e delineava i miei contorni nel riflesso. che strano, non mi ricordo l'immagine che avevo davanti: per un trucco della memoria vedo in quello specchio di sedici anni fa la me stessa di oggi. mi feci un po' di smorfie per sdrammatizzare, e poi mi chiesi, ad alta voce, "cos'ha lei che io non ho?". semplice. era calma, matura e controllata. era popolare. era alla moda.
fu la prima volta che provai il disperato desiderio di essere diversa, la prima volta, ma non l'ultima.

lunedì 9 febbraio 2009

prima di andare a vivere da sola e trovarmi in carenza di cibo, ristrettezze economiche e in uno stato di pigrizia pseudolarvale con zero voglia di andare a fare la spesa, non avevo mai considerato le cipolle un cibo vero e proprio.
non sono mai state nulla di più che un semplice condimento con cui fare del soffritto.

e invece...

venerdì 6 febbraio 2009

il mio ultimo turno con luca

probabilmente hai ragione e per un po' io farò ancora finta che continueremo a vederci, all'inizio ci sentiremo ad intervalli regolari e poi sempre più di rado. io non sono esattamente la maga del "tenersi in contatto" e passano mesi, a volte molti mesi, prima che io mi decida ad alzare la cornetta. sono fatta così, anche se il mio pensiero tocca le persone che dovrei/vorrei chiamare e non lo faccio, le tocca molto più spesso di quanto immaginino. chissà perché ho questa avversione per il telefono. cmq incontrarti è stata una una cosa bellissima, e decine e decine di volte le tue parole mi hanno aiutata e confortata. spero che accada qualcosa che possa rendere naturale il fatto di chiamarti per bere un caffè, perché mi mancherai tantissimo.

mercoledì 4 febbraio 2009

memorie di una ragazza innamorata - capitolo quinto

da quando mi scoprii innamorata di Lu, pensare a come riuscire a passare del tempo con lui divenne la mia principale occupazione. restavo ore ed ore a fissare il soffitto fantasticando su improbabili situazioni in cui la circostanze ci lasciassero da soli, e in cui lui potesse finalmente conoscermi per quella che ero e innamorarsi di me. qualche esempio: un attacco di zombie nazisti ci costringeva a nasconderci nei sotterranei e poi a scappare lottando l'uno per la vita dell'altra; scoprivamo nella scuola un passaggio segreto per un altro mondo; gli rivelavo i miei superpoteri (ero convinta, e lo sono ancora, che le situazioni estreme spingano le persone a dare il meglio di se stesse e a capire cosa realmente sia importante per loro; inoltre pensavo, allora come adesso, che in tali disastrose e precarie condizioni, la mia totale mancanza di fascino e savoir faire sarebbe passata inosservata, a favore delle mie più spiccate qualità di eroina intelligente, coraggiosa e altruista). siccome non sapevo bene come far capitare nessuna di queste cose, e non potendo restare con le mani in mano, nel frattempo mi accontentavo di vivere una vita normale e ingaggiavo con la mia amica Sa una specie di gara per contendercelo come compagno nei lavori di gruppo.

in quarta elementare stavamo studiando le regioni d'Italia. ci saremmo divisi a coppie e ciascuna coppia avrebbe fatto una ricerca su una regione per esporla davanti agli altri. come accennavo prima, da piccola avevo dei superpoteri, e con il mio superudito potei sentire prima di Sa che Lu avrebbe scelto l'Abruzzo. neanche a dirlo, divenne subito la mia regione preferita e decisi che avrei studiato quella o nessun'altra. ebbi a disposizione due o tre meravigliosi pomeriggi con Lu, seduti per la prima volta da soli nello studio di casa sua con libri e quaderni (era il mio habitat naturale) e la merenda che sua mamma ci portava di tanto in tanto per rifocillare le nostre menti e i nostri stomaci voraci da bambini. credo di aver fatto io tutti i compiti, ma non mi importava, e comunque, come avrei avuto modo di constatare negli anni, non sarebbe stata l'ultima volta. direste che quegli attimi siano rimasti impressi nella mia mente come fotografie, ma non è così: ero talmente emozionata che non ricordo bene cosa accadde. tutto è molto confuso, lo stesso tipo di immagini che puoi ricordare quando provi un fortissimo panico e per alcuni secondi ti dimentichi di respirare. per la cronaca faccio ancora così: dimentico quasi completamente le immagini dei momenti molto emozionanti, ma posso rievocare benissimo l'emozione in sé (è uno dei motivi per cui faccio così fatica a raccontare le cose).

avevo vinto la Battaglia delle Regioni, ma il risultato, come vedrete, fu la causa delle mie prime vere pene d'amore: divenni sua confidente.
ultime due settimane da blockbuster. sono così stanca che non so esattamente come mi sento, anche se quando penso che tra un mese la mia vita sarà completamente diversa da ora - di nuovo - mi prende un vago senso di panico.

martedì 27 gennaio 2009

ma chi voglio prendere in giro

una persona matura e equilibrata, sicura di sé, spigliata e simpatica.
così dicono. non so di chi stiano parlando però. a volte mi sembra di capire che stiano parlando di me; ma ecco, è semplicemente impossibile. perché vedi, non è una descrizione che mi si addice.

fai tanta fatica a costruirti un sacco di belle illusioni su te stessa e poi basta un soffio di vento a farle crollare come un castello di carte. come quando ti guardi intorno sulla pista e non riesci, non riesci a muoverti, la tua vita diventa improvvisamente di legno e le ginocchia di burro, e le braccia non ti ricordi nemmeno di averle mentre pendono senza vita lungo i fianchi. gli sguardi addosso ti bruciano come raggi di sole attraverso una lente di ingrandimento e l'unica cosa che vorresti è essere invisibile, sparire dalla sua vista, dimenticare tutto, non sentirti più quell'imbranata che pensavi di aver perso.

