current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

martedì 17 agosto 2010

appunti privati

giorno dopo giorno continuo ad imparare cose nuove. la scoperta più sensazionale dell'ultimo anno è l'umiltà. non mi pare vero quel che si dice: nessuna sottomissione né modestia, la semplicità c'entra come il cacio sul pesce al vapore. e mi immagino cercare di convincere l'agente a non arrestarmi, mentre sono "d'umiltà vestuta".

altri:
fare una scelta vuol dire avere un'alternativa. fare una scelta sbagliata apre nuove possibilità di scelta. non fare nessuna scelta è una scelta. solo quando non esistono possibilità ci è concesso di non fare scelte, ma è una condizione abbastanza triste e anche piuttosto improbabile. è più facile che le alternative siano talmente misere da trasformare la scelta in obbligata.

un particolare tipo di scelta è quella morale. esperimento.
la nostra cavia deve prendere un oggetto tra i molti che si trovano divisi in due scatoloni di fronte a lui. uno scatolone è etichettato "giusto", l'altro è etichettato "sbagliato".
la cavia può: a) non saper leggere/non provare alcun interesse per la situazione; b) essere stata addestrata con vari mezzi (fede, abitudine, tradizione, ecc...)a scegliere uno dei due scatoloni; c)pur riconoscendo il significato delle etichette, non fidarsi, perché l'opacità degli scatoloni le impedisce di riconoscerne il contenuto: quindi guardare bene dentro entrambi e cercare di conoscere gli oggetti con i vari sensi, prima di prenderne uno.
tesi di studio: solo nel caso c) c'è scelta morale, determinata dalla compartecipazione di varie componenti della cavia, che inoltre imparerà come buona parte degli oggetti siano stati ripartiti nei due scatoloni un po' a caso e un po' dall'abitudine.
da approfondire.

tutto passa, di consuma, svanisce in altro; ciò rende gli sforzi dell'uomo efficaci come cercare di trattenere la sabbia stringendo il pugno. "inutile" è la parola che fa eco nei miei pensieri. da quest'angolo sono costretta a notare che gran parte di quello che vedo è completamente privo di senso, e quindi non capisco quale assurda illusione spinga un essere umano a rompere le uova nel paniere di un altro. specie se il paniere è il mio; non chiedo altro che poter mangiare in pace all'ombra di un bell'albero godendomi un bellissimo panorama.

qualcosa che ha ancora senso: la bellezza.

martedì 23 febbraio 2010

lo zen e l'arte di piallare una porta

“E cosa sei, allora?”
Me lo chiede così, Cosa sei, come si chiederebbe se sono vegetariana, o dove ho studiato, o se preferisco il mare o la montagna. Me lo chiede così Luis, mentre allunga una mano verso il bicchiere vuoto e l'altra verso una scura bottiglia senza etichetta di vino rosso, stappata. Il tavolo di legno grezzo porta la testimonianza di innumerevoli conversazioni conviviali, cerchi perfetti o spezzati, che si toccano, che si incrociano, che profumano il tavolo di botte, impronte di spiriti dipartiti, evaporati; una goccia sta già sanguinando dal collo della bottiglia, mi dice che anche questa volta rimarrà un segno, un'altra tacca su quello strambo calendario della vita di Luis.
Cosa sei?, mi chiede.
Un essere umano, sono. Nella fattispecie una donna. Naturalmente questo lo sapeva già (Luis non è tipo da lasciarsi sfuggire certi dettagli), ma non gli basta. A quanto pare, sembra non bastare mai a nessuno. Ma c'è quacosa di nuovo nella domanda di Luis, qualcosa che non c'era nelle domande dei milioni di Nessuno che me l'hanno chiesto, molti dei quali immaginari (nemmeno il mio perverso gigantico Io arriva a pretendere di avere milioni di questori al proprio attivo).
Cosa sei?
Avrebbe potuto chiedermi Cosa fai per vivere?, o forse, cosa fai nella vita?, nel suo caso, essere uno scrittore non ha mai significato fare qualcosa per vivere, piuttosto cacciarsi nelle fauci del leone per vedere se è tanto difficile morire (nel suo caso lo è). Il vivere di per sé non è rilevante, bisogna fare qualcosa di questa vita, modellarla come un blocco di argilla, homo faber, fare di sé un'opera d'arte. Homo sculptor più che faber, che possa guardare occhi negli occhi quel fottuto genio di Buonarroti.
E dai. Ancora con questa storia.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri per trovarmi sempre di fronte allo stesso uomo che mi fa la stessa domanda.

