11/2/2007 - in corso
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current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso
mercoledì 1 ottobre 2008
quanto durerà(ò)?
venerdì 19 settembre 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo quarto.
A 8 anni mi sentivo adulta. Mi facevano incazzare quelli che dicevano frasi del tipo “te lo spiegherò quando sarai più grande”, “sono cose da grandi”, “questo è il tavolo dei grandi (siediti a quello lì dove ci sono un mucchio di tuoi coetanei che si lanciano polpette al sugo sui vestiti )”, e soprattutto, “l’amore è una cosa da grandi”, come pretendeva la maestra. La compagnia dei miei coetanei, fatte le debite eccezioni, non mi esaltava granché, trovavo più soddisfacenti le conversazioni con gli adulti. Forse era dovuto al mio ego smisurato, smisurato per una bambina così piccola. Non era colpa mia. Fin dalla mia prima protesta silenziosa nella pancia di mia madre, ho avuto intorno adulti che mi ripetevano quanto fossi intelligente eccetera. In parte mi piacevano perché mi gongolavo nella loro considerazione, ma soprattutto era perché ho sempre avuto un debole per le discussioni e le speculazioni razionali. A 5 o 6 anni mio papà mi spiegò cosa fosse un numero primo (cercava di trasformarmi nel novello einstein?): forse non capii nulla, ma fu molto gratificante. Quindi non mi lamento; solo che ci sono voluti un sacco di anni e di merende a latte e sostanze nutrienti come quelle della pubblicità, prima che il mio corpo assumesse una dimensione adatta a contenere il mio ego.
Dimensioni corrette: corpo/ego=1
Ire a 8 anni: corpo/ego=1/1.000.000
Comunque, penso ancora che non sia vero che l’amore sia solo una cosa da grandi. A 8 anni mi sono innamorata nel primo rudimentale modo adulto. È quello che fa sognare a occhi aperti, scrivere poesie imbarazzanti, sperimentare gelosia, nostalgia, speranza e iperventilazione. Soprattutto gelosia, visto che non fu mai corrisposto, ma vissuto dalla parte (s)fortunata e paziente dell’amica. Dico rudimentale, perché nonostante le emozioni negative non esigeva conferme, ed era alimentato dalla semplice presenza dell’amato; qualcuno obbietterà che è così che l’amore sempre deve essere, ma siamo realisti: più tardi si fanno avanti altre esigenze, o comunque, dopo un po’ di tempo dietro a un amore a senso unico ce la si fa passare, io all’epoca restai innamorata di Lu per... 5 anni? Con qualche sbandamento, ma posso affermarlo senza esagerare troppo. O forse dico così solo perché non mi capitò più di essere così innamorata senza essere corrisposta.
Cominciò tutto per gioco (rudimentale; o comincia sempre per gioco?).
È una storia che non ho mai raccontato perché un po’ me ne vergogno: fu un gioco per me raccontare alla mia amica che anche io ero innamorata di lui, che l’avevo capito in un sogno, e che i sogni dicono sempre la verità. Ma la mia non era verità, non proprio, volevo solo sapere quanto lei mi fosse amica, o forse ero annoiata e volevo movimentare la situazione, e questa è la parte di cui mi vergogno. Una piccola parentesi, la nostra amicizia, mia e di Sa, non fu scalfita da questo gioco (perché era amore rudimentale per entrambe, e lui purtroppo non era nostro, né suo né mio), ma da altri eventi di cui non sto a raccontare perché andrei fuori tema.
Non ricordo come andò, ma quant’e vero, quella stronzata ebbe conseguenze vere. Insomma, ad un certo punto ero innamorata di Lu. E il motivo era perfettamente chiaro: era bello, con quelle sue orecchie morbidose che spuntavano da folti ( folti!) capelli a scodella. Era educato, intelligente e spiritoso, più maturo degli altri, e aveva già allora una tempra morale che lo distingueva e che con gli anni è diventata il suo marchio di fabbrica. E la sua fragilità esteriore stimolava il mio famoso istinto materno. Spesso era malato. Cominciai a vedere l’universo come un grande tutto, in cui una farfalla sbatte le ali a pechino, e a milano viene la pioggia invece del sole. Tutto divenne un segno per qualcos’altro. Un esempio che risale a quando ebbi l’età per preparare il caffè (ero già alle medie). Ogni mattina riempivo la caffettiera, e se rovesciavo del caffè fuori dal filtro, Lu sarebbe venuto a scuola; altrimenti, voleva dire che era malato e sarebbe rimasto a casa. Io rovescio il caffè quasi ogni volta, ma superata la prima o seconda infanzia, Lu si ammalava molto meno: così il mio piccolo esercizio di divinazione funzionava quasi sempre. L’amore rende fatalisti, o forse è che quando lo provi, cominci a vedere l’amore dappertutto.