è un solo sguardo quello che vorrei per me, e l'unico che non mi sento capace di prendermi.

sabato 24 gennaio 2009

riflessione estemporanea: se il governo dichiarasse illegali le sigarette ci sarebbe più gente in piazza che per i diritti civili.

mercoledì 21 gennaio 2009

primo post dell'anno, ineditamente in ritardo, come me del resto.

superata l'euforia natalizia, superata la mistica sensazione di un anno che muore e uno nuovo che nasce, superata anche l'ahimé immancabile tristezza post-feste... ecco jack che torna come sempre al suo posto.

la mia settimana è iniziata con una specie di presagio favorevole, perchè proprio mentre mi disperavo per rimettere ordine tra tutte le cose che devo fare, ho trovato una bellissima agenda praticamente nuova abbandonata su una panchina. è una moleskine rossa; dentro non c'era neanche un numero di telefono e così non ho potuto restituirla al proprietario. peccato... me ne sono impossessata con gioia e ho scritto tutti i compleanni sul calendario, constatando che la maggior parte dei genitori concepisce i figli tra agosto e settembre. dome dire che scopano solo l'anniversario di matrimonio.

in questi mesi, dopo meditabonde sedute di riflessione, ho deciso di tornare per un po' a casa dei miei, licenziarmi dal blockbuster e provare seriamente a finire l'università. vorrei rendere per iscritto la profondità di questa decisione, ma il mio stile fresco e naif me lo impedisce. mi ri-trasferisco da loro i primi di marzo e sono un po' in ansia per una serie di cose, che un elenco asettico potrebbe riportare in quest'ordine: sono due anni che non vivo più con loro; mi dispiace un sacco andarmene da casa mia, rinunciare ai miei ritmi e alla mia libertà e soprattutto alla quotidianità con tutti i miei coinquilini, sia legittimi che acquisiti; e la domanda che non oso pormi è se io sia effettivamente capace di laurearmi o se quest'impresa, effettivamente da me mai tentata, richieda capacità organizzative, costanza e concretezza superiori alle mie forze, senza contare che ho chiuso i libri due anni fa. tuttavia, proprio questa è la domanda a cui voglio trovare una risposta, ed è il motivo per cui ho deciso di tornare a casa, smettere di lavorare e dedicarmi seriamente allo studio.
per qualche settimana ho coltivato l'illusione di poter tornare ad essere quasi solo una studentessa, mantenendo solo la rivista; ma a quanto pare non è più possibile. mi hanno offerto un lavoro come maestra di sostegno in una scuola elementare tramite la cooperativa per cui già lavoro come educatrice del prescuola e mi sono trovata ad accettare. cmq saranno solo 10 ore alla settimana. il problema è che ci sarà un periodo di transizione in cui tra blockbuster, il prescuola, il sostegno e la rivista lavorerò quasi 50 ore alla settimana, con un trasloco abitativo ed emotivo da fare.

nel frattempo il mio unico desiderio è farmi una vacanza! non lascio la città natale (tranne che per motivi di lavoro) da febbraio dell'anno scorso. il tempo fa schifo e gennaio è decisamente il mio mese s-preferito. oggi, ad esempio, ogni cosa a milano ha lo stesso colore (grigio) elegante ma monotono. a volte, quando mi capita per 3 o 4 giorni di fila di riuscire a strappare al massimo 4 ore di sonno alle mie attività quotidiane (il che capita molto spesso), la stanchezza, il freddo, l'umido, il buio perenne e forse anche un po' le mestruazioni in arrivo mi danno l'impressione che la città mi sia leggermente ostile. ad allietare le uggiose giornate invernali però c'è qualcuno che funziona come una specie di mio sole personale, e non credevo che sarei mai stata abbastanza romantica da dire una cosa del genere.

direi che è un buon riassunto del mio presente.. nel complesso posso dire che sono abbastanza stressata ma non triste, e che avere un progetto almeno per i prossimi mesi è qualcosa che non mi succedeva da anni. molti anni: a occhio e croce, sei. è quasi una buona cosa :D

giovedì 4 dicembre 2008

no no

tornerò. sto pensando a un po' di cose.

mercoledì 1 ottobre 2008

quanto durerà(ò)?

a un mese di distanza dal 1°settembre, posso dire che questo mese (settembre) detiene il primato delle promesse e dei buoni propositi. ho deciso di rendere produttiva la mia vita: finora non ho ancora ottenuto risultati, tranne quello di mettere altra carne al fuoco, ma spero che i frutti maturino presto ("spero" non è esatto: non c'è da sperare ma da fare.)

venerdì 19 settembre 2008

Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo quarto.

A 8 anni mi sentivo adulta. Mi facevano incazzare quelli che dicevano frasi del tipo “te lo spiegherò quando sarai più grande”, “sono cose da grandi”, “questo è il tavolo dei grandi (siediti a quello lì dove ci sono un mucchio di tuoi coetanei che si lanciano polpette al sugo sui vestiti )”, e soprattutto, “l’amore è una cosa da grandi”, come pretendeva la maestra. La compagnia dei miei coetanei, fatte le debite eccezioni, non mi esaltava granché, trovavo più soddisfacenti le conversazioni con gli adulti. Forse era dovuto al mio ego smisurato, smisurato per una bambina così piccola. Non era colpa mia. Fin dalla mia prima protesta silenziosa nella pancia di mia madre, ho avuto intorno adulti che mi ripetevano quanto fossi intelligente eccetera. In parte mi piacevano perché mi gongolavo nella loro considerazione, ma soprattutto era perché ho sempre avuto un debole per le discussioni e le speculazioni razionali. A 5 o 6 anni mio papà mi spiegò cosa fosse un numero primo (cercava di trasformarmi nel novello einstein?): forse non capii nulla, ma fu molto gratificante. Quindi non mi lamento; solo che ci sono voluti un sacco di anni e di merende a latte e sostanze nutrienti come quelle della pubblicità, prima che il mio corpo assumesse una dimensione adatta a contenere il mio ego.