Ho nemmeno 8 anni e i lavori di casa sono un gioco: non rassettare, lavare, fare il bucato...quelle robe lì non mi hanno mai emozionata, non ho mai avuto il Dolce Forno, e se lo avessi avuto l'avrei usato per mettere insieme qualcosa di simile alla versione per bambini di una bomba atomica. Alla fine ho imparato lo stesso a cucinare, metto tutte le mie arti femminili nell'impasto e nel sugo, ma ho imparato per vie traverse: infilare una presa di menta nel sugo della nonna è il mio modo di essere creativa, un modo che produce un ambiguo compiacimento macchiato timore nelle mie cavie.
Comunque, dicevo, ho nemmeno 8 anni e mio padre ha deciso che noi vogliamo ristrutturare il bagno. Un gioco; in realtà preferisco scegliere da me le mie attività ricreative, ma non l'ho ancora capito; ancora, la voce di mio padre è la voce della Verità, e se lui dice che noi vogliamo, di sicuro è quello strano fastidio nelle braccia, come un accenno di noia e impazienza, ad essere in errore.
Quindi sto piallando lo stipite della porta con carta vetrata per toglierne l'orrendo strato di smalto color crema. In realtà era bianco, in principio; ora è ingiallito di tempo, ma noi lo chiamiamo crema, è più chic. Se la borsa di mia nonna può essere vintage, lo stipite della porta può essere crema, e nessuno protesti. Ma adesso lo togliamo. Il problema è che non è d'accordo. Lo smalto, intendo: non è d'accordo a lasciare il legno su cui ha prosperato per tanti anni. Ad ogni passata, ad ogni sfregamento, fa un rumore come un attutito urlo gracchiante; ad ogni incisione della paletta, ne cadono riccioli che precipitano come paracadutisti all'assalto. Insomma: il popolo dello Smalto è così ancorato alle proprie radici, che il mio costruito entusiasmo non regge alla prova e ben presto le mie dita accarezzano svogliate la superficie con la carta vetrata, come se invece della porta levigassero la superficie dei miei pensieri ormai slegati, con movimenti ampi e leggeri. I pensieri di una bambina sono puledri che giocano tra le nuvole, e rompono con gli zoccoli piccoli ciuffi di schiuma vaporosa e di panna montata. Credo ci siano anche degli arcobaleni, qua e la.
Mentre vagheggio ormai appoggiata alla porta, ci pensa mio padre a rimettermi le briglie:
"Stai attenta. Se percorri superficialmente una zona così vasta, certo, lascerai segni su tutta la porta, ma da nessuna parte arriverai a scoprire il cuore del legno. Per liberarlo devi concentrarti su un pezzettino alla volta, passando tutti gli interstizi, tutte le pieghe e le nervature con piccoli movimenti precisi ed energici, che sanno il loro scopo. Non importa quanto sia piccolo il tuo pezzettino; ad una bambina piccola corrisponde un pezzetto piccolo; ma deve essere perfetto, perché quel pezzettino sei tu. (Corollario: un pezzettino tu, un pezzettino io, un pezzettino il prossimo, alla fine la porta sarà perfetta e avrà qualcosa di nuovo, un valore aggiunto, poiché il tutto supera la somma delle parti.)"
È che mio padre ha sempre cercato di insegnarmi lo zen, e lo faceva facendomi levigare le porte.

Cosa sei? Un pezzettino di legno?
Da bambina volevo fare (essere?): la ballerina, l'inventrice della macchina del tempo, batman, l'astronauta, la maga, l'architetto di case per la Barbie, la cacciatrice sioux, la pittrice.
Poi sono cresciuta, e: la psicologa, la scienziata, l'archeologa (come Indiana Jones), il pilota di aerei, l'attrice.
Poi ho continuato a crescere: la scrittrice, la cacciatrice di tesori, il pirata al tempo della Compagnia delle Indie, la professoressa, la giornalista, il fisico teorico, la ricca ereditiera.
Infatti mi sono iscritta a Filosofia e ho passato quasi un decennio a fare tutto e niente, accettando più o meno tutti i lavori che il destino metteva sulla mia strada, prendendo pochissime decisioni, occupandomi più che altro di imparare e sciogliere i nodi dell'essere umano, unica mia grande passione e decisamente meno problematico della dimostrazione del teorema di Fermat. L'incontro con il limite mi portava a cambiare direzione con noncuranza. Non un fiume che scava le terre, quindi, piuttosto una pioggia che le accarezza e che si raccoglie in rigagnoli vivaci ma docili, che ne seguono le asperità senza forzarle. Accettazione.
C'è da dire che a 19 anni ho avuto un incontro scioccante con un sedicente Archetipo che per me si è rivelato più solido di un blocco di pietra da 16 tonnellate. Mi ci sono scontrata alla stessa velocità con cui una macchina in corsa si schianta contro un muro, o, secondo una comune convinzione, alla velocità con cui il corpo di una persona che cade dal quarto piano di un palazzo si schianta al suolo. Uno schianto dura solo un attimo; il rumore che produce dura tanto quanto le onde sonore riescono a propagarsi in cerchi concentrici sempre più rarefatti mano a mano che si allontanano dalla sorgente; anche incontro è una parola che richiama ad una durata temporale limitata, un breve cenno, un saluto, come sta la famiglia?, poi tutti tornano alla loro vita. Ma conseguenze, invece, è una parola eterna. Il sedicente Archetipo è arrivato, ha scambiato il suo posto con quello di mia sorella e non se ne è più andato. Conviverci succhia gran parte delle mie energie, perché diciamolo, non è una persona molto energica, ha continuamente bisogno della vitalità altrui.
L'apprendimento del peso delle conseguenze ha aggravato il mio handicap originario, rendendomi del tutto cieca al dopodomani, o, al massimo, alla settimana prossima. Accettazione passiva del domani perché occuparmi dell'oggi era (è?) tutto quello che riuscivo a fare.
Tutta la mia vita è stata come una cena cinese: innumerevoli abbondanti saporite portate sbocconcellate e poi accantonate per una nuova. Innamoramenti, sentieri imboccati con entusiasmo e poi abbandonati, a cavallo dei puledri imprevedibili dei miei pensieri capricciosi e tormentati. Finisce sempre allo stesso modo: ad un certo punto, mi annoio.
Tutta la mia vita è stata come quel pomeriggio con la porta.