commala-come-come (il giorno 19)
il nostro viaggio non mi ha portata lontana dalle mura di casa, ma nemmeno ero qui, se capite cosa intendo. i miei occhi e la mia mente hanno viaggiato, scorrendo per kilometri e kilometri lungo le righe, attraverso i capitoli, per sette lunghi libri, imparando ad amare i miei compagni di viaggio e a soffrire per la loro perdita, uno per uno, fino a che non è rimasto nuovamente che lui, roland di gilead, l'ultimo cavaliere, l'inizio e la fine e l'inizio. il ka è una ruota, come dice lui...
di nuovo, un'altra volta ancora, una di molte, diciamo delah, l'uomo in nero fuggì nel deserto, e il pistolero lo seguì.
(stasera mi metto a lavorare sul quarto capitolo, diciamo alleluja)
martedì 2 settembre 2008
prigione
amare
conoscere
avere
una sola cosa
è prigione
Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo Paese
in un solo universo
vivere in un solo mondo
è prigione.
Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione.
Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione.
Avere un solo corpo,
un solo pensiero,
una sola conoscenza,
una sola essenza
avere un solo essere
è prigione.
lunedì 1 settembre 2008
settembre
noterei i lunghi crepuscoli blu, le luci delle macchine, il rumore della città che si risveglia di botto, l'aria dopo la pioggia che suona ai rintocchi delle gocce d'acqua raccolte dalle foglie, e la sensazione che tutto sia nuovo e profumato come un quaderno appena comprato.
venerdì 8 agosto 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo terzo.
F. e il suo compagno di merende S. si divertivano a tampinare noi bambine con una costanza e una tenacia che hanno dell’eroico. Davvero: qualunque fosse il loro scopo, e non credo avesse molto a che fare col sesso, vi si dedicavano anima e corpo per tutta la durata delle lezioni. Ho qualche amico adolescente recidivo che li chiamerebbe “Punti Coraggio”, e mannaggia a me, negli anni a venire quel coraggio mi ha causato qualche grattacapo. Avete mai accettato un appuntamento, o anche solo lasciato il numero di telefono a un ragazzo, solo in virtù di un’attonita ammirazione per la sua sfacciataggine? Beh, se sì, sapete di cosa parlo.
Comunque, grazie alla sua perseveranza, anche S. ebbe un posto nel mio cuore. Un ragazzo di strada, si potrebbe dire, con un disastro di famiglia alle spalle, di quelli che mia mamma accoglierebbe a braccia aperte con l’entusiasmo del messia, e così andò, infatti per un certo periodo lo avevo spesso per casa. Andava d’accordo con i miei fratellini e li faceva giocare, il che faceva salire parecchio i suoi punti. Aveva delle cicatrici che lo facevano sembrare un randa ancor più di quanto non lo fosse. Non so perché ma le cicatrici mi sono sempre piaciute. Puoi fare finta che siano ferite di guerra, e poi fumava. Che dire? Persi la testa. Ah, i ribelli! Assediò il mio cuore un pomeriggio d’inverno. Non so per quante ore andò avanti a chiedermelo, ma alla fine riuscì ad ottenere un mio bacio (sulla guancia!). Kiss and tell!, il giorno dopo lo sapeva tutta la classe. Che stronzo! Stranamente, a nessuno fregò nulla, e la storia si sgonfiò prima di montare, ma io mi vergognai moltissimo lo stesso.