Dimensioni corrette: corpo/ego=1

Ire a 8 anni: corpo/ego=1/1.000.000

Comunque, penso ancora che non sia vero che l’amore sia solo una cosa da grandi. A 8 anni mi sono innamorata nel primo rudimentale modo adulto. È quello che fa sognare a occhi aperti, scrivere poesie imbarazzanti, sperimentare gelosia, nostalgia, speranza e iperventilazione. Soprattutto gelosia, visto che non fu mai corrisposto, ma vissuto dalla parte (s)fortunata e paziente dell’amica. Dico rudimentale, perché nonostante le emozioni negative non esigeva conferme, ed era alimentato dalla semplice presenza dell’amato; qualcuno obbietterà che è così che l’amore sempre deve essere, ma siamo realisti: più tardi si fanno avanti altre esigenze, o comunque, dopo un po’ di tempo dietro a un amore a senso unico ce la si fa passare, io all’epoca restai innamorata di Lu per... 5 anni? Con qualche sbandamento, ma posso affermarlo senza esagerare troppo. O forse dico così solo perché non mi capitò più di essere così innamorata senza essere corrisposta.

Cominciò tutto per gioco (rudimentale; o comincia sempre per gioco?).

È una storia che non ho mai raccontato perché un po’ me ne vergogno: fu un gioco per me raccontare alla mia amica che anche io ero innamorata di lui, che l’avevo capito in un sogno, e che i sogni dicono sempre la verità. Ma la mia non era verità, non proprio, volevo solo sapere quanto lei mi fosse amica, o forse ero annoiata e volevo movimentare la situazione, e questa è la parte di cui mi vergogno. Una piccola parentesi, la nostra amicizia, mia e di Sa, non fu scalfita da questo gioco (perché era amore rudimentale per entrambe, e lui purtroppo non era nostro, né suo né mio), ma da altri eventi di cui non sto a raccontare perché andrei fuori tema.

Non ricordo come andò, ma quant’e vero, quella stronzata ebbe conseguenze vere. Insomma, ad un certo punto ero innamorata di Lu. E il motivo era perfettamente chiaro: era bello, con quelle sue orecchie morbidose che spuntavano da folti ( folti!) capelli a scodella. Era educato, intelligente e spiritoso, più maturo degli altri, e aveva già allora una tempra morale che lo distingueva e che con gli anni è diventata il suo marchio di fabbrica. E la sua fragilità esteriore stimolava il mio famoso istinto materno. Spesso era malato. Cominciai a vedere l’universo come un grande tutto, in cui una farfalla sbatte le ali a pechino, e a milano viene la pioggia invece del sole. Tutto divenne un segno per qualcos’altro. Un esempio che risale a quando ebbi l’età per preparare il caffè (ero già alle medie). Ogni mattina riempivo la caffettiera, e se rovesciavo del caffè fuori dal filtro, Lu sarebbe venuto a scuola; altrimenti, voleva dire che era malato e sarebbe rimasto a casa. Io rovescio il caffè quasi ogni volta, ma superata la prima o seconda infanzia, Lu si ammalava molto meno: così il mio piccolo esercizio di divinazione funzionava quasi sempre. L’amore rende fatalisti, o forse è che quando lo provi, cominci a vedere l’amore dappertutto.

commala-come-come (il giorno 19)

ho abbandonato il blog per un pezzo, ma ho una buona scusa (metà del blog a scrivere, l'altra metà a inventare scuse per non farlo): ero con roland. l'ho lasciato stamattina e già mi manca. che dico? mi strazio per la nostalgia! l'unica consolazione è che ha ripreso il suo viaggio, e magari ci rivedremo, se il ka lo vorrà.
il nostro viaggio non mi ha portata lontana dalle mura di casa, ma nemmeno ero qui, se capite cosa intendo. i miei occhi e la mia mente hanno viaggiato, scorrendo per kilometri e kilometri lungo le righe, attraverso i capitoli, per sette lunghi libri, imparando ad amare i miei compagni di viaggio e a soffrire per la loro perdita, uno per uno, fino a che non è rimasto nuovamente che lui, roland di gilead, l'ultimo cavaliere, l'inizio e la fine e l'inizio. il ka è una ruota, come dice lui...
di nuovo, un'altra volta ancora, una di molte, diciamo delah, l'uomo in nero fuggì nel deserto, e il pistolero lo seguì.





(stasera mi metto a lavorare sul quarto capitolo, diciamo alleluja)

martedì 2 settembre 2008

prigione

Vivere
amare
conoscere
avere
una sola cosa
è prigione

Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo Paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione.

Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione.

Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione.

Avere un solo corpo,
un solo pensiero,
una sola conoscenza,
una sola essenza
avere un solo essere
è prigione.


N. Ngana, “Prigione”, in Id., ÑindôNero, Anterem Edizioni Ricerca, Roma 1994

lunedì 1 settembre 2008

settembre

se non fossi così preoccupata, così sbandata, così disordinata, così inevitabilmente e allo stesso tempo elettivamente impotente, così pigra e arrabbiata...
noterei i lunghi crepuscoli blu, le luci delle macchine, il rumore della città che si risveglia di botto, l'aria dopo la pioggia che suona ai rintocchi delle gocce d'acqua raccolte dalle foglie, e la sensazione che tutto sia nuovo e profumato come un quaderno appena comprato.

venerdì 8 agosto 2008

Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo terzo.

F. e il suo compagno di merende S. si divertivano a tampinare noi bambine con una costanza e una tenacia che hanno dell’eroico. Davvero: qualunque fosse il loro scopo, e non credo avesse molto a che fare col sesso, vi si dedicavano anima e corpo per tutta la durata delle lezioni. Ho qualche amico adolescente recidivo che li chiamerebbe “Punti Coraggio”, e mannaggia a me, negli anni a venire quel coraggio mi ha causato qualche grattacapo. Avete mai accettato un appuntamento, o anche solo lasciato il numero di telefono a un ragazzo, solo in virtù di un’attonita ammirazione per la sua sfacciataggine? Beh, se sì, sapete di cosa parlo.