Ho viaggiato più di 10mila kilometri, ma mi trovo ancora davanti a qualcuno che mi chiede quale pezzettino di legno io sia. Sia, non faccia, come mi chiedono i milioni di Nessuno di cui sopra. È proprio da Luis. Per questa sua cattiva abitudine di andare a caccia di malvagi, di mostrarli per quello che sono con gesti eloquenti e inequivocabili, di additarli (non gli importa di essere maleducato); per questa sua dirompente forza che è il contrario di me, un fiume a cui più volte hanno imposto dighe contenitive e che le ha sempre inevitabilmente distrutte apparentemente senza fatica; per aver incontrato l'Archetipo e averlo salutato come un fratello; per tutto questo e altro ancora, Luis non fa delle cose; ogni secondo della vita di Luis è tutto Luis.

“Una volta ho piallato una porta”, gli dico.
Luis fa un mezzo sorriso, non capisce, e come potrebbe: non è nella mia testa (o sì?) e tutta quella tiritera su mio padre e sulla carta vetrata è riuscito a scamparsela, buon per lui.
“Una volta ho piallato una porta, ma immagino che questo non faccia di me un falegname.”

giovedì 10 dicembre 2009

Faccio un'eccezione alla mia regola di andare a letto entro l'una e so che la pagherò domani, lottando per una causa persa; sul tram la pagherò, piantando le unghie nelle mie ore mentre mi vengono strappate come la tela da un sarto negligente.
Faccio un'eccezione per quello che ho visto e sentito.
Una compagnia di pensionati allegri, divertiti dalla serata, con il piede operato che non fa poi tanto male stasera, l'inverno che è più mite stasera, i capelli che non sono grigi ma d'argento, il cappello nuovo come nei ruggenti '20, parlare di un vecchio lavoro, della pensione, di cose perdute da talmente tanto tempo che se ne è perduta persino la nostalgia, mentre il tram corre nella notte che è più giovane di loro ma non sembrano accorgersene, come non si accorgono di me. Questo è quello che ho visto.
Quello che ho sentito è stato: tristezza.
Nei miei anni forti quello che agogno è il sonno, sono stanca, stiracchiata, spalmata, strappata, stanca come se avessi combattuto due guerre e fatto i conti con la ricostruzione; sonno, dormire, dormire e non pensare al fatto che domani pagherò ogni battuta di questo testo. Sono stanca perché lotto in continuazione, mi dibatto come uno che sta per essere risucchiato dalle onde, in un fluido che è più vischioso del petrolio, un fluido burocratico, un fluido di convenzioni, aspettative e doveri e fini in cui non basta qualche colpetto di fortuna per stare a galla. Mi dibatto con tanta forza che non me ne resta più per la poesia: sono stanca, devo dormire, riposare, recuperare le energie per ricominciare a battermi tra sette ore, perciò non ho tempo di guardare i capelli d'argento dei vecchi, di ascoltare la voce del tram, di capire cosa mi sta dicendo; niente domande, niente parole, no, voglio solo chiudere gli occhi e lasciarmi andare al nulla del sonno.

Stasera mi concedo una deroga, domani tutto sarà ancora più difficile e mi farà male, e mi dirò “perché non sono andata a letto alle 9?”... ma devo: come quando dibattendoti per la vita riesci a cacciare fuori la testa un attimo, devi respirare.