In quegli anni c’era un altro uomo che di tanto in tanto faceva capolino nel mio cuore: il classico amico d’infanzia. M. mi ha insegnato a camminare tenendomi per una mano e stringendo con l’altra la coda di un cane indulgente. Una volta ci siamo “nascosti” dietro il letto dei miei per spogliarci poiché avevamo sentito dire che i maschi e le femmine erano anatomicamente diversi (in effetti c’era una piccola differenza, e per un certo periodo mi convinsi che con il passare del tempo quel cosino tra le gambe sarebbe cresciuto anche a me...). Più grande di tre anni, era il mio compagno di giochi ma anche in qualche modo irraggiungibile. È stato una presenza leggera, leggerissima ma più o meno costante nei miei pensieri per anni, ripensavo a lui ogni volta che il mio cuore era libero. I nostri genitori erano amici e ci siamo frequentati più o meno fino alla mia terza elementare, poi, per qualche motivo, non ci siamo più visti per molto tempo. L’incontro successivo risale ai miei 12 anni, il periodo peggiore della mia vita dal punto di vista amoroso, e stendiamo un velo sul look: una disfatta che nemmeno Caporetto. Non fece altro che parlare di sé, anzi, credo che parlasse con sé, e d’altronde, io indossavo un completino a scacchi bianchi e azzurri con camicetta annodata alla vita da pin-up anni 50 e un ridicolo accenno di seno, in compenso mi portavo dietro due bei cosciotti di maiale, una zazzera imbarazzante, l’ignoranza più totale sulle tecniche di seduzione e la mia sempiterna goffaggine (poche cose sono cambiate da allora!). Ma se l’amore è una guerra, quella sera persi solo una battaglia. Ci incontrammo di nuovo per caso quando avevo 17 anni in un pub vicino a corso Buenos Aires. Io ero a una festa di compleanno, raggiante, bellissima e magrissima: il mio ragazzo mi aveva lasciato per un’altra e io avevo smesso di mangiare per una decina di giorni. Mi ero giusto giusto ripresa e stavo scoprendo che il mondo era la mia ostrica. La reazione che suscitai in lui quella sera, mi diede la rivincita per la mia Caporetto.
Questi sono i miei amori fino alla terza elementare.
Poi venne L.
giovedì 24 luglio 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo secondo.
Le elementari sono state scandite da grandi e piccoli amori, non solo miei: alle elementari, pare, tutti s’innamorano continuamente, o almeno così succedeva nella mia classe.
Per me, F. è stato il primo. Era decisamente un figo. Non che fosse proprio bello, con quella faccia un po’ allungata e la sua curiosa predilezione per il colore fucsia, ma aveva lo Sguardo. Lo Sguardo è quella cosa che quando si posa su di te ti fa sentire una dea, la più bella, la più corteggiata, la più grande, anche quando non sei innamorata. Non tutti gli uomini hanno lo Sguardo. Io l’ho incontrato due volte: il secondo dovrà aspettare molti anni.
Per un breve attimo fui l’oggetto di quello Sguardo. Quel giorno è impresso a fuoco nella mia memoria: la maestra ci sta insegnando l’alfabeto (che noia, capirai, io so già scrivere da un paio d’anni, e queste qua mi fanno colorare delle stupidissime schede... è stato allora che mi sono seduta sugli allori e ho smesso di impegnarmi. Avevo 6 anni e mezzo.). “Chi mi dice una bella cosa che comincia per I, bambini?” e F., rompendo l’agghiacciante silenzio che opprime le lezioni dell’Ornella, infrangendo la sacra regola dell'Alzare La Mano, grida forte: “IRENE!”. Ora sarei lusingata da una così accorata e pubblica dichiarazione d’amore, ma quel giorno provai solo un indistinto sentimento di vergogna. F. non mi interessava ancora. Solo molto tempo dopo (alcuni giorni) cominciai a pensare che fosse carino. È il mio punto debole: non so resistere ad una corte con tutti i crismi, e lui ci sapeva fare. Non per i fiori, i cioccolatini, le coccole (ok, non c’erano fiori né coccole: eravamo così piccoli che c’erano solo i cioccolatini...): queste cose sono banali. A conquistarmi furono il suo estro creativo e la sua passione. Se fosse il personaggio di un libro, col tempo sarebbe diventato un esteta, un Casanova, un perfezionista della seduzione.
Purtroppo ormai era tardi, il suo Sguardo era già rivolto verso un altro polo di attrazione (per meglio dire, zompettava da un polo all’altro con estrema facilità. Donnaiolo!).
Ahhhhhhhhhhhhhhhh, soffrire per amore. NoiRagazzeACuiF.AvevaSpezzatoIlCuore condividevamo la mistica esperienza dell’amore romantico. Ci sentivamo elevate ad un nuovo stato di coscienza, e non serviva parlarne: ora noi Sapevamo. Gli altri non potevano capire.
F. confermò la sua vera natura di tombeur de femmes qualche anno dopo, in 2 occasioni. La prima, in cui mi confessò senza vergogna di voler diventare grande solo per poter scopare (testuali parole). Cercai di raccontarlo a mia mamma, ma ero così imbarazzata che scambiai “scopare” con “baciare”, e lei, ovviamente sorpresa dalla mia indignazione, mi rispose che non c'era nulla di male. Naturalmente da un certo punto in poi tutti in classe parlavano di sesso con ostentata disinvoltura, anche se nessuno di noi l’aveva mai fatto, ma c’è di più. Non capivamo il punto. Io almeno non lo capivo, non mi sembrava poi tanto diverso dal fare la spesa, lavare i piatti, insomma una pratica utile per sfornare fratellini, ma proprio non afferravo che cosa avesse di tanto segreto.