Comunque, grazie alla sua perseveranza, anche S. ebbe un posto nel mio cuore. Un ragazzo di strada, si potrebbe dire, con un disastro di famiglia alle spalle, di quelli che mia mamma accoglierebbe a braccia aperte con l’entusiasmo del messia, e così andò, infatti per un certo periodo lo avevo spesso per casa. Andava d’accordo con i miei fratellini e li faceva giocare, il che faceva salire parecchio i suoi punti. Aveva delle cicatrici che lo facevano sembrare un randa ancor più di quanto non lo fosse. Non so perché ma le cicatrici mi sono sempre piaciute. Puoi fare finta che siano ferite di guerra, e poi fumava. Che dire? Persi la testa. Ah, i ribelli! Assediò il mio cuore un pomeriggio d’inverno. Non so per quante ore andò avanti a chiedermelo, ma alla fine riuscì ad ottenere un mio bacio (sulla guancia!). Kiss and tell!, il giorno dopo lo sapeva tutta la classe. Che stronzo! Stranamente, a nessuno fregò nulla, e la storia si sgonfiò prima di montare, ma io mi vergognai moltissimo lo stesso.

In quegli anni c’era un altro uomo che di tanto in tanto faceva capolino nel mio cuore: il classico amico d’infanzia. M. mi ha insegnato a camminare tenendomi per una mano e stringendo con l’altra la coda di un cane indulgente. Una volta ci siamo “nascosti” dietro il letto dei miei per spogliarci poiché avevamo sentito dire che i maschi e le femmine erano anatomicamente diversi (in effetti c’era una piccola differenza, e per un certo periodo mi convinsi che con il passare del tempo quel cosino tra le gambe sarebbe cresciuto anche a me...). Più grande di tre anni, era il mio compagno di giochi ma anche in qualche modo irraggiungibile. È stato una presenza leggera, leggerissima ma più o meno costante nei miei pensieri per anni, ripensavo a lui ogni volta che il mio cuore era libero. I nostri genitori erano amici e ci siamo frequentati più o meno fino alla mia terza elementare, poi, per qualche motivo, non ci siamo più visti per molto tempo. L’incontro successivo risale ai miei 12 anni, il periodo peggiore della mia vita dal punto di vista amoroso, e stendiamo un velo sul look: una disfatta che nemmeno Caporetto. Non fece altro che parlare di sé, anzi, credo che parlasse con sé, e d’altronde, io indossavo un completino a scacchi bianchi e azzurri con camicetta annodata alla vita da pin-up anni 50 e un ridicolo accenno di seno, in compenso mi portavo dietro due bei cosciotti di maiale, una zazzera imbarazzante, l’ignoranza più totale sulle tecniche di seduzione e la mia sempiterna goffaggine (poche cose sono cambiate da allora!). Ma se l’amore è una guerra, quella sera persi solo una battaglia. Ci incontrammo di nuovo per caso quando avevo 17 anni in un pub vicino a corso Buenos Aires. Io ero a una festa di compleanno, raggiante, bellissima e magrissima: il mio ragazzo mi aveva lasciato per un’altra e io avevo smesso di mangiare per una decina di giorni. Mi ero giusto giusto ripresa e stavo scoprendo che il mondo era la mia ostrica. La reazione che suscitai in lui quella sera, mi diede la rivincita per la mia Caporetto.

Questi sono i miei amori fino alla terza elementare.

Poi venne L.

giovedì 24 luglio 2008

Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo secondo.

Le elementari sono state scandite da grandi e piccoli amori, non solo miei: alle elementari, pare, tutti s’innamorano continuamente, o almeno così succedeva nella mia classe.

Per me, F. è stato il primo. Era decisamente un figo. Non che fosse proprio bello, con quella faccia un po’ allungata e la sua curiosa predilezione per il colore fucsia, ma aveva lo Sguardo. Lo Sguardo è quella cosa che quando si posa su di te ti fa sentire una dea, la più bella, la più corteggiata, la più grande, anche quando non sei innamorata. Non tutti gli uomini hanno lo Sguardo. Io l’ho incontrato due volte: il secondo dovrà aspettare molti anni.

Per un breve attimo fui l’oggetto di quello Sguardo. Quel giorno è impresso a fuoco nella mia memoria: la maestra ci sta insegnando l’alfabeto (che noia, capirai, io so già scrivere da un paio d’anni, e queste qua mi fanno colorare delle stupidissime schede... è stato allora che mi sono seduta sugli allori e ho smesso di impegnarmi. Avevo 6 anni e mezzo.). “Chi mi dice una bella cosa che comincia per I, bambini?” e F., rompendo l’agghiacciante silenzio che opprime le lezioni dell’Ornella, infrangendo la sacra regola dell'Alzare La Mano, grida forte: “IRENE!”. Ora sarei lusingata da una così accorata e pubblica dichiarazione d’amore, ma quel giorno provai solo un indistinto sentimento di vergogna. F. non mi interessava ancora. Solo molto tempo dopo (alcuni giorni) cominciai a pensare che fosse carino. È il mio punto debole: non so resistere ad una corte con tutti i crismi, e lui ci sapeva fare. Non per i fiori, i cioccolatini, le coccole (ok, non c’erano fiori né coccole: eravamo così piccoli che c’erano solo i cioccolatini...): queste cose sono banali. A conquistarmi furono il suo estro creativo e la sua passione. Se fosse il personaggio di un libro, col tempo sarebbe diventato un esteta, un Casanova, un perfezionista della seduzione.

Purtroppo ormai era tardi, il suo Sguardo era già rivolto verso un altro polo di attrazione (per meglio dire, zompettava da un polo all’altro con estrema facilità. Donnaiolo!).

Ahhhhhhhhhhhhhhhh, soffrire per amore. NoiRagazzeACuiF.AvevaSpezzatoIlCuore condividevamo la mistica esperienza dell’amore romantico. Ci sentivamo elevate ad un nuovo stato di coscienza, e non serviva parlarne: ora noi Sapevamo. Gli altri non potevano capire.

