Rieccomi dopo molti giorni di assenza.
Il satellitare fa i capricci e va ad aggiungersi alla lunga
lista delle Cose Che Non Funzionano, rendendo l’aggiornamento del blog una
materia complicata (erano previste delle immagini per gli ultimi due post, ma
la connessione la pensa altrimenti); inoltre me la sto abbastanza spassando,
attività che rosicchia quasi tutto il mio tempo libero. Non ci sono grandi
novità, dopotutto; il lavoro procede con una monotonia rassicurante che mi
lascia il tempo di leggere, pensare, festeggiare e, se avanza qualcosina,
dormire un po’! In realtà dormire diventa sempre più difficile mano a mano che
festeggio, perché festeggiando stringo legami, legami che poi richiedono tempo
per approfondirsi; desidero passare più tempo possibile con le persone che mi
piacciono, specialmente considerato che le amicizie, qui, hanno una data di
scadenza.
La settimana che si conclude con oggi (qui le settimane
iniziano di sabato, che è il giorno di imbarco) non mi ha offerto grandi spunti
per un racconto, quindi; solo episodi di vita quotidiana che, come mi sto
accorgendo con una punta di preoccupazione, rientrano in quella che per me è
diventata la normalità. 3 mesi; è il tempo che ci vuole ad abituarsi a questa
vita. Il corpo ha preso i ritmi e si è adattato alla luce, all’aria, all’acqua;
le giornate di navigazione non mi pesano più, non sento quasi più l’esigenza
intransigente di scendere a terra, come all’inizio, specialmente se approdiamo
in porti che ho già visitato 5 o 6 volte – salvo poi percepire un gran senso di
sollievo e libertà (illusione!) quando qualcuno dei miei amici mi trascina a
terra, strappandomi al mio sonnellino pomeridiano. Comincio a capire cosa
volevano dire i miei colleghi quando mi spiegavano che questa vita è
assuefacente. Sostengono anche che, nonostante dopo 6 mesi di contratto non
vedi l’ora di sbarcare da questa prigione, una volta a terra ti manca. Non so
se sarà il mio caso; certo è che la capacità di adattamento che dimostriamo è
un aspetto davvero interessante della nostra natura. Io però non sono certa di
volermi adattare del tutto alla vita di bordo. Ci sono cose a cui sarebbe
meglio non adattarsi; ad esempio, la totale mancanza di rispetto della
compagnia, che ci munge come mucche da latte e non ci considera degni nemmeno
di un buon pasto. Ma è solo un esempio.
A proposito di pasto.
Dopo le feste, i crewmembers più nottambuli sono soliti
concludere la serata con una spedizione ninja in cucina o in panetteria per
fare incetta di focaccine. È vietato, naturalmente, ma questo non sembra aver
mai preoccupato nessuno. Purtroppo, questa settimana uno dei nostri non è stato
abbastanza ninja e si è fatto beccare dallo Chef, il Re del grande Galley
Kingdom. Il Re ha riportato la cosa, e siccome tra le fila più umili dello
stato maggiore è recentemente è imbarcato un nuovo Cerbero, l’assistente del DS
(il Direttore dei Servizi è resposabile food&beverage),
lo sfortunato crewmember si beccherà un warning;
ma questo è il meno. Temo che in futuro solo i più coraggiosi oseranno
avventurarsi nottetempo nel Galley Kingdom, anche se in una provincia sperduta
come quella della Panetteria; col risultato che ci sarà meno da mangiare per
tutti.
Già prima di imbarcare mi era giunta notizia dello stato di
fame perenne della ciurma. Durante il corso al CMA di Genova Pegli, ad esempio,
la mia compagna di stanza usava raccontarmi con nostalgia delle lasagne di sua
mamma; un collega cantava le lodi della pizza che aveva mangiato l’ultima sera
prima di partire, un altro si commuoveva al pensiero del filetto che lo
aspettava una volta tornato a casa. Mano a mano che incontravo nuove persone,
mi rendevo conto che c’era uno schema in questi episodi. I nuovi imbarchi non
parlavano mai di cibo (non sapevano ancora a cosa stavano andando incontro). I
naviganti con pochi contratti alle spalle, da uno a 5 anni, parlavano
continuamente di cibo. I veterani non ne parlavano quasi più.
Il punto è che i pasti della mensa superano per un soffio la
soglia della commestibilità; e cioè che è quasi gradevole ci viene propinato
tutti i giorni, un pasto dopo l’altro, fino a perdere ogni attrattiva.
I crewmembers hanno sempre fame. I commensali
– specialmente gli italiani – ricordano con rimpianto la cucina casalinga come
dannati in un girone dantesco. Rubare cibo dal Kingdom è quasi una forma di
ribellione, quel briciolo di ribellione travestito da bravata di cui ancora
sono capaci coloro che si sono abituati.
6 commenti:
Oh ire se ti piacciono le sfide e le avventure ne ho io una che fa al cosa tuo. Pendolare no-mi! Potresti mollare il lavoro e venire a farmi conpagnia mattina e sera... Che belli sarebbe!??
Tuo simbad :)
mhhhh, interessante, ci sono kraken o altri mostri leggendari, sulla via?
Eh...mi sono fermato alla 1° riga...
Da personale competente in materia quale sono...non è che non funziona!!!!
La tua rotta non è tra le consigliate per un'ottima copertura satellitare...Causa forze maggiori...calamità naturali...
:)
Un abbraccio
Simo.
Ci ho pensato un po' e alla fine ho deciso che questo post mi mette un po' di tristezza. Mi fa venire in mente i bambini che piangono tanto per ottenere l'attenzione della madre e alla fine, quando non la ottengono, si arrendono e smettono di piangere.
Alla fine si cresce e si abbandonano i desideri infantili, però certo che vivere così lontani da casa e non avere nemmeno il conforto di un cibo che in qualche modo ce la rammenta deve essere tristissimo.
Spero che non sia così per te, Bimba.
Ti penso.
per me non è così perchè io la casa la porto nel cuore <3
ma la verità è che, da quello che mi sembra di capire e da quello che vedo, più tempo si passa a bordo, più si diventa incapaci di avere una vita a terra... io non voglio diventare così :)
Posta un commento