current adventure: "How to be a Grown Up"

current adventure: "How to be a Grown Up"
description: jack si avventura nella giungla metropolitana; chi può sapere a cosa va incontro?
goal: capire cosa fare della propria vita
status: in corso

giovedì 5 gennaio 2012

getting ready. a che punto siamo?

- passaporto: check. scambiata per una ricercata internazionale a causa di storia di famiglia: check.
- esami del sangue: check. scambiata per una tossica in disintossicazione dall'infermiera addetta ai prelievi: check.
- rx torace: check. approccio del tecnico - era una donna: probabile.
- fedina penale, pardon, casellario giudiziale: check. riporto letteralmente: "si attesta che nella banca dati del Casellario giudiziale risulta: NULLA". persa nei meandri irrazionali del palazzo di giustizia: check. annotazioni: nel palazzo banche, uffici postali, tabaccai, cartolerie, bar, ristoranti, edicole, negozi di caramelle. potresti non aver mai bisogno di uscire.

nella prossima puntata: scuola di sopravvivenza a torre del greco.



mi imbarco su questa nave. per quello mi servono tutte queste carte.

sabato 31 dicembre 2011

BILANCIO DEL 2011

LEZIONE DELLA SETTIMANA, ovvero,
il bilancio del 2011: "ci sono più cose in cielo e in terra, orazio, di quante ne sogni la tua filosofia".

è stato un anno dal pugno duro.   
per niente gentile, ha demolito molte delle mie certezze, cosicché ora "non so più niente, neanche quel che sapevo a memoria".   
mi ha costretta a spogliarmi e deporre abiti che erano diventati una seconda pelle, lasciandomi con la sensazione di essere nuda - per poi ridere anche di questa illusione.   
mi ha messo davanti al nuovo e all'inaspettato, e, soprattutto, mi ha posto di fronte a vecchi problemi disfandoli e ricomponendoli in modo diverso come se fossero puzzle surrealisti.   
mi ha preso in giro per i miei fragili equilibri, per poi bisbigliarmi all'orecchio con un misto di ironia, pietà e sufficienza che l'equilibrio non esiste e lasciarmi lì, a cavarmela da sola con questa rivelazione sconcertante.    

il bello è sempre difficile e faticoso. un anno che ti coccola non ti insegna nulla, è un anno sprecato.   
il 2011 mi ha ricordato che il valore di una persona sta - anche - nel sapere cosa si vuole essere, ma che gli obbiettivi particolari non sono sempre importanti: lo è, invece, sempre, la strada.   
mi ha tolto dalle spalle vecchi bagagli pesanti e logori - non che si butti via nulla, qui: al massimo si mette in soffitta - e mi ha ri-insegnato a camminare diritta, per vedere altro che non sia il suolo appena sufficiente per il prossimo passo.   
come regalo, mi ha permesso di ascoltare qualcosa di me stessa nelle parole dei miei simili, nascondendo in un semplice - ma non facile - indovinello questo messaggio: che in una canzone, un saggio, un cartellone pubblicitario, nelle confidenze di un amico, è all'opera un pezzo della mia stessa umanità. questa è la mia terra, la mia casa, abitata dai miei fratelli.


aspetta. non è stato il 2011 a fare tutto questo. sono stata io. forse questa è la lezione più grande.
fatti sotto, 2012.



--- disclaimer --- le lezioni non sono PerSempre! usale con cautela e curati di tagliarle e cucirle a tua misura e buttarle quando diventano piccole --- disclaimer ---

martedì 15 marzo 2011

?

"... have no fear for atomic energy, 'cause none of us can stop the time..."

sabato 12 febbraio 2011

once i said
"don't give me songs, give me something to sing about".
years later, i even lack the voice.

mercoledì 12 gennaio 2011

www.oralb.it - Cerchi un regalo innovativo? Scegli uno spazzolino elettrico!

cazzo ma siamo tutti impazziti. chi regalerebbe uno spazzolino da denti? no, peggio: chi diavolo è l'idiota a cui è venuto in mente di farci sopra una pubblicità?

non so voi, ma una cosa che mi manda in bestia è quado le pubblicità mi dicono di affrettarmi. affrettati! affrettatevi! perché questa cosa troppo figa non ce l'avrai mai se non ti affretti! tutti ma proprio tutti tutti la vogliono, devi essere tra i primi o rimarrai senza spazzolino da denti. ma ti è rimasto il cervello nell'affettatrice.

martedì 17 agosto 2010

appunti privati

giorno dopo giorno continuo ad imparare cose nuove. la scoperta più sensazionale dell'ultimo anno è l'umiltà. non mi pare vero quel che si dice: nessuna sottomissione né modestia, la semplicità c'entra come il cacio sul pesce al vapore. e mi immagino cercare di convincere l'agente a non arrestarmi, mentre sono "d'umiltà vestuta".