F. confermò la sua vera natura di tombeur de femmes qualche anno dopo, in 2 occasioni. La prima, in cui mi confessò senza vergogna di voler diventare grande solo per poter scopare (testuali parole). Cercai di raccontarlo a mia mamma, ma ero così imbarazzata che scambiai “scopare” con “baciare”, e lei, ovviamente sorpresa dalla mia indignazione, mi rispose che non c'era nulla di male. Naturalmente da un certo punto in poi tutti in classe parlavano di sesso con ostentata disinvoltura, anche se nessuno di noi l’aveva mai fatto, ma c’è di più. Non capivamo il punto. Io almeno non lo capivo, non mi sembrava poi tanto diverso dal fare la spesa, lavare i piatti, insomma una pratica utile per sfornare fratellini, ma proprio non afferravo che cosa avesse di tanto segreto.

La seconda volta quando si “mise insieme”alla più corteggiata della classe, C. Un affare di stato. Mi ricordo pianti disperati e facce di bronzo, ambasciatori trafelati misurare il giardino a grandi falcate, panico, isterismo, tragedie... mi sembra di ricordare che la loro relazione si concluse poche ore dopo, per amore della quiete pubblica, con grande sacrificio da parte di entrambi, separati l’uno dall’altro da uno stuolo di ammiratori senza più una ragione di vita. Eravamo in quarta elementare, e per quanto riguarda me, la loro unione mi toccò solo indirettamente; ma questa è un'altra storia.

Nemmeno le più intelligenti della classe erano immuni al fascino innato di F. Chi di noi non ne è stata innamorata almeno per qualche giorno? Io gli ho persino messo un regalo nello zaino di nascosto (un orologio digitale trovato nell’uovo di Pasqua), corredato da bigliettino: “F. credo di amarti”. Ignoro per quali circostanze, ma la maestra ne venne al corrente e fece a tutta la classe una ramanzina su come queste cose non si addicessero alla nostra età eccetera eccetera. Ora che ci penso, nessuno mi ha ancora ringraziato per quelle ore di grammatica perse a vantaggio di più futili argomenti.

venerdì 27 giugno 2008

una delle cose che preferisco è...

...andare a letto senza puntare la sveglia.

martedì 24 giugno 2008

Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo primo.

Mi sono innamorata la prima volta all’asilo e da allora non ho mai smesso.

Avevo 4 anni e lui 5. Pi ricambiava i miei sentimenti e decidemmo di metterci insieme. Non mi ricordo perché mi piacesse tanto. Era gracilino, timido, con gli occhiali tondi e non mi ricordo nemmeno come cominciò tutta questa storia. Però mi ricordo che ci scrivevamo delle bellissime lettere d’amore.

È una storia tragica, come le grandi storie d’amore sono sempre. A separarci fu la scuola elementare: lui ci andò un anno prima. Per i primi tempi la sorella di Pi, mia compagna di classe, fece da ponte, e recapitava le lettere che ancora ci scrivevamo, ma alla fine, non so perché, la nostra romantica storia a distanza finì. non lo rividi più per molti anni, finché un giorno lo incrociai per strada. Camminava svelto con le mani in tasca, gli auricolari nelle orecchie e un cappellino da baseball calato sugli occhi. Lo riconobbi subito perché, a parte la statura e i segni della pubertà in volto, era identico a quando ci eravamo lasciati. Lui non diede alcun segno di avermi vista, né un abbozzo di sorriso, né uno sguardo distolto. Probabilmente ero così cambiata che non mi avrebbe mai riconosciuta. Tirai avanti senza dire nulla ma con passo più leggero.

Dopo che smisi di sentire Pi mi presi una cotta per Ru. Proprio bellino. Biondissimo con grandi occhi nocciola, il favorito delle maestre. Era solo una cottarella, e mi passò in fretta, ma fu sufficiente a farmi cambiare fede calcistica, da interista (quella di mia madre), a milanista (quella di Ru). In realtà non scambiai mai molte parole con Ru: credo che non sapesse nemmeno chi fossi. Quello dev’essere stato il primo dei miei amori non corrisposti.

Di cosa ci innamoriamo da bambini? Cosa ci colpisce, cosa ci fa scegliere proprio quella persona, e non un’altra, per rivolgere a lei i nostri sentimenti? Io non lo so. Da grandi intervengono fattori diversi come il look, il “saperci fare” (io mi lascio abbindolare come un’allocca da quelli che ci sanno fare), cose che da bambini non contano molto. So solo che mi sono innamorata sempre di due tipologie di uomini: 1) i fighi, più che innamorarmi mi prendo delle cotte clamorose (con alcune eccezioni) 2) quelli il cui cuore è difficile da conquistare, in genere i traumatizzati emotivi, quelli che “ah no, non mi innamorerò mai, oh, no, io sono un cane sciolto, un lupo solitario” oppure che “oh, il mondo è traggeddia”, e che stimolano il mio istinto materno. Pi era di questa seconda categoria, anche se ancora eravamo troppo piccoli per parlare di veri traumi emotivi, di certo era uno che ispirava tenerezza. Ru era un figo, e forse il fatto che non mi vedesse nemmeno (per ben due volte, come saprete poi) ha segnato il mio karma amoroso. Fatto sta che da allora, ho difficoltà anche solo a parlare con i fighi (roba da arrossire fino alle orecchie e non riuscire ad alzare lo sguardo, e se per caso mi rivolgono la parola comincio a dondolare le braccia come uno scimpanzé e a controllarmi accuratamente la punta delle scarpe), mentre quelli che devono essere salvati vengono a me come api al miele. Qualche volta è seccante.

martedì 17 giugno 2008

martedì 3 giugno 2008

...continua dal post precedente

un pomeriggio di un paio di anni fa ero impegnata in una delle mie attività preferite: cercare vecchie cose dimenticate negli armadietti di casa. starmene da sola a passare in rassegna cimeli d'altri tempi mi fa sentire come se stessi giocando a nascondino con un grande tesoro. fù così che quella volta, nell'armadio delle videocassette, trovai una misteriosa borsa di plastica del supermercato. dentro c'era una sacchetta di seta bianca dai laccetti dorati che conteneva qualcosa della forma e dimensione di una scatola da scarpe, più o meno. chissà cosa c'è dentro, pensai. magari è un regalo per me. la parte del mio cuore che è in viaggio alla ricerca del tesoro del graal cominciò a battere forte, e non ci pensai due volte prima di aprire il fagotto.
la scatola da scarpe non era una scatola da scarpe. su una medaglietta d'argento erano incise le parole "Germana Caffettano" e due date.
ciao, nonna. è bello averti a casa.
come dire, chi non muore si rivede.