La seconda volta quando si “mise insieme”alla più corteggiata della classe, C. Un affare di stato. Mi ricordo pianti disperati e facce di bronzo, ambasciatori trafelati misurare il giardino a grandi falcate, panico, isterismo, tragedie... mi sembra di ricordare che la loro relazione si concluse poche ore dopo, per amore della quiete pubblica, con grande sacrificio da parte di entrambi, separati l’uno dall’altro da uno stuolo di ammiratori senza più una ragione di vita. Eravamo in quarta elementare, e per quanto riguarda me, la loro unione mi toccò solo indirettamente; ma questa è un'altra storia.
Nemmeno le più intelligenti della classe erano immuni al fascino innato di F. Chi di noi non ne è stata innamorata almeno per qualche giorno? Io gli ho persino messo un regalo nello zaino di nascosto (un orologio digitale trovato nell’uovo di Pasqua), corredato da bigliettino: “F. credo di amarti”. Ignoro per quali circostanze, ma la maestra ne venne al corrente e fece a tutta la classe una ramanzina su come queste cose non si addicessero alla nostra età eccetera eccetera. Ora che ci penso, nessuno mi ha ancora ringraziato per quelle ore di grammatica perse a vantaggio di più futili argomenti.
venerdì 27 giugno 2008
martedì 24 giugno 2008
Memorie di una ragazza innamorata. Capitolo primo.
Mi sono innamorata la prima volta all’asilo e da allora non ho mai smesso.
Avevo 4 anni e lui 5. Pi ricambiava i miei sentimenti e decidemmo di metterci insieme. Non mi ricordo perché mi piacesse tanto. Era gracilino, timido, con gli occhiali tondi e non mi ricordo nemmeno come cominciò tutta questa storia. Però mi ricordo che ci scrivevamo delle bellissime lettere d’amore.
È una storia tragica, come le grandi storie d’amore sono sempre. A separarci fu la scuola elementare: lui ci andò un anno prima. Per i primi tempi la sorella di Pi, mia compagna di classe, fece da ponte, e recapitava le lettere che ancora ci scrivevamo, ma alla fine, non so perché, la nostra romantica storia a distanza finì. non lo rividi più per molti anni, finché un giorno lo incrociai per strada. Camminava svelto con le mani in tasca, gli auricolari nelle orecchie e un cappellino da baseball calato sugli occhi. Lo riconobbi subito perché, a parte la statura e i segni della pubertà in volto, era identico a quando ci eravamo lasciati. Lui non diede alcun segno di avermi vista, né un abbozzo di sorriso, né uno sguardo distolto. Probabilmente ero così cambiata che non mi avrebbe mai riconosciuta. Tirai avanti senza dire nulla ma con passo più leggero.
Dopo che smisi di sentire Pi mi presi una cotta per Ru. Proprio bellino. Biondissimo con grandi occhi nocciola, il favorito delle maestre. Era solo una cottarella, e mi passò in fretta, ma fu sufficiente a farmi cambiare fede calcistica, da interista (quella di mia madre), a milanista (quella di Ru). In realtà non scambiai mai molte parole con Ru: credo che non sapesse nemmeno chi fossi. Quello dev’essere stato il primo dei miei amori non corrisposti.
Di cosa ci innamoriamo da bambini? Cosa ci colpisce, cosa ci fa scegliere proprio quella persona, e non un’altra, per rivolgere a lei i nostri sentimenti? Io non lo so. Da grandi intervengono fattori diversi come il look, il “saperci fare” (io mi lascio abbindolare come un’allocca da quelli che ci sanno fare), cose che da bambini non contano molto. So solo che mi sono innamorata sempre di due tipologie di uomini: 1) i fighi, più che innamorarmi mi prendo delle cotte clamorose (con alcune eccezioni) 2) quelli il cui cuore è difficile da conquistare, in genere i traumatizzati emotivi, quelli che “ah no, non mi innamorerò mai, oh, no, io sono un cane sciolto, un lupo solitario” oppure che “oh, il mondo è traggeddia”, e che stimolano il mio istinto materno. Pi era di questa seconda categoria, anche se ancora eravamo troppo piccoli per parlare di veri traumi emotivi, di certo era uno che ispirava tenerezza. Ru era un figo, e forse il fatto che non mi vedesse nemmeno (per ben due volte, come saprete poi) ha segnato il mio karma amoroso. Fatto sta che da allora, ho difficoltà anche solo a parlare con i fighi (roba da arrossire fino alle orecchie e non riuscire ad alzare lo sguardo, e se per caso mi rivolgono la parola comincio a dondolare le braccia come uno scimpanzé e a controllarmi accuratamente la punta delle scarpe), mentre quelli che devono essere salvati vengono a me come api al miele. Qualche volta è seccante.