E forse, mi basterà solo un'altra boccata e riuscirò a spiegarvi cosa ho sentito.

mercoledì 6 maggio 2009



lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì sole. sabato domenica pioggia. lunedì martedì mercoledì giovedì sole. venerdì sabato domenica pioggia.


(lo fanno apposta?)

lunedì 20 aprile 2009

continua dal post precedente

e finalmente ho finito! dopo "solo" 2 settimane, anche l'ultimo scatolone di roba è stato smistato. ieri notte.

considerazioni post-trasloco:
1) ho veramente un sacco di roba!
2) ho cominciato a mettere via i libri prima che i vestiti, la prima sera. ho finito ieri sera. me li sono coccolati per bene, uno ad uno, e li ho messi al loro posto belli larghi in attesa dei prossimi arrivi, che non tarderanno. e ho un bel po' di doppioni: regali azzeccati, ma in ritardo :)
3) la mia vicina è adorabile. son due settimane che sposto mobili a tutte le ore e lei ci ride sopra, anzi, sotto.

domenica 12 aprile 2009

stanotte non si dorme

168 ore dopo, 12 sacchi di cianfrusaglie e vecchi vestiti scaricati in via corelli dopo, migliaia di carte sfogliate tra diarifotoricordicartolinebiglietti e non so più quanti cartoni di roba dopo, tra quattro mura dipinte di fresco, tra il vecchio e il nuovo, tra il prima e il dopo, ma soprattutto dopo, dopo tutto quello che c'è stato prima: ecco dove e quando sono.

via mecenate 7

non è la mia casa di bambina. non è la mia casa di adulta. è una casa di mezzo, e l'ho sempre sentita come un luogo di passaggio. così difficile da abitare. una casa ostile o forse incompresa.
piena di brutti ricordi e di fatica.
tutti quelli che ne calpestano le piastrelle fredde fanno fatica, come se l'aria contenuta tra le pareti fosse vischiosa e resistente. ma forse la casa fa del suo meglio, e la resistenza è nostra. una resistenza che sfiacca.

mi spiego un po' meglio: sono tornata a casa dei miei genitori dopo quasi 3 anni di assenza. l'ultima volta ho abitato qui, per soli 2 mesi, tornata da londra, prima di trasferirmi in via sangallo, che ho lasciato, appunto, da 168 ore.
mi mancano un sacco di cose. ma il peggio non è la nostalgia, il peggio è aprire scatole che ho chiuso alla cieca quando me ne sono andata, pacchi pieni di ricordi belli e brutti che non si possono eliminare ma a cui non so trovare un nuovo spazio nella mia vita. sono 168 ore che spacchetto e rimpacchetto, divido, separo l'essenziale dal superfluo e poi cambio idea e recupero qualcosa dal superfluo, e quando vedo che non c'è più spazio cambio di nuovo idea ma a quel punto non so più cosa voglio tenere e cosa no e ho voglia di buttare via tutto, e alla fine salta fuori quel bigliettino, quell'orsacchiotto, quel cd, che mi fa commuovere e riapro i sacchetti un'altra volta. ho passato intere giornate in ginocchio sul pavimento a leggere vecchi diari e lettere. è tutto di un altro tempo.

non sono felice. non ho voglia di dormire da sola. non ho voglia di rievocare il passato. non ho voglia di pensare. non ho voglia di scrivere. non ho voglia di parlare solo con me stessa. tecnicamente sono in vacanza, ma mi serve una vacanza dalla vacanza. pensavo che tornando a vivere con i miei almeno avrei smesso di preoccuparmi, ma avevo torto.

giovedì 12 marzo 2009

ran-din don

seduta sulla panchina nel cortile della scuola, al sole, mentre sfoglio distrattamente le pagine di un libro con la sigaretta tra le dita. ancora un tiro: ecco, ora la butto. sì, ma dove?

in questi giorni ho pensato spesso che le regole sono utili, quando non sai cosa fare.

toh, un tombino. andrà benissimo.

mercoledì 11 marzo 2009

let's face it: you're having a pretty harsh time (harsh as only the light of the day can be)

a proposito di citazioni, eccone una per un vecchio amico - the harsh light of the day. un amico che non leggerà queste righe, ma che è congelato nella ragnatela dei miei ricordi con le altre cose che sono rimaste indietro.

grandi speranze.
amicizie.
giocattoli.
promesse.
occasioni.
ma anche sofferenze.

per una ragione o per l'altra non sono riuscita a portarmi tutto dietro. per la verità ho lasciato andare molto, e il resto ha lasciato me. in parte è un sollievo.

e così siamo arrivati a oggi. mi sembra di essermi svegliata da un sogno - bello e brutto - e aver appoggiato i piedi giù dal letto, partendo da quello sbagliato, ovviamente. ora mi alzerò e andrò a lavorare con il sorriso dell'impiegato sulle labbra.