un altro addio

mia nonna materna morì quando avevo 10 anni. ho ricordi vivissimi di alcuni episodi legati a quell'evento. anche se, da quanto ho capito poi, lei ha convissuto col cancro per decadi, lottando fino al letterale stremo delle forze, io non l'ho mai vista come una malata: mi è sempre sembrata una donna energica e allegra. anche le visite che le facevo con mia madre alle case di cura in cui era ricoverata di volta in volta, sono ricordi sereni cosparsi di caramelle e innaffiati di coca cola. eppure accadde che ad un certo punto, mia mamma si assentasse da casa per alcuni giorni, poiché la nonna era in ospedale in gravi condizioni. deve essere stato un dolore terribile per mia madre, assistere la sua mentre moriva. essere lì, e sentire la vita di una persona che ami immensamente scivolare via senza che tu possa fare assolutamente nulla per trattenerla (e sapere quello che ti aspetterà poi: lei lo sapeva, io ancora no, lo avrei imparato solo molti anni dopo). mia mamma tornò a casa in lacrime e mi comunicò il primo lutto della mia vita, accompagnato da un anello d'oro a forma di cuore: un regalo per me da parte della nonna, visto che qualche giorno dopo sarebbe stato il mio compleanno. non riconobbi l'importanza di quel regalo perché era il primo "ultimo" della mia vita.
ricordo di piangere sulle ginocchia di mio padre mentre lui, poverino, cerca di spiegarmi la morte.
a scuola stavamo studiando l'adolescenza, questa cosa indefinita che ci stava più o meno investendo tutti quanti intagliando pelucchi e curvette sui nostri corpi omogenei di bambini. ci diedero un tema sull'adolescenza, appunto, ma la mia maestra mi chiese se non preferissi invece scrivere di "quello che mi era successo". forse ero imbarazzata, ma scrissi un "distinto" tema sull'adolescenza che terminava con la frase "il periodo più bello e più brutto di tutta la vita umana" (venne corretta in "il periodo più bello e più brutto della mia vita fino a questo momento", con una nota che sottolineava come dai miei 10 anni non avessi la più pallida idea di cosa fosse la vita umana. lì per lì mi sembrò solo che fosse una frase molto meno a effetto, ma 14 anni dopo mi rendo conto che la correzione era legittima). scrissi un'accorata apologia dell'adolescente gonfia di retorica che avrebbe convinto qualsiasi giuria, ma la verità è che non sapevo neanche cosa fosse, l'adolescenza, e quando lo scoprii non mi piacque affatto. in ogni caso la morte della nonna non mi sembrava qualcosa su cui scrivere un tema né tanto meno su cui fare confidenze, specie su richiesta. la manifestazione del dolore interiore mi ha sempre causato un grande imbarazzo (tutt'ora, piuttosto che piangere in pubblico mi taglierei un braccio, e piangere in solitario mi fa sentire molto stupida, con il risultato che, salvo veri e propri esaurimenti nervosi, non piango quasi mai).
un altro ricordo vivido che ho di quei giorni, è la montagna di telegrammi di condoglianze che ci vennero recapitati. o la mamma o la nonna erano di sicuro molto amate da tutti (naturale, essendo due persone eccezionali). non so se lo feci per cercare di consolare mia madre o perché avevo un disperato bisogno di conversazione, ma dissi ad alta voce che dovevamo essere contenti di una tale manifestazione di solidarietà. lei mi rispose, molto assennatamente, "avrei preferito non doverli ricevere". giusto, ma è inutile preoccuparsi per qualcosa che non si può cambiare, e cosa c'è di più indelebile della morte? meglio concentrarsi sul presente.
da allora la morte mi ha sempre accompagnata. quella di mia sorella, di persone care, della mia gatta. è diventata una presenza costante dei miei pensieri. il sentimento più facilmente riconoscibile che mi provoca è una grande malinconia. mi rendo conto che non è abbastanza, ma non riesco a decifrare il resto del peso che mi provoca la morte di qualcuno.
una cosa che mi colpisce in modo particolare è come, quando una persona cessa di esistere, il mondo cambi impercettibilmente ma profondamente. è tutto collegato, e uno sconvolgimento così profondo si ripercuote su ogni atomo che ci circonda. è più una sensazione che un vero pensiero.

venerdì 30 maggio 2008

AUGURI ROBI E PETRU!

non mi viene in mente davvero nulla di brillante da scrivere. sono stancherrima!

giovedì 29 maggio 2008

martedì 27 maggio 2008

...segue

ma comunque la rabbia è un'emozione, e provarla è già qualcosa... non so se preferisco essere sempre arrabbiata o non provare nulla del tutto...

sabato 24 maggio 2008

venerdì 23 maggio 2008

fuck off (?)

in motorino.

-permesso.
(sussurro)-permesso? ma se è sul marciapiede!
...
-punto primo: ho chiesto permesso, non ho detto "levati dal cazzo stronzo". punto secondo: sono sul marciapiede perchè il passo carraio è occupato da una macchina e non potevo scendere. punto terzo: non sto parlando con Lei, non vedo come questa conversazione La riguardi. quindi continui a guardare nel Suo piatto e finisca il Suo aperitivo invece di immischiarsi in faccende che non La riguardano. arrivederci.
...
invece no.
me ne sono andata senza voltarmi.
meglio così.

compito della settimana: incazzarmi di meno.