martedì 17 giugno 2008
martedì 3 giugno 2008
...continua dal post precedente
la scatola da scarpe non era una scatola da scarpe. su una medaglietta d'argento erano incise le parole "Germana Caffettano" e due date.
ciao, nonna. è bello averti a casa.
come dire, chi non muore si rivede.
un altro addio
ricordo di piangere sulle ginocchia di mio padre mentre lui, poverino, cerca di spiegarmi la morte.
a scuola stavamo studiando l'adolescenza, questa cosa indefinita che ci stava più o meno investendo tutti quanti intagliando pelucchi e curvette sui nostri corpi omogenei di bambini. ci diedero un tema sull'adolescenza, appunto, ma la mia maestra mi chiese se non preferissi invece scrivere di "quello che mi era successo". forse ero imbarazzata, ma scrissi un "distinto" tema sull'adolescenza che terminava con la frase "il periodo più bello e più brutto di tutta la vita umana" (venne corretta in "il periodo più bello e più brutto della mia vita fino a questo momento", con una nota che sottolineava come dai miei 10 anni non avessi la più pallida idea di cosa fosse la vita umana. lì per lì mi sembrò solo che fosse una frase molto meno a effetto, ma 14 anni dopo mi rendo conto che la correzione era legittima). scrissi un'accorata apologia dell'adolescente gonfia di retorica che avrebbe convinto qualsiasi giuria, ma la verità è che non sapevo neanche cosa fosse, l'adolescenza, e quando lo scoprii non mi piacque affatto. in ogni caso la morte della nonna non mi sembrava qualcosa su cui scrivere un tema né tanto meno su cui fare confidenze, specie su richiesta. la manifestazione del dolore interiore mi ha sempre causato un grande imbarazzo (tutt'ora, piuttosto che piangere in pubblico mi taglierei un braccio, e piangere in solitario mi fa sentire molto stupida, con il risultato che, salvo veri e propri esaurimenti nervosi, non piango quasi mai).
un altro ricordo vivido che ho di quei giorni, è la montagna di telegrammi di condoglianze che ci vennero recapitati. o la mamma o la nonna erano di sicuro molto amate da tutti (naturale, essendo due persone eccezionali). non so se lo feci per cercare di consolare mia madre o perché avevo un disperato bisogno di conversazione, ma dissi ad alta voce che dovevamo essere contenti di una tale manifestazione di solidarietà. lei mi rispose, molto assennatamente, "avrei preferito non doverli ricevere". giusto, ma è inutile preoccuparsi per qualcosa che non si può cambiare, e cosa c'è di più indelebile della morte? meglio concentrarsi sul presente.
da allora la morte mi ha sempre accompagnata. quella di mia sorella, di persone care, della mia gatta. è diventata una presenza costante dei miei pensieri. il sentimento più facilmente riconoscibile che mi provoca è una grande malinconia. mi rendo conto che non è abbastanza, ma non riesco a decifrare il resto del peso che mi provoca la morte di qualcuno.
una cosa che mi colpisce in modo particolare è come, quando una persona cessa di esistere, il mondo cambi impercettibilmente ma profondamente. è tutto collegato, e uno sconvolgimento così profondo si ripercuote su ogni atomo che ci circonda. è più una sensazione che un vero pensiero.
venerdì 30 maggio 2008
giovedì 29 maggio 2008
martedì 27 maggio 2008
...segue
sabato 24 maggio 2008
venerdì 23 maggio 2008
fuck off (?)
-permesso.
(sussurro)-permesso? ma se è sul marciapiede!
...
-punto primo: ho chiesto permesso, non ho detto "levati dal cazzo stronzo". punto secondo: sono sul marciapiede perchè il passo carraio è occupato da una macchina e non potevo scendere. punto terzo: non sto parlando con Lei, non vedo come questa conversazione La riguardi. quindi continui a guardare nel Suo piatto e finisca il Suo aperitivo invece di immischiarsi in faccende che non La riguardano. arrivederci.
...
invece no.
me ne sono andata senza voltarmi.
meglio così.
compito della settimana: incazzarmi di meno.