perché?

perché, come dicevo, mi piace fantasticare. continuerò a farlo, anche se non ha più lo stesso sapore da quando mi sono svegliata. perché mi sono guardata allo specchio e ho visto una persona normale, e mi sono perdonata per questo. e non è una cosa facile. il sorriso è per me, perché quando i miei genitori mi guardano e si accorgono che non sono quella che pensavano, mi aiuta a sostenere la loro voce e quando scuotono il capo delusi è ciò a cui mi aggrappo per ricordarmi che c'è sempre una persona che avrà stima di me, nonostante tutto. io stessa.

questo è un punto fondamentale, e vorrei soffermarmici a costo di risultare noiosa.
il mio egocentrismo smisurato divide le persone in 4 categorie.
quelle che mi mettono su un piedistallo perché mi amano troppo per vedere-barra-accettare i miei difetti (e quando lo fanno sono amaramente deluse).
quello che mi conoscono abbastanza poco da dare per scontate le qualità che sono appiccicate come etichette sulla mia confezione e a cui non importa aprirla perché, ammettiamolo, ognuno è occupatissimo con la propria vita e ci sono molte cose più interessanti da fare (in questa categoria devo scrivere il nome di amici che non avrei mai voluto metterci, e farlo mi costa più di quanto possa dire).
quelle a cui sto sul cazzo, alleluja. è perché sono troppo intelligente e a tratti arrogante in maniera insopportabile, e mi diverte.
quelle a cui non frega un cazzo e ignorano la mia esistenza (ok l'egocentrismo, ma siamo realisti).
io sono l'unica a conoscere i nefandi segreti della mia anima, e nonostante questo, vivo con me stessa e abbiamo un buon rapporto.

in queste parole non c'è dolore, ma accettazione e una tristezza attutita come sono i suoni che passano attraverso spessi tappi di lattice.

*oh shut up, i'm allowed to freak out on my own blog.

giovedì 5 marzo 2009

ran-domus

mi piace crogiolarmi nelle illusioni. so perfettamente che quel desiderio non si avvererà ma scelgo deliberatamente di ritardare il più a lungo possibile il momento di prenderne atto per cullarmi in un sogno. lo chiamo fantasticare.

venerdì 20 febbraio 2009

TANTA NOSTALGIA DEGLI ANNI 90

caro diario,
ieri è stato il mio compleanno e ho passato proprio una bella giornata. sono andata a scuola e ho lavorato con lucas e lele ad una storia su delle tartarughe cicliste. lele impara in fretta ma non sta mai attento a quello che fa, e lucas è così timido che a volte passano vari minuti prima che abbia finito di raccogliere il coraggio sufficiente a tirare fuori dalla gola una flebile vocina, però siamo riusciti a finire il lavoro e ci è avanzato del tempo per giocare ai quiz (ho vinto io). c'era il sole e filtrava dalle finestre polverose dell'aula proiettando strane figure sui muri, e l'aria sapeva di vinavil, gesso, vecchi libri e quaderni di cento generazioni di studenti.

ho ricevuto in regalo un sacco di libri, dei quaderni, delle bollicine per fare il bagno, delle rose che sono bellissime ma moriranno e per questo mi dispiace molto, una libellula di legno che sta in equilibrio sulla punta ovunque l'appoggi in modo che sembra volare, due torte che la cuoca ha fatto proprio come gliele avevo chieste io. i miei amici mi hanno regalato un cellulare perché erano stufi di telefonarmi e non sentire nulla ("pronto?" CHHHHHHHHHHHHCHHHHHHH "ehhhhhhhhh? cosa???????????" CHHHHHHHHHHHHHHHHHCCHHHHHHHHHH CHHHHHHHHHHHH "non ti sentoooo!!!" "ireeeeeeeee!!!ci sei?" CHHHHHHHHHHH "prontoooo..." CLICK. eccetera).

ora però sono triste perché dovrò aspettare 365 giorni prima che sia di nuovo il mio compleanno.

vorrei che l'anno fosse fatto così: un mese di inverno (niente pioggia, solo freddo - non troppo - con natale e la vigilia del nuovo anno e il giorno dopo per fare buoni propositi da non rispettare), 4 mesi di primavera (pioggerellina ogni tanto - ma breve!, soprattutto sole tiepido che diventa dolcemente più caldo giorno dopo giorno, e a carnevale tutti sono obbligati a travestirsi), 3 mesi d'estate (in cui non lavoro ma vengo pagata lo stesso, c'è quasi sempre il sole, e quando diventa troppo caldo intervengono quei bei temporaloni estivi con un sacco di lampi e tuoni, le nuvole esauriscono le tonalità di grigio e si muovono veloci cambiando continuamente forma, e subito prima l'aria è elettrica e frizzante; e qualche volta un vento leggero rinfresca l'aria e la pelle riscaldata dal sole) 4 mesi d'autunno (dolce back to school/work, si fa leggermente più freddino ogni giorno che passa, il vento colora il cielo di rosso, giallo, verde e arancione con pennelli fatti di foglie, l'aria profuma di umido e di resina e c'è halloween)e poi tutto da capo.

e poi voglio più giorni speciali in cui apro i regali e ho tutte le attenzioni per me e un sacco di coccole. diciamo dieci. o dodici. uno al mese.