AUGURI FABRIZIO!

e anche auguri dani!

domenica 18 maggio 2008

sabato 17 maggio 2008

lettera a un'amica lontana

io penso che fare la commessa sia uno schifo. penso che puoi ripetermi finché ti pare che non è vero, che è da bigotti pensarlo, che è solo un lavoro, che la vita è la fuori ma cazzo, passi 9 ore in quella merda di posto, 9 ore sulle misere 24 che te ne regala una giornata, 9 fottutissime ore in cui non fai altro che aspettare di uscire e vivere. perdi 9 ore al giorno, 63 alla settimana, quasi 3300 in un fottutissimo anno ad aspettare di vivere. come dici? che la merda sono io che la penso così? e sia, chissenefrega cazzo. qualcuno doveva dirtelo. guarda pure il cielo dalla finestra del negozio. nella mia milano c'è un fottutissimo grigiore che a volte pisses me off, ma non darò la colpa a lei se non realizzerò i miei sogni. che by the way non sono aspettare e aspettare e aspettare di tornare a casa per accendere un fottuto caminetto. magari è quello che farò. ma non è quello che voglio.
dovevo dirtelo cazzo anche se tu non leggerai mai questa pagina perchè sei troppo impegnata a quotare canzoni.

A NOI DUE, CESSO!

c'è un intero mondo dietro al tu wc, un mondo che non pensavi nemmeno esistesse. ci sono orribili ammassi di roba verde e marrone e ci sono delle viti. lo avresti mai immaginato?
e attenzione, se il tuo asse del cesso si rompe potresti essere condannato a anni di sedute gelide. io sto cercando di scongiurare questa maledizione. da quando il mio asse si è rotto, circa 3 lune fa, sto cercando di svitare ciò che ne rimane per metterne uno nuovo. risultato: ginocchia rotte e due paia di guanti di gomma nel cestino.

devo essere onesta. a litigare col cesso siamo in 2. il mio amico ed io ci diamo il cambio (devi volere davvero bene a qualcuno per mettere le mani la dietro!) e non so come ma questo rende il lavoro un improbabile quasi divertimento.


ok ma ora basta dai. sii docile e fatti svitare, sono stufa :D


________________


sapete cos'è frustrante? quando cerchi di fare la donna emancipata che si aggiusta il cesso da sola, impazzisci 2 giorni a cercare di svitare due cazzo di bulloni arrugginiti, e poi arriva tuo padre e ti monta l'asse nuovo in no time.

giovedì 15 maggio 2008

incostanza

sto trascurando il mio diario ultimamente. la scusa è sempre la stessa, come disse il buon vecchio michi (ok non era sua, ma gli stava bene), la vita o la vivi o la scrivi. e poi negli ultimi 20 giorni sono stata sola con me stessa solo mentre ero seduta sul cesso o mi spalmavo litri di crema sulle scottature da sole, e, saltuariamente, nella doccia. complessivamente credo non più di 4 ore.

ma il vero motivo per cui non riesco a scrivere nulla è che passo nel giro di pochi istanti dalle stelle al buco nero emotivo, senza avere il tempo di metabolizzare le sensazioni e tradurle in segni grafici. l'unica costante di questo periodo è l'incostanza, e precisamente questa è l'argomento di questo post.

e l'incostanza va a braccetto con la non-determinazione, un attributo che mi sento addosso come una muta da sub troppo stretta, e l'indeterminazione, quella che ti fa sentire come un blocco di argilla troppo secco per poter essere modellato.

e ringrazio la mia maestra di italiano delle elementari per avermi insegnato le similitudini, altrimenti sarei chiusa nella mia incapacità di comunicare come un claustrofobico in un ascensore.

martedì 6 maggio 2008

Qualcuno ha bisogno di essere disperato, di vivere di corsa perché in realtà non riesce a muoversi, e allora pur di fare un passo si lancia da un aereo in un continente sconosciuto dove potrà stare fermo altrove, altrove. Qualcuno cerca cose che non può trovare, ma è fortunato perché sa cosa cercare, c’è chi non ha un percorso e il vuoto fuori è vuoto dentro, è il vuoto di un bicchiere, ma anche del cielo, che un po’ è vuoto ma anche un po’ pieno. E c’è chi mette ghiaccio al posto del suo cuore, chi lo fa apposta, chi per errore, chi perché crede di non avere scelta, chi mette un piede avanti all’altro fino alla prossima svolta, chi si sente nero come la notte, qualcuno ha bisogno di diventarlo per potersi odiare, tirare fuori la polvere da sotto i tappeti, coprirsi di fango per gridare al sole che non si merita tutto questo amore. Qualcuno si sente uno spettatore, o un tecnico luci, e crede di guardare la commedia dall’esterno, qualcuno che vive in una doppia illusione e per non averlo capito sarà sempre fuori da se stesso. C’è qualcuno che “nessuno può capire” ma ha la pretesa di capire tutto. Qualcuno vive solo davanti a uno specchio che non gli rende la sua immagine. C’è chi è brucia la propria pelle, chi taglia a fondo con una lama d’acciaio, chi si strappa i vestiti fino alle ossa e trova solo un’altra maschera, chi si apre il petto per trovare cos’è che fa così tanto male la dentro, chi sparge sale sulle sue ferite. Qualcuno crede che il proprio peso sia legato all’orizzonte, c’è chi corre via per lasciarselo dietro, ma poi non capisce più se si è davvero mosso o se è stato il piano a girargli intorno. Qualcuno che prova pietà per se stesso e da la colpa alla strada, ai muri, ai tetti, al rumore delle macchine, se si sente un po’ macchina anche lui.

mercoledì 30 aprile 2008

tra 8 ore la mia gaia parte.

martedì 29 aprile 2008

un foglio bianco

sono di nuovo alle medie con un foglio bianco davanti, di nuovo nell'incertezza di un incipit.
un foglio bianco è tutto quello che sta dietro al foglio. è la paura di un segno tracciato male, di un errore di ortografia a penna, di andare fuori tema, è la possibilità di tutte le possibilità, tutte quelle che scarterò, e la peggiore, la possibilità che il foglio rimanga bianco.
davanti al foglio bianco cerco di togliermi i miei cliché di dosso e rimanere con nient'altro che me stessa da scrivere.

distratta dalla musica. distratta dalla sigaretta. dal mio ultimo primo amore. dal mio eroe della settimana. da una valigia. da un paio di occhiali rotti. da un'emozione appena accennata da enfatizzare. dalla stanchezza. dall'ozio. dai soldi che mancano. da te, santo cielo. oh, quanto, da te. dal frigorifero. dal lavoro. da una maglietta logora da cui non posso separarmi. dalla famiglia. dal telefono che suona. da quello che non suona. dai soliti pensieri. dallo specchio. dalla facilità con cui posso dimenticare tutto per mezzora premendo play. dalla scomodità. da una giustificazione firmata. dal freddo.