altri:
fare una scelta vuol dire avere un'alternativa. fare una scelta sbagliata apre nuove possibilità di scelta. non fare nessuna scelta è una scelta. solo quando non esistono possibilità ci è concesso di non fare scelte, ma è una condizione abbastanza triste e anche piuttosto improbabile. è più facile che le alternative siano talmente misere da trasformare la scelta in obbligata.

un particolare tipo di scelta è quella morale. esperimento.
la nostra cavia deve prendere un oggetto tra i molti che si trovano divisi in due scatoloni di fronte a lui. uno scatolone è etichettato "giusto", l'altro è etichettato "sbagliato".
la cavia può: a) non saper leggere/non provare alcun interesse per la situazione; b) essere stata addestrata con vari mezzi (fede, abitudine, tradizione, ecc...)a scegliere uno dei due scatoloni; c)pur riconoscendo il significato delle etichette, non fidarsi, perché l'opacità degli scatoloni le impedisce di riconoscerne il contenuto: quindi guardare bene dentro entrambi e cercare di conoscere gli oggetti con i vari sensi, prima di prenderne uno.
tesi di studio: solo nel caso c) c'è scelta morale, determinata dalla compartecipazione di varie componenti della cavia, che inoltre imparerà come buona parte degli oggetti siano stati ripartiti nei due scatoloni un po' a caso e un po' dall'abitudine.
da approfondire.

tutto passa, di consuma, svanisce in altro; ciò rende gli sforzi dell'uomo efficaci come cercare di trattenere la sabbia stringendo il pugno. "inutile" è la parola che fa eco nei miei pensieri. da quest'angolo sono costretta a notare che gran parte di quello che vedo è completamente privo di senso, e quindi non capisco quale assurda illusione spinga un essere umano a rompere le uova nel paniere di un altro. specie se il paniere è il mio; non chiedo altro che poter mangiare in pace all'ombra di un bell'albero godendomi un bellissimo panorama.

qualcosa che ha ancora senso: la bellezza.

martedì 23 febbraio 2010

lo zen e l'arte di piallare una porta

“E cosa sei, allora?”
Me lo chiede così, Cosa sei, come si chiederebbe se sono vegetariana, o dove ho studiato, o se preferisco il mare o la montagna. Me lo chiede così Luis, mentre allunga una mano verso il bicchiere vuoto e l'altra verso una scura bottiglia senza etichetta di vino rosso, stappata. Il tavolo di legno grezzo porta la testimonianza di innumerevoli conversazioni conviviali, cerchi perfetti o spezzati, che si toccano, che si incrociano, che profumano il tavolo di botte, impronte di spiriti dipartiti, evaporati; una goccia sta già sanguinando dal collo della bottiglia, mi dice che anche questa volta rimarrà un segno, un'altra tacca su quello strambo calendario della vita di Luis.
Cosa sei?, mi chiede.
Un essere umano, sono. Nella fattispecie una donna. Naturalmente questo lo sapeva già (Luis non è tipo da lasciarsi sfuggire certi dettagli), ma non gli basta. A quanto pare, sembra non bastare mai a nessuno. Ma c'è quacosa di nuovo nella domanda di Luis, qualcosa che non c'era nelle domande dei milioni di Nessuno che me l'hanno chiesto, molti dei quali immaginari (nemmeno il mio perverso gigantico Io arriva a pretendere di avere milioni di questori al proprio attivo).
Cosa sei?
Avrebbe potuto chiedermi Cosa fai per vivere?, o forse, cosa fai nella vita?, nel suo caso, essere uno scrittore non ha mai significato fare qualcosa per vivere, piuttosto cacciarsi nelle fauci del leone per vedere se è tanto difficile morire (nel suo caso lo è). Il vivere di per sé non è rilevante, bisogna fare qualcosa di questa vita, modellarla come un blocco di argilla, homo faber, fare di sé un'opera d'arte. Homo sculptor più che faber, che possa guardare occhi negli occhi quel fottuto genio di Buonarroti.
E dai. Ancora con questa storia.
Ho viaggiato più di 10mila kilometri per trovarmi sempre di fronte allo stesso uomo che mi fa la stessa domanda.