(tanta nostalgia degli anni novanta, quando il mondo era l'arca e noi eravamo noè: non si sapeva dove e come, ma si sapeva almeno perché.)

sabato 14 febbraio 2009

sono una sfigata che va alle feste sui tram e si fa venire il mal d'auto.

mercoledì 11 febbraio 2009

leggendo la trilogia millennium di stieg larssen ho imparato che...

...gli svedesi si nutrono solo di caffè e tramezzini.

martedì 10 febbraio 2009

memorie di una ragazza innamorata - capitolo sesto

cominciavamo ad essere grandicelli e ad avere i nostri piccoli giri. a quel tempo si chiamavano "gruppi dei segreti", e come dice il nome, quello che ci univa era la condivisione di intime confidenze. io mi confidavo con Sa e con Mara, mie storiche migliori amiche, e parlavamo soprattutto di ragazzi, oltre ad aver fondato una rock band chiamata Scosse, nome deciso a tavolino che stava a indicare quanto fossimo elettrizzanti e piene di vita (abbiamo all'attivo un singolo, la cover di "Ci vorrebbe un amico" con testo nostro). qualche volta parlavamo anche di cose serie, ad esempio Mara ci teneva un corso di catechismo. i miei genitori non mi hanno introdotta a nessuna religione, e ho cercato dio per i fatti miei nei posti più bizzarri.

dopo la ricerca sull'Abruzzo Lu mi chiese di far parte del loro gruppo dei segreti; ho ancora oggi il dubbio che lo fece sotto suggerimento di Mara (che era al corrente dei miei sentimenti) ma il solo fatto che lui si fidasse di me fino a quel punto mi rendeva felice. il primo giorno però appresi una notizia che mi sconvolse: Lu era innamorato di C., una nostra compagna di classe, più o meno dalla prima elementare (al contrario di F., Lu è stato sempre molto costante nelle sue passioni, e ha continuato così fino ad oggi, che io sappia: il suo è un amore fedele e duraturo, anche se per due decenni ha avuto l'insopportabile tendenza a diventare il migliore amico di tutte le donne di cui si innamorava; ma questa è un'altra storia). accolsi la notizia con fredda ironia. forse lo presi anche in giro ("uhhhhhhhhhhh, Lu e Ca si sposanoooooooooo e fanno tanti figliiiiiii!!!"). non avevamo perso l'abitudine di scherzare sul sesso, pur continuando a non saperne nulla, e io in particolare ho sempre reagito nel modo peggiore alle situazioni imbarazzanti. un esempio: in seconda media un mio compagno e carissimo amico mi chiese se avessi un foglio da prestargli. glielo diedi e lui con leggerezza mi disse "grazie, ti voglio bene!". avrei dovuto semplicemente rispondergli "prego, anche io!" con la stessa naturalezza, ma tutto quello che mi venne fuori fu un verso che voleva significare "non prenderti queste confidenze", e lui se ne andò offeso (gli passò subito per fortuna). ripensandoci mi dispiace ancora, perché per un motivo stupido ho perso l'occasione per dire a un amico che gli volevo bene; a mia discolpa posso solo commentare che sono un'imbranata cronica, e quando i miei sentimenti vengono messi in piazza, di solito non ne combino una giusta. va ancora peggio se in qualche circostanza dimostro i miei difetti: quando me ne accorgo li ingigantisco e praticamente mi metto alla gogna da sola, ribadendo a mo'di giustificazione quanto sono scema, così che se il mio interlocutore per caso non li aveva notati, in questo modo non gli sfuggono di sicuro. l'imbarazzo è una brutta bestia, e ho io ho sprecato un sacco di tempo a sentirmi imbarazzata.

ma quella sera, da sola nella mia stanza, rimasi sveglia a lungo a pensare al segreto di Lu. dopo un paio d'ore mi alzai e mi misi davanti allo specchio. l'abat-jour nella camera dei miei genitori era accesa: una luce calda filtrava dalla porta e delineava i miei contorni nel riflesso. che strano, non mi ricordo l'immagine che avevo davanti: per un trucco della memoria vedo in quello specchio di sedici anni fa la me stessa di oggi. mi feci un po' di smorfie per sdrammatizzare, e poi mi chiesi, ad alta voce, "cos'ha lei che io non ho?". semplice. era calma, matura e controllata. era popolare. era alla moda.
fu la prima volta che provai il disperato desiderio di essere diversa, la prima volta, ma non l'ultima.

lunedì 9 febbraio 2009

prima di andare a vivere da sola e trovarmi in carenza di cibo, ristrettezze economiche e in uno stato di pigrizia pseudolarvale con zero voglia di andare a fare la spesa, non avevo mai considerato le cipolle un cibo vero e proprio.
non sono mai state nulla di più che un semplice condimento con cui fare del soffritto.

e invece...

venerdì 6 febbraio 2009

il mio ultimo turno con luca

probabilmente hai ragione e per un po' io farò ancora finta che continueremo a vederci, all'inizio ci sentiremo ad intervalli regolari e poi sempre più di rado. io non sono esattamente la maga del "tenersi in contatto" e passano mesi, a volte molti mesi, prima che io mi decida ad alzare la cornetta. sono fatta così, anche se il mio pensiero tocca le persone che dovrei/vorrei chiamare e non lo faccio, le tocca molto più spesso di quanto immaginino. chissà perché ho questa avversione per il telefono. cmq incontrarti è stata una una cosa bellissima, e decine e decine di volte le tue parole mi hanno aiutata e confortata. spero che accada qualcosa che possa rendere naturale il fatto di chiamarti per bere un caffè, perché mi mancherai tantissimo.

mercoledì 4 febbraio 2009

memorie di una ragazza innamorata - capitolo quinto

da quando mi scoprii innamorata di Lu, pensare a come riuscire a passare del tempo con lui divenne la mia principale occupazione. restavo ore ed ore a fissare il soffitto fantasticando su improbabili situazioni in cui la circostanze ci lasciassero da soli, e in cui lui potesse finalmente conoscermi per quella che ero e innamorarsi di me. qualche esempio: un attacco di zombie nazisti ci costringeva a nasconderci nei sotterranei e poi a scappare lottando l'uno per la vita dell'altra; scoprivamo nella scuola un passaggio segreto per un altro mondo; gli rivelavo i miei superpoteri (ero convinta, e lo sono ancora, che le situazioni estreme spingano le persone a dare il meglio di se stesse e a capire cosa realmente sia importante per loro; inoltre pensavo, allora come adesso, che in tali disastrose e precarie condizioni, la mia totale mancanza di fascino e savoir faire sarebbe passata inosservata, a favore delle mie più spiccate qualità di eroina intelligente, coraggiosa e altruista). siccome non sapevo bene come far capitare nessuna di queste cose, e non potendo restare con le mani in mano, nel frattempo mi accontentavo di vivere una vita normale e ingaggiavo con la mia amica Sa una specie di gara per contendercelo come compagno nei lavori di gruppo.

in quarta elementare stavamo studiando le regioni d'Italia. ci saremmo divisi a coppie e ciascuna coppia avrebbe fatto una ricerca su una regione per esporla davanti agli altri. come accennavo prima, da piccola avevo dei superpoteri, e con il mio superudito potei sentire prima di Sa che Lu avrebbe scelto l'Abruzzo. neanche a dirlo, divenne subito la mia regione preferita e decisi che avrei studiato quella o nessun'altra. ebbi a disposizione due o tre meravigliosi pomeriggi con Lu, seduti per la prima volta da soli nello studio di casa sua con libri e quaderni (era il mio habitat naturale) e la merenda che sua mamma ci portava di tanto in tanto per rifocillare le nostre menti e i nostri stomaci voraci da bambini. credo di aver fatto io tutti i compiti, ma non mi importava, e comunque, come avrei avuto modo di constatare negli anni, non sarebbe stata l'ultima volta. direste che quegli attimi siano rimasti impressi nella mia mente come fotografie, ma non è così: ero talmente emozionata che non ricordo bene cosa accadde. tutto è molto confuso, lo stesso tipo di immagini che puoi ricordare quando provi un fortissimo panico e per alcuni secondi ti dimentichi di respirare. per la cronaca faccio ancora così: dimentico quasi completamente le immagini dei momenti molto emozionanti, ma posso rievocare benissimo l'emozione in sé (è uno dei motivi per cui faccio così fatica a raccontare le cose).

avevo vinto la Battaglia delle Regioni, ma il risultato, come vedrete, fu la causa delle mie prime vere pene d'amore: divenni sua confidente.
ultime due settimane da blockbuster. sono così stanca che non so esattamente come mi sento, anche se quando penso che tra un mese la mia vita sarà completamente diversa da ora - di nuovo - mi prende un vago senso di panico.

martedì 27 gennaio 2009

ma chi voglio prendere in giro

una persona matura e equilibrata, sicura di sé, spigliata e simpatica.
così dicono. non so di chi stiano parlando però. a volte mi sembra di capire che stiano parlando di me; ma ecco, è semplicemente impossibile. perché vedi, non è una descrizione che mi si addice.

fai tanta fatica a costruirti un sacco di belle illusioni su te stessa e poi basta un soffio di vento a farle crollare come un castello di carte. come quando ti guardi intorno sulla pista e non riesci, non riesci a muoverti, la tua vita diventa improvvisamente di legno e le ginocchia di burro, e le braccia non ti ricordi nemmeno di averle mentre pendono senza vita lungo i fianchi. gli sguardi addosso ti bruciano come raggi di sole attraverso una lente di ingrandimento e l'unica cosa che vorresti è essere invisibile, sparire dalla sua vista, dimenticare tutto, non sentirti più quell'imbranata che pensavi di aver perso.

è un solo sguardo quello che vorrei per me, e l'unico che non mi sento capace di prendermi.

sabato 24 gennaio 2009

riflessione estemporanea: se il governo dichiarasse illegali le sigarette ci sarebbe più gente in piazza che per i diritti civili.

mercoledì 21 gennaio 2009

primo post dell'anno, ineditamente in ritardo, come me del resto.

superata l'euforia natalizia, superata la mistica sensazione di un anno che muore e uno nuovo che nasce, superata anche l'ahimé immancabile tristezza post-feste... ecco jack che torna come sempre al suo posto.

la mia settimana è iniziata con una specie di presagio favorevole, perchè proprio mentre mi disperavo per rimettere ordine tra tutte le cose che devo fare, ho trovato una bellissima agenda praticamente nuova abbandonata su una panchina. è una moleskine rossa; dentro non c'era neanche un numero di telefono e così non ho potuto restituirla al proprietario. peccato... me ne sono impossessata con gioia e ho scritto tutti i compleanni sul calendario, constatando che la maggior parte dei genitori concepisce i figli tra agosto e settembre. dome dire che scopano solo l'anniversario di matrimonio.

in questi mesi, dopo meditabonde sedute di riflessione, ho deciso di tornare per un po' a casa dei miei, licenziarmi dal blockbuster e provare seriamente a finire l'università. vorrei rendere per iscritto la profondità di questa decisione, ma il mio stile fresco e naif me lo impedisce. mi ri-trasferisco da loro i primi di marzo e sono un po' in ansia per una serie di cose, che un elenco asettico potrebbe riportare in quest'ordine: sono due anni che non vivo più con loro; mi dispiace un sacco andarmene da casa mia, rinunciare ai miei ritmi e alla mia libertà e soprattutto alla quotidianità con tutti i miei coinquilini, sia legittimi che acquisiti; e la domanda che non oso pormi è se io sia effettivamente capace di laurearmi o se quest'impresa, effettivamente da me mai tentata, richieda capacità organizzative, costanza e concretezza superiori alle mie forze, senza contare che ho chiuso i libri due anni fa. tuttavia, proprio questa è la domanda a cui voglio trovare una risposta, ed è il motivo per cui ho deciso di tornare a casa, smettere di lavorare e dedicarmi seriamente allo studio.
per qualche settimana ho coltivato l'illusione di poter tornare ad essere quasi solo una studentessa, mantenendo solo la rivista; ma a quanto pare non è più possibile. mi hanno offerto un lavoro come maestra di sostegno in una scuola elementare tramite la cooperativa per cui già lavoro come educatrice del prescuola e mi sono trovata ad accettare. cmq saranno solo 10 ore alla settimana. il problema è che ci sarà un periodo di transizione in cui tra blockbuster, il prescuola, il sostegno e la rivista lavorerò quasi 50 ore alla settimana, con un trasloco abitativo ed emotivo da fare.

nel frattempo il mio unico desiderio è farmi una vacanza! non lascio la città natale (tranne che per motivi di lavoro) da febbraio dell'anno scorso. il tempo fa schifo e gennaio è decisamente il mio mese s-preferito. oggi, ad esempio, ogni cosa a milano ha lo stesso colore (grigio) elegante ma monotono. a volte, quando mi capita per 3 o 4 giorni di fila di riuscire a strappare al massimo 4 ore di sonno alle mie attività quotidiane (il che capita molto spesso), la stanchezza, il freddo, l'umido, il buio perenne e forse anche un po' le mestruazioni in arrivo mi danno l'impressione che la città mi sia leggermente ostile. ad allietare le uggiose giornate invernali però c'è qualcuno che funziona come una specie di mio sole personale, e non credevo che sarei mai stata abbastanza romantica da dire una cosa del genere.

direi che è un buon riassunto del mio presente.. nel complesso posso dire che sono abbastanza stressata ma non triste, e che avere un progetto almeno per i prossimi mesi è qualcosa che non mi succedeva da anni. molti anni: a occhio e croce, sei. è quasi una buona cosa :D