rileggo. queste parole avranno senso per qualcuno, oltre che per me? avranno senso per me, domani? ne hanno, anche solo adesso?
cancello. la consegna era? "tema libero".
ah, eccolo di nuovo, il foglio bianco. se solo avessi un titolo, un argomento. ma come fanno tutti gli altri? se lo sono trovati per caso sulla strada?

da piccola ho letto questo libro, c'era un bambino che andava in giro e chiedeva a tutti quanti "chi sono?". per esempio andò dalla mamma e le chiese: "chi sono?", e la mamma: "sei mio figlio". "sono un figlio", ripetè il bambino. poi alla maestra "chi sono?", e la maestra: "sei un alunno". "allora sono un figlio e un alunno", disse il bambino. poi andò dal pasticcere a comprare le caramelle, "chi sono?". "sei un cliente". "sono un figlio, un alunno e un cliente", pensò. poi incontrò il suo amico: "chi sono?". "sei il mio amico", "sono un figlio, un alunno, un cliente, un amico". a sua sorella: "chi sono?", "sei mio fratello e sei un po' stupido", "sono un figlio, un alunno, un cliente, un amico, un fratello, uno stupido". e così via. a tutti quelli che incontrava faceva la stessa domanda, e alla fine la sua lista era così lunga che dovette scriverla per non dimenticarsela.

c'è qualcosa di molto importante in questa storia che ha a che fare col mio foglio bianco. come mi hanno chiamata nella mia vita? figlia, alunna, cliente (poco, forse solo il pasticcere!), amica, sorella, stupida, amore, stronza, tata, coinquilina, signorina, ehi tu, bellissima, sfigata, giornalista (ad un paio di conferenze stampa...avevo il cartellino!), cameriera, ubriaca, filosofa (ce n'è di pazzi in giro), aiuto, conto numero xyz, cuoca, babba (e va bene...), una scopata, matricola, poupie, confidente, segretaria, artista, portaborse, iiiiiiiii, lettrice, una frana, anche un genio però (ho avuto qualcuno che mi ha guardato vedendo in me quello che avrebbe voluto vedere in sé), potrei continuare...
tutti i modi in cui mi hanno chiamata sono titoli di un tema.
ma al foglio bianco non basta. questo è un tema libero.

mercoledì 23 aprile 2008

piccolo buco di malinconia

aiutare la coinqui a fare le valigie...

capisci di non avere una vita sociale...

...quando tuo padre ti pacca per uscire con i suoi amici e poi spinto dalla pietà ti invita ad unirti a loro!

martedì 22 aprile 2008

via sangallo, 10

è bello avere la casa tutta per me, ogni tanto.
vivo in quello che è un incrocio tra un centro sociale e una casa d'appuntamenti. anche se ufficialmente siamo solo 3 coinquilini, la casa ha adottato un numero imprecisato di amici che riempiono le nostre vite e le nostre stanze. una volta che la casa ti adotta, appendi una foto sul portafoto e fatti vadere spesso, in alcuni casi è compreso nell'accordo un appuntamento con un coinquilino a caso, una cena, o più probabilmente un caffè in una giungla di piatti non lavati, lattine di coca cola mezze vuote, bottiglie di birra quasi completamente vuote, cartoni per la pizza senza più pizza, e dispensa che più vuota non si può. ma la casa sarà piena e questo basterà.
mediamente calpestano il pavimento di 50 metriquadri scarsi 4/5 persone. questo vuol dire che l'unico modo per stare soli con se stessi è chiudersi in bagno (e nemmeno lì è tanto sicuro).

ma stasera...posso girare nuda per casa (per qualcuno la nudità pubblica non sarà un problema, ma...), mangiare biscotti e latte per ore mentre guardo sex and the city sul divano fino alle 2 con la musica di sottofondo e le finestre aperte, e scrivere questo post dalla mia tana, il mio letto, senza preoccuparmi di disturbare la coinquilina. la cosa più incredibile di tutte è il silenzio: stasera si sente solo il mio respiro.

e posso godermi tutto questo col sorriso sulle labbra, perchè una notte mi basterà per sentire di nuovo la mancanza di tutto il resto... il casino, le mutande di tuma, le risate, tutto, insomma, tutte quelle cose troppo intime o banali per essere elencate in un blog che leggeranno decine di persone, ma che riempiono la mia quotidianità e che hanno reso quest'inverno così colorato.

martedì 15 aprile 2008

italia: ON SALE


ci aspettano 5 anni di berlusconi, perchè c'è poco da illudersi, se non potrà piegarli, li pagherà.
non mi resta che pensare che silvio sia molto scaltro, e allora buon per lui, si è conquistato il diritto di fare ciò che vuole con questo paese: vendere le coste, privatizzare i servizi, impegnare le risorse in Grandi Opere come il ponte sullo stretto di messina, trasformare un grafico di bilancio in un picasso, e venghino signori, perchè tutto ciò sarà ben ricompensato, pane e circo per tutti, anzi, circo per tutti, niente pane tutto l'anno, ma caviale in dono a natale, con gli auguri del vostro beneamato presidente.

la peggiore cosa che si può fare in una democrazia, è sottovalutare la stupidità.

e io t e m o.

mercoledì 9 aprile 2008

Non so che cosa fare
il sonno se n'è andato e non tornerà
un vetro da cui guardare
il silenzio fermo della città
E ti vorrei chiamare
si però a quest'ora ti arrabbierai
e poi per cosa dire
a metà io so che mi bloccherei
Perché non è facile
forse nemmeno utile
certe cose chiare dentro poi non
escono, restano, restano
Vorrei dirti, vorrei...



e basta. che nessuno induca che segue il resto della canzone perchè quello che volevo dire finisce qui.
davvero.
il resto del testo al momento non mi appartiene.