Ho nemmeno 8 anni e i lavori di casa sono un gioco: non rassettare, lavare, fare il bucato...quelle robe lì non mi hanno mai emozionata, non ho mai avuto il Dolce Forno, e se lo avessi avuto l'avrei usato per mettere insieme qualcosa di simile alla versione per bambini di una bomba atomica. Alla fine ho imparato lo stesso a cucinare, metto tutte le mie arti femminili nell'impasto e nel sugo, ma ho imparato per vie traverse: infilare una presa di menta nel sugo della nonna è il mio modo di essere creativa, un modo che produce un ambiguo compiacimento macchiato timore nelle mie cavie.
Comunque, dicevo, ho nemmeno 8 anni e mio padre ha deciso che noi vogliamo ristrutturare il bagno. Un gioco; in realtà preferisco scegliere da me le mie attività ricreative, ma non l'ho ancora capito; ancora, la voce di mio padre è la voce della Verità, e se lui dice che noi vogliamo, di sicuro è quello strano fastidio nelle braccia, come un accenno di noia e impazienza, ad essere in errore.
Quindi sto piallando lo stipite della porta con carta vetrata per toglierne l'orrendo strato di smalto color crema. In realtà era bianco, in principio; ora è ingiallito di tempo, ma noi lo chiamiamo crema, è più chic. Se la borsa di mia nonna può essere vintage, lo stipite della porta può essere crema, e nessuno protesti. Ma adesso lo togliamo. Il problema è che non è d'accordo. Lo smalto, intendo: non è d'accordo a lasciare il legno su cui ha prosperato per tanti anni. Ad ogni passata, ad ogni sfregamento, fa un rumore come un attutito urlo gracchiante; ad ogni incisione della paletta, ne cadono riccioli che precipitano come paracadutisti all'assalto. Insomma: il popolo dello Smalto è così ancorato alle proprie radici, che il mio costruito entusiasmo non regge alla prova e ben presto le mie dita accarezzano svogliate la superficie con la carta vetrata, come se invece della porta levigassero la superficie dei miei pensieri ormai slegati, con movimenti ampi e leggeri. I pensieri di una bambina sono puledri che giocano tra le nuvole, e rompono con gli zoccoli piccoli ciuffi di schiuma vaporosa e di panna montata. Credo ci siano anche degli arcobaleni, qua e la.
Mentre vagheggio ormai appoggiata alla porta, ci pensa mio padre a rimettermi le briglie:
"Stai attenta. Se percorri superficialmente una zona così vasta, certo, lascerai segni su tutta la porta, ma da nessuna parte arriverai a scoprire il cuore del legno. Per liberarlo devi concentrarti su un pezzettino alla volta, passando tutti gli interstizi, tutte le pieghe e le nervature con piccoli movimenti precisi ed energici, che sanno il loro scopo. Non importa quanto sia piccolo il tuo pezzettino; ad una bambina piccola corrisponde un pezzetto piccolo; ma deve essere perfetto, perché quel pezzettino sei tu. (Corollario: un pezzettino tu, un pezzettino io, un pezzettino il prossimo, alla fine la porta sarà perfetta e avrà qualcosa di nuovo, un valore aggiunto, poiché il tutto supera la somma delle parti.)"
È che mio padre ha sempre cercato di insegnarmi lo zen, e lo faceva facendomi levigare le porte.

Cosa sei? Un pezzettino di legno?
Da bambina volevo fare (essere?): la ballerina, l'inventrice della macchina del tempo, batman, l'astronauta, la maga, l'architetto di case per la Barbie, la cacciatrice sioux, la pittrice.
Poi sono cresciuta, e: la psicologa, la scienziata, l'archeologa (come Indiana Jones), il pilota di aerei, l'attrice.
Poi ho continuato a crescere: la scrittrice, la cacciatrice di tesori, il pirata al tempo della Compagnia delle Indie, la professoressa, la giornalista, il fisico teorico, la ricca ereditiera.
Infatti mi sono iscritta a Filosofia e ho passato quasi un decennio a fare tutto e niente, accettando più o meno tutti i lavori che il destino metteva sulla mia strada, prendendo pochissime decisioni, occupandomi più che altro di imparare e sciogliere i nodi dell'essere umano, unica mia grande passione e decisamente meno problematico della dimostrazione del teorema di Fermat. L'incontro con il limite mi portava a cambiare direzione con noncuranza. Non un fiume che scava le terre, quindi, piuttosto una pioggia che le accarezza e che si raccoglie in rigagnoli vivaci ma docili, che ne seguono le asperità senza forzarle. Accettazione.
C'è da dire che a 19 anni ho avuto un incontro scioccante con un sedicente Archetipo che per me si è rivelato più solido di un blocco di pietra da 16 tonnellate. Mi ci sono scontrata alla stessa velocità con cui una macchina in corsa si schianta contro un muro, o, secondo una comune convinzione, alla velocità con cui il corpo di una persona che cade dal quarto piano di un palazzo si schianta al suolo. Uno schianto dura solo un attimo; il rumore che produce dura tanto quanto le onde sonore riescono a propagarsi in cerchi concentrici sempre più rarefatti mano a mano che si allontanano dalla sorgente; anche incontro è una parola che richiama ad una durata temporale limitata, un breve cenno, un saluto, come sta la famiglia?, poi tutti tornano alla loro vita. Ma conseguenze, invece, è una parola eterna. Il sedicente Archetipo è arrivato, ha scambiato il suo posto con quello di mia sorella e non se ne è più andato. Conviverci succhia gran parte delle mie energie, perché diciamolo, non è una persona molto energica, ha continuamente bisogno della vitalità altrui.
L'apprendimento del peso delle conseguenze ha aggravato il mio handicap originario, rendendomi del tutto cieca al dopodomani, o, al massimo, alla settimana prossima. Accettazione passiva del domani perché occuparmi dell'oggi era (è?) tutto quello che riuscivo a fare.
Tutta la mia vita è stata come una cena cinese: innumerevoli abbondanti saporite portate sbocconcellate e poi accantonate per una nuova. Innamoramenti, sentieri imboccati con entusiasmo e poi abbandonati, a cavallo dei puledri imprevedibili dei miei pensieri capricciosi e tormentati. Finisce sempre allo stesso modo: ad un certo punto, mi annoio.
Tutta la mia vita è stata come quel pomeriggio con la porta.

Ho viaggiato più di 10mila kilometri, ma mi trovo ancora davanti a qualcuno che mi chiede quale pezzettino di legno io sia. Sia, non faccia, come mi chiedono i milioni di Nessuno di cui sopra. È proprio da Luis. Per questa sua cattiva abitudine di andare a caccia di malvagi, di mostrarli per quello che sono con gesti eloquenti e inequivocabili, di additarli (non gli importa di essere maleducato); per questa sua dirompente forza che è il contrario di me, un fiume a cui più volte hanno imposto dighe contenitive e che le ha sempre inevitabilmente distrutte apparentemente senza fatica; per aver incontrato l'Archetipo e averlo salutato come un fratello; per tutto questo e altro ancora, Luis non fa delle cose; ogni secondo della vita di Luis è tutto Luis.

“Una volta ho piallato una porta”, gli dico.
Luis fa un mezzo sorriso, non capisce, e come potrebbe: non è nella mia testa (o sì?) e tutta quella tiritera su mio padre e sulla carta vetrata è riuscito a scamparsela, buon per lui.
“Una volta ho piallato una porta, ma immagino che questo non faccia di me un falegname.”

giovedì 10 dicembre 2009

Faccio un'eccezione alla mia regola di andare a letto entro l'una e so che la pagherò domani, lottando per una causa persa; sul tram la pagherò, piantando le unghie nelle mie ore mentre mi vengono strappate come la tela da un sarto negligente.
Faccio un'eccezione per quello che ho visto e sentito.
Una compagnia di pensionati allegri, divertiti dalla serata, con il piede operato che non fa poi tanto male stasera, l'inverno che è più mite stasera, i capelli che non sono grigi ma d'argento, il cappello nuovo come nei ruggenti '20, parlare di un vecchio lavoro, della pensione, di cose perdute da talmente tanto tempo che se ne è perduta persino la nostalgia, mentre il tram corre nella notte che è più giovane di loro ma non sembrano accorgersene, come non si accorgono di me. Questo è quello che ho visto.
Quello che ho sentito è stato: tristezza.
Nei miei anni forti quello che agogno è il sonno, sono stanca, stiracchiata, spalmata, strappata, stanca come se avessi combattuto due guerre e fatto i conti con la ricostruzione; sonno, dormire, dormire e non pensare al fatto che domani pagherò ogni battuta di questo testo. Sono stanca perché lotto in continuazione, mi dibatto come uno che sta per essere risucchiato dalle onde, in un fluido che è più vischioso del petrolio, un fluido burocratico, un fluido di convenzioni, aspettative e doveri e fini in cui non basta qualche colpetto di fortuna per stare a galla. Mi dibatto con tanta forza che non me ne resta più per la poesia: sono stanca, devo dormire, riposare, recuperare le energie per ricominciare a battermi tra sette ore, perciò non ho tempo di guardare i capelli d'argento dei vecchi, di ascoltare la voce del tram, di capire cosa mi sta dicendo; niente domande, niente parole, no, voglio solo chiudere gli occhi e lasciarmi andare al nulla del sonno.

Stasera mi concedo una deroga, domani tutto sarà ancora più difficile e mi farà male, e mi dirò “perché non sono andata a letto alle 9?”... ma devo: come quando dibattendoti per la vita riesci a cacciare fuori la testa un attimo, devi respirare.

E forse, mi basterà solo un'altra boccata e riuscirò a spiegarvi cosa ho sentito.

mercoledì 6 maggio 2009



lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì sole. sabato domenica pioggia. lunedì martedì mercoledì giovedì sole. venerdì sabato domenica pioggia.


(lo fanno apposta